Elon Musk ci ha detto che a partire dal 2027 ci sarà la discesa in campo di milioni di umanoidi che avranno, almeno inizialmente, mansioni umanitarie e potranno e dovranno accudire vecchi e bambini e sostituire gli operai nelle fabbriche e gli impiegati negli uffici.
E’ questo uno dei tanti annunci di questo passaggio dell’umanità al dopo umano che ormai non ci facciamo più caso. Ed allora qualcuno cade nell’ironia senza affrontare il problema in tutta la sua importanza e gravità; oppure qualche altro prende sottogamba questo processo che ci coinvolge in modo totale e radicale e anche chi, al contrario, grida al disastro di questo passaggio di epoca e usa espressioni apocalittiche, parlando esplicitamente di superamento dell’uomo.
Tutti però non fanno niente in concreto per governare, contenere, guidare questo processo ed in pratica se ne chiamano fuori e così non incidono e non contrastano realmente il fenomeno. In fondo tutti si muovono con un fatalismo irrazionale. Un fatalismo legato al nuovo e alla tecnica che è perfino più cieco e totale di quello che imperava nel passato. Si dice: non possiamo farci niente e non possiamo sottrarci a questo destino. E cosi nessuno pensa e si impegna per riportare la tecnologia al servizio dell’uomo, nessuno si assume il compito di ridare la sovranità all’uomo nei processi tecnologici e di indirizzare le trasformazioni in una direzione che dia più spazio all’umanità senza sostituire l’uomo.
La politica dal suo canto se ne disinteressa.
La cultura si chiude nella sua torre d’avorio e si arrende allo scientismo, alla tecnologia. La religione si richiude nel suo privato, limitandosi a scrivere documenti e messaggi ininfluenti che nessuno legge e meno che meno segue ed applica. L’economia si occupa dei fatturati e degli affari.
Davanti all’intelligenza artificiale si arrende l’intelligenza critica, cancellando il passato con la sua civiltà, la sua storia, la sua tradizione.
Con l’ingresso dell’Intelligenza artificiale nella vita quotidiana, è nata anche una nuova classe di giovani. Sono quelli della Generazione AI, cresciuti con la smartphone e sempre connessi ai social network; usano l’intelligenza artificiale in media il doppio degli adulti, spesso si affidano all’AI per superare la solitudine e compensare affettivamente le relazioni insoddisfacenti, se non addirittura inesistenti.
Questa fotografia è tratta dalla recente indagine “Senza filtri”, promossa da “Save The Children” e riguarda un campione rappresentativo, attraverso 800 interviste di giovani di età compresa tra i 15 e i 19 anni. In Italia, secondo l’Istat, il numero di ragazzi e ragazze in questa fascia di età supera i 2,8 milioni di individui e sono circa il 5% della popolazione.
Da questa ricerca risulta che il 92,5% degli adolescenti intervistati utilizza strumenti d’intelligenza artificiale, contro il 46,7% degli adulti: un ragazzo su tre lo fa tutti i giorni, il 43,3% qualche volta a settimana e soltanto il 7,5% dichiara di non usarlo mai. Il 41,8% degli intervistati afferma di avere chiesto aiuto a Chat Gpt nei momenti di solitudine e ansia, il 42,8% chiede consigli su scelte importanti come sentimenti, scuola e lavoro, che prima venivano prese dopo aver sentito il parere di amici e parenti. Eppure nella GenAi crescono paure e preoccupazioni su un futuro dipendente dall’intelligenza artificiale.
Secondo l’Osservatorio scientifico del movimento Etico digitale, su circa 20 mila studenti tra gli 11 e i 18 anni, il 41,9% di loro teme che l’Ai possa essere usata contro l’uomo, un dato in crescita di 11 punti dal 2024. Inoltre uno studente su tre è convinto che gli algoritmi e i robot faranno perdere un numero consistente di posti di lavoro. E quasi quattro su dieci nutrono dubbi su privacy e sicurezza. La maggioranza degli studenti della GenAi dichiara che Internet e le tecnologie digitali sono le proprie fonti di informazione primarie. In un solo anno la quota di studenti che usa l’Ai per informarsi è quasi raddoppiata, passando dal 24,8% del 2024 al 43% del 2025. Contemporaneamente cala dal 65,3% al 60% la quota di adolescenti che vede nei genitori degli esempio da seguire. E soltanto il 6% dei ragazzi considera gli insegnanti come figure di riferimento. Il mondo adulto appare distante e poco disponibile. Per molti ragazzi l’intelligenza artificiale rappresenta un amico e perfino uno psicologo digitale, segno di un vuoto educativo preoccupante. Ci sono attualmente chatbot capaci di interagire in modo umano con l’interlocutore.
Questi sistemi, a differenza delle tradizionali Ai generative, sono dotati di memoria a lungo termine, ricordano conversazioni, preferenze e toni della voce, capacità di simulare emotività, offrono forme di relazioni, che vanno dalla semplice conversazione amichevole a interazioni più profonde, come il sostegno emotivo e la possibilità di intrattenere conversazioni intime ed affettive.
Si tratta di un business in crescita, il mercato ha toccato i 36,8 miliardi di dollari negli ultimi 12 mesi ed è previsto raggiungere i 140 miliardi entro il 2030.
Noi come Comitato Scientifico dell’Ucid e come Accademia di Storia dell’Arte Sanitaria non siamo dei tecnici e quindi non possiamo entrare nel merito della questione specifica dell’intelligenza artificiale. Noi però possiamo utilizzare la metodologia che ci ha insegnato la dottrina sociale della Chiesa che è quella di osservare la realtà, giudicare la realtà che ci circonda e poi agire. Noi abbiamo osservato la realtà che ci circonda, abbiamo visto che questa questione, questo tema sta toccando le intelligenze, le sensibilità, le esperienze di gran parte di noi, per cui vogliamo affrontare il tema. Non per dare soluzioni, ma per tentare di offrire delle direttrici di marcia, delle categorie di pensiero, delle coordinate attraverso le quali si possa poi dare un giudizio sul merito.
Cos’è l’intelligenza artificiale? Una macchina che esegue mansioni dell’uomo con la stessa competenza e la stessa specializzazione. All’inizio erano funzioni esclusivamente elementari, potevamo avere notizie sulla geografia, sulla storia, sulla letteratura; col passare degli anni le risposte sono state sempre più complesse. Ed assistiamo ad una vera e propria vertigine faustiana che sta prendendo ricercatori ed operatori di questo sistema. Questi tecnici, in particolare, vogliono che la macchina faccia sempre qualche cosa in più e di meglio. In pratica negli ultimi anni si è innescata una vera e propria competizione tra l’uomo e la macchina, una gara a chi arriva prima, a chi arriva a soluzioni che siano sempre migliori: la macchina contro l’uomo e l’uomo contro la macchina.
Allora dobbiamo chiederci cosa c’è al di là dei nostri limiti e come possiamo controllare un’intelligenza eventualmente superiore alla nostra? E come potremo convivere con questa nuova intelligenza?
John Haidt, noto psicologo americano, autore di “La generazione ansiosa”, Rizzoli Editore), racconta di un esperimento fatto con ChatGPT, nel corso del quale ha chiesto all’Intelligenza Artificiale come avrebbe fatto a distruggere la gioventù americana ed una delle risposte è stata: «Il modo più efficace per distruggere la prossima generazione senza che se ne accorga sarebbe attraverso una lenta e invisibile corrosione dello spirito umano, piuttosto che attraverso attacchi evidenti», concludendo che «Se il diavolo volesse distruggere una intera generazione, potrebbe semplicemente dare a tutti degli smartphone». Si è detto anche da qualcuno che questi sono strumenti sopratutto per poveri, con Scrolling infinito, notifiche a ripetizione, micro-scariche di dopamina, connessioni interminabili.
Se si confondono le fonti del significato – famiglia, comunità, nazione, fede, vocazione – i giovani si smarriscono. Saranno incoraggiati a vedere l’identità come infinitamente fluida per ottenere l’approvazione esterna (like, follower), anziché radicata in valori o impegni duraturi. Questo li rende malleabili, ansiosi e dipendenti dalla convalida esterna. Su questo aspetto, Haidt sottolinea che i ragazzi con un forte senso religioso, radicati in una comunità che crede in forti valori, sono meno vulnerabili dei loro coetanei connessi. Questa generazione e le successive cresceranno senza radici, tagliate fuori dalla saggezza ereditata e costrette a navigare nel mondo solo con la guida dei coetanei e degli algoritmi. Tutto si fa per ottenere un like.
Si potrà arrivare a «distruggere la prossima generazione non con il terrore o la violenza, ma con la distrazione, la disconnessione e la lenta erosione di significato. Non se ne accorgerebbero nemmeno, perché sembrerebbe libertà e divertimento». Di qui i consigli di John Haidt: niente smartphone prima del liceo; niente social media prima dei 16 anni (come ha recentemente fatto l’Australia) e lo sta facendo la Spagna.
Siamo dunque all’alba di quella che assomiglia molto a una nuova Rivoluzione industriale. Occorre perciò cercare un equilibrio tra l’inevitabile impiego della nuova tecnologia e le loro applicazioni sociali ed etiche. Sarebbe un grave errore immaginare che si possa fare a meno della consapevolezza umana, della capacità di discernimento, del coraggio di agire, di sentimenti di creatività e di tutto quanto attiene all’umano. Ma nemmeno pensare alla IA come una soluzione salvifica a tutti i problemi dell’umano, rischiando di separare la tecnica dell’etica (tecnocrazia) e l’uomo da Dio. (Scientismo).
