Sempre più giovani intrappolati nella ragnatela delle ingiustizie sul lavoro. Sempre più scandalose situazioni di sfruttamento ed evasione fiscale. E non parliamo solo del sud ma anche del centro Italia. Lavori offerti con contratti scandalosi che promettono poi posizioni ottimali dopo i primi sei mesi, e contratti a tempo indeterminato con paghe a norma. I lavoratori accettano, convinti di riuscire a crearsi da lì a breve un futuro ed una famiglia ma dopo i primi sei mesi, passa il primo anno, il secondo …finché nulla cambia e si ritrovano messi alla porta solo perché chiedono di fare rispettare i loro diritti.
Una storia, mille storie, un volto, mille volti.
“Mario,27 anni, da tre anni in un’azienda. Gli avevano promesso l’indeterminato. Oggi lavora 10 ore al giorno e la frase fissa: «Se non ti va bene, fuori c’è la fila».” E così per Valerio, Giovanni, Giulio, Simona, Miriam…
Come queste, migliaia di storie che vanno raccontate. E vanno raccontate bene, col codice deontologico in mano perché non è solo un articolo di denuncia è un pezzo sulla via “Francigena” del lavoro, una strada che si sfalda, che viene percorsa con la speranza di arrivare ad una svolta, con sacrificio e impegno nell’attesa di contratti che non arrivano.
Perché è qui che il ricatto: “se non ti va, fuori c’è la fila” pesa di più: meno alternative, più fame di futuro.
Il meccanismo riferito da decine di testimonianze è identico: la promessa come esca, il ricatto come catena.
Dalle svariate testimonianze emerge uno scarto sistematico tra ore dichiarate e ore lavorate.
Il risultato, denunciano i lavoratori, è l’impossibilità di progettare una vita adulta.
Dal Centro al Sud, la stessa strada, dal GRA di Roma alla SS106 calabrese, la via del lavoro è una sola: fatta di stazioni dove il treno dell’indeterminato non passa mai.
Ma la casa che crolla, qui, si chiama futuro. E ripararla, oggi, vuol dire raccontare. Denunciare. Non comprare sogni. Pretendere contratti.
Perché un figlio non si veste con le promesse. E un mutuo non si firma col “poi vediamo”.
Bisogna dare uno schiaffo ai venditori di sogni, a discapito di chi ci crede ad avere un futuro serio lavorativo, con la possibilità di poter sottoscrivere un contratto di mutuo, di poter sfamare un bambino e di poterlo vestire e nutrire, offrirgli un domani. Ma fino a quando esistono regole proprie dei datori di lavoro che non vengono denunciate non ci saranno mai linee continue a garantire un lavoro che funziona. Ed ecco che i giovani lasciano i loro paesi per cercare fortuna all’ estero dove ci sono più opportunità di lavoro bene retribuite. Dunque perché penalizzare i datori che seguono le leggi a causa dei furbetti che preferiscono la furbizia ed i ricatti verso chi si rifiuta di lasciare la propria città di origine? Una morsa velenosa che rende tossica la realtà di coloro che vorrebbero lavorare dignitosamente in cambio del dovuto.
Chiedere un contratto a tempo indeterminato significa poter acquistare una casa e pagarsi un mutuo, al contrario vorrebbe dire solo una cosa: restare nel limbo dell’incertezza di vivere il domani.
Al lavoratore che viene messo alle strette dal lavoratore con false promesse che arrivano alla stretta fra restare o andare una sola cosa è dato fare:
Denunciare! Senza paura, perché chi non denuncia accetta passivamente ed è colpevole allo stesso modo di colui che minaccia. Il silenzio crea remissività e complicità. Ma molti temono ulteriormente ripercussioni scegliendo così di tacere. Il danno è a lungo termine. Una falsa promessa contrattuale non brucia solo un singolo lavoro: brucia la fiducia.
Si parte dalla esca dell’esperienza, offrono stage, collaborazioni, contratti a progetto con la promessa di stabilizzazione “se vai bene”. La stabilizzazione non arriva mai, ma l’esperienza resta non riconosciuta e sottopagata.
Spostamento del rischio: l’azienda scarica l’incertezza sul lavoratore. Si investe tempo, soldi per trasferirsi, formazione, ma senza tutele né prospettive reali.
Ed ecco l’effetto valanga dopo 2-3 contratti del genere a 24-28 anni, si è troppo “anziani” per gli entry leve e troppo “senza continuità” per i ruoli senior. Il mercato reputa come instabile, anche se il problema è stato il sistema.
Si arriva al ritardo nelle scelte di vita: casa, figli, mutuo diventano impensabili senza un reddito prevedibile. E si verifica la perdita di capitale umano: chi può, emigra o abbandona il settore. Chi resta, lavora in modalità difensiva, senza rischiare innovazione.
Un ciclo di sfiducia porta inevitabilmente al giro successivo, dove si accettano condizioni peggiori perché “meglio di niente”!
Non è solo colpa dei singoli datori di lavoro. Succede quando la norma consente contratti troppo flessibili senza responsabilità, e quando il controllo è debole. Ma succede anche perché il silenzio di chi ci è passato diventa “normale”.
Il problema è che “non cedere” suona facile finché l’affitto scade tra 10 giorni e si hanno solo 400€ sul conto. Per farlo capire ai giovani serve smontare l’idea che cedere sia l’unica scelta razionale.
Chi accetta il ricatto oggi paga interessi altissimi domani. Chi dice no e si muove meglio fa un investimento su sé stesso.
La leva più forte è questa: “Il tuo tempo è l’unica cosa che non ti ridanno indietro”. Un’azienda che ti chiede di svenderlo una volta, lo rifarà.
E così la gente non smette di fare figli perché non li vuole. Smette perché il conto non torna. Bisogna togliere il futuro dalla modalità “scommessa” di calcolare che un figlio è un progetto a 20 anni. Nessuno firma un progetto a 20 anni se il suo contratto scade tra 6 mesi.
Si parla sempre di quanto costa un figlio. Poco di cosa restituisce:
Il senso e priorità; molte persone dicono che mettere al mondo un figlio è l’unica cosa che ti costringe a smettere di vivere alla giornata e a costruire qualcosa di duraturo. Con l’arrivo di un bambino si crea la “rete “che ti riconnette con famiglia, amici, comunità. L’isolamento è uno dei motivi per cui molti rimandano.
Eredità pratica; non solo soldi. È una casa, un mestiere insegnato, una rete di contatti che tuo figlio parte già un gradino avanti.
Se si presentano solo i costi, la scelta è sempre di rimandare.
Fondamentale è normalizzare il fatto che non serve essere “pronti”, aspettare di essere pronti è il modo più sicuro per non farlo mai. Nessuno è pronto. La differenza la fa avere intorno persone che ti aiutano nelle prime fasi: partner, famiglia, amici, colleghi flessibili.
Incoraggiare significa anche dire: “non devi farcela da solo, e chiedere aiuto non è fallire”.
Bisogna parlare di vita concreta, iniziare a 25 anni invece che a 35 significa avere più energia e più tempo per veder crescere i propri figli. È calcolo, non retorica.
Il punto è avere un determinato controllo su lavoro, casa e tempo, così che il desiderio di figli, che già c’è in molte persone, smette di essere bloccato dalla paura. Partire già dall’ avere un tetto sotto il quale costruire un futuro garantisce una crescita, poi pretendere determinate condizioni lavorative è semplicemente un diritto. Certo permettere ad un lavoro di impedire la realizzazione di costruirsi una famiglia è non solo immaturità ma allo stesso tempo lassismo.
Non si scenda a compromessi improponibili, ma allo stesso tempo non si neghi alla vita di vivere in modo naturale privandosi della gioia di diventare genitori e di avere un giorno il piacere di lasciare in eredità il valore dell’importanza dei sacrifici fatti per amore. Si lavora per poter vivere, non si vive per lavorare! E questo certi datori devono imparare a capirlo!
