“Parole del tramonto” di Gennaro Malgieri si presenta come un’opera che sfugge alle categorie semplici: non è soltanto una raccolta di aforismi, né un diario intellettuale, ma una vera e propria meditazione sul destino dell’uomo contemporaneo. È un libro che nasce al confine tra memoria e disincanto, tra l’idea di un mondo che si sta ritirando e la necessità di trovare, proprio in quel ritiro, una forma possibile di senso.
Il “tramonto” evocato nel titolo non è soltanto una metafora estetica, ma una condizione esistenziale. Indica il declino di una civiltà dello stile, della misura e della profondità, sostituita da un presente che assorbe tutto e non lascia sedimentare nulla. In questo presente accelerato, che consuma esperienze e linguaggi, sembra non esserci più spazio per ciò che dura. E soprattutto non c’è più spazio per l’eternità: ogni cosa viene ridotta a istante, a frammento, a flusso. L’uomo contemporaneo vive dentro un tempo che non gli appartiene più, perché lo attraversa senza lasciargli possibilità di interiorizzazione.
Da questa condizione nasce una sensazione diffusa di smarrimento, che potremmo anche chiamare, senza eccessi retorici, una forma di depressione culturale e spirituale. Non si tratta solo di una sofferenza individuale, ma di un clima collettivo: una perdita di tensione verso l’alto, verso ciò che trascende l’immediato. Il libro di Malgieri intercetta proprio questa frattura, e la traduce in frammenti di pensiero che oscillano tra nostalgia e resistenza.
Uno dei nuclei più forti dell’opera è la riflessione sull’amore e sulla memoria. L’amore, in questa visione, non è mai scambio né possesso, ma dono che non chiede ritorno. È continuità che si protrae nel tempo, anche quando le forme della vita sembrano dissolversi. La memoria dell’amore diventa allora una forma di salvezza contro la dispersione contemporanea: custodire ciò che è stato significa opporsi alla logica della cancellazione. In alcuni passaggi, questa idea si allarga fino a includere una dimensione etica più ampia, che riguarda la responsabilità verso gli altri, soprattutto verso gli umili e i dimenticati.
Accanto a questo, emerge un’altra dimensione fondamentale: quella della solitudine. Per Malgieri la solitudine non è una deviazione o una patologia, ma una condizione naturale dell’uomo. Ogni individuo, in ultima analisi, è solo di fronte al proprio destino e al proprio pensiero. Eppure, paradossalmente, l’uomo contemporaneo sembra incapace di abitare questa solitudine, da cui fugge continuamente, come fugge dalla morte e dalla consapevolezza della propria finitudine. Riempie il vuoto con rumore, connessione, velocità, ma non riesce più a sostare nel silenzio che lo costituisce.
In questa fuga si inserisce anche una riflessione più dura sul presente: una società che ha smarrito lo stile e ha ceduto alla volgarità diffusa, non solo nei linguaggi ma anche nei comportamenti e nelle relazioni. La critica di Malgieri non è mai semplicemente moralistica; è piuttosto la denuncia di un impoverimento formale e spirituale che riguarda il modo stesso in cui l’uomo abita il mondo. Quando lo stile scompare, non scompare solo un ornamento estetico, ma una forma di rispetto per la realtà.
Il libro assume così anche una dimensione etica e civile. Malgieri parla infatti contro ogni forma di violenza sugli indifesi, contro la brutalità che spesso si esercita su chi non ha strumenti per difendersi. In questo senso, la riflessione culturale si intreccia con una preoccupazione morale precisa: la perdita di umanità che attraversa le relazioni sociali. Alla base di questa deriva egli individua anche la paura, una forza silenziosa che ha progressivamente reso gli individui più fragili e più controllabili. La paura, infatti, non solo limita l’azione, ma riduce anche la capacità di pensare liberamente, trasformando gli individui in soggetti dipendenti e rinunciatari.
In questo quadro, il concetto di “conservatorismo creativo” assume un significato centrale. Non si tratta di un semplice ritorno al passato, né di una difesa rigida della tradizione, ma di una tensione vitale verso ciò che del passato può ancora generare senso nel presente. È una forma di conservazione che non immobilizza, ma trasforma; che non chiude, ma apre possibilità di continuità culturale. In questo senso, si distingue nettamente da un tradizionalismo sterile, ripetitivo e privo di energia creativa.
“Parole del tramonto” diventa così un invito a ripensare il nostro rapporto con il tempo, con la memoria e con la solitudine. In un’epoca che sembra rifiutare ogni profondità, il libro di Malgieri insiste sulla necessità di recuperare uno sguardo più lento e più consapevole, capace di riconoscere che anche nel tramonto può sopravvivere una forma di luce. Una luce non eclatante, non spettacolare, ma discreta: quella che nasce dalla coscienza, dalla memoria e dalla dignità del pensiero.
(Parole del tramonto di Gennaro Malgieri- pg 74 – €12,00- straborghese edizioni)
