• 11 Giugno 2026
Itinerari

I borghi sono un linguaggio. L’incontro tra materiale e immateriale. Il viaggio comincia attraversando alcuni borghi e le civiltà si fanno storia e vita. In un linguaggio metaforico e poetico si inizia.

Così.

Si parte dal Sannio e si va avanti e si porta tutto negli occhi. Non si torna perché tutto resta dentro. Non si ritorna… Non perché la strada non consenta. Perché l’anima si ferma. Si ferma dove la pietra parla. Si ferma dove l’acqua è specchio. Si ferma dove il castello guarda. Il viaggio non è  soltanto fatto di chilometri. È paesaggio e vita. È rito. È memoria che cammina. Si va da Torrecuso a San Gregorio Matese passando per Castelvenere, salendo al Matese, toccando Roccamandolfi, scendendo a Letino. Ogni paese è un racconto. Ogni valle è un salmo. Ogni monte è un altare.

Si esce da Benevento e la terra si fa dolce. Si fa vite. Si fa Aglianico. Torrecuso sta. Sta, ungarettianamente, come nome di guardia. Torre che non c’è più. Torre che resta nella parola. Il borgo è una pendenza. È scale. È cantina. È torchio. Le case sono tufo. Sono giallo. Sono tempo. Qui il vino è teologia antica È sangue della terra. È fatica che si fa grazia. Si entra in una grotta e senti l’odore. Odore di mosto vecchio. Odore di botte. Odore di padre.

La storia è longobarda. È normanna. È contadina. È resistenza di epoche. I palazzi hanno portali. I portali hanno stemmi. Gli stemmi hanno il silenzio. Perché la nobiltà qui è muta. È pietra. È lavoro. La campagna intorno è ordine. È filare. È geometria che nasce dal sudore. Cammini tra le vigne e capisci. Capisci che la bellezza non è ornamento. È necessità. È pane. È vino. È misura. E la misura è sacra.

La strada scivola. Scivola tra colline basse. Scivola verso Castelvenere. Nome che inganna. Non è il castello di Venere. È un castrum. È fortezza. È difesa. Ma Venere resta. Resta nel vino. Resta nel rito. Resta nella terra che genera. Il paese è scavato. Scavato nel tufo. Le cantine sono cattedrali. Sono ventre. Sono fresco. Sono buio che conserva. Si entra e il tempo si ferma. Le botti sono madri. Le botti custodiscono. Le botti raccontano le vendemmie dei padri.

Castelvenere è pagano e cristiano insieme. È Falanghina e processione. È bacco e madonna. È bestemmia e preghiera. E la contraddizione non scinde. Unisce. Perché la terra non divide. La terra tiene. Tiene il santo e il fauno. Tiene la chiesa e la grotta. Tiene il grano e l’uva. Chi abita qui lo sa. Sa che il sacro non è un tetto. È radice. È succo. È ebrezza che diventa lucidità.

Da Castelvenere la strada sale. Sale davvero. Sale come verso un tempio. Il Matese appare. Non è un monte. È presenza. È Dio di pietra. È nuvola che si appoggia. È neve che resta. È pastore. È lupo. È aquila. È il silenzio che comanda. La strada si fa tornante. Si fa bosco. Si fa faggeta. Si fa respiro. L’aria cambia. Diventa taglio. Diventa purezza. Diventa preghiera involontaria. Metafore che si aggrovigliano.

Salire al Matese è rito. È iniziazione. Lasci la vite. Trovi la roccia. Lasci il tufo. Trovi il calcare. Lasci il rumore. Trovi il vento. Il vento qui ha voce. Ha memoria. Porta l’eco dei Sanniti. Porta l’eco dei briganti.  Porta l’eco di Dio. Perché Dio sul Matese non sta nelle chiese. Sta nelle cime. Sta nelle gravine. Sta nei laghi. Sta nel  vento.

Prima di toccare il cielo c’è Roccamandolfi. Sta. Sta come sfida. Sta su uno sperone. Sotto è abisso. Sopra il cielo. In mezzo c’è il borgo. È un castello. È rovina. È vedetta. Il castello longobardo guarda il Molise. Guarda la valle del Biferno. Guarda l’infinito. Le mura sono ferite. Le torri sono monche. Eppure stanno… Stanno come giuramento. Stanno come memoria. Stanno come padre che non muore.

Il borgo si stringe. Le case sono pietra grigia. Sono tetti di coppi. Sono vicoli che cadono. Sono scale che salgono al nulla. La gente è poca. È dura. È antica. Parla poco. Guarda molto. Sa che vivere qui è atto di fede. Fede nella pietra. Fede nella terra. Fede nel ritorno. Perché molti sono andati in America. In Svizzera. In Germania. Ma la casa resta. La chiave resta. Il nome sul campanello resta.

Da Roccamandolfi il panorama è infinito. Vedi tutto. Vedi la tua piccolezza. Vedi la tua grandezza. Vedi che l’uomo è nulla. Vedi che l’uomo è tutto. Perché solo chi guarda l’abisso può dire io sono. E dirlo senza tremare.

Si scende. Si attraversa il bosco. Si arriva a Letino. Letino è lago. È specchio. Il cielo è caduto. Il lago di Letino non è grande. È perfetto. È verde. È quiete. È preghiera liquida. Il paese sta sopra. Guarda. Si guarda. Le case sono povere. Sono dignitose. Sono vere. La diga ha cambiato il volto. Ha dato acqua. Ha dato luce. Ha tolto campi. Ha tolto memoria. Eppure il lago ha accettato. Ha accolto. Ha restituito bellezza.

Qui la storia è pastorizia. È transumanza. È formaggio. È neve. È isolamento. È brigantaggio. È resistenza. Letino è stato libero. È stato comune ribelle. È stato Comune. E lo è ancora. Perché la libertà qui non è bandiera. È scelta. È restare. È vivere a mille metri. È parlare con il lago. È ascoltare il Matese. È sapere che il mondo passa. E tu resti.

La chiesa è semplice. La piazza è piccola. Ma il cielo è immenso. E il lago lo raddoppia. E l’uomo sta in mezzo. E stando in mezzo, prega. Anche se non sa. Anche se non dice. Anche se guarda e basta. Perché guardare è già preghiera.

San Gregorio Matese. Il più alto. Il più solo. Il più vero. Il paese è pugno di case. È chiesa. È municipio. È silenzio. Intorno è pascolo. È pietra. È il cielo. È vento che non smette. Qui l’inverno è padrone. La neve chiude. La neve apre. Chiude le strade. Apre l’anima. Chi resta è un eroe senza medaglia. È pastore. È madre. È bambino che va a scuola con la neve alle ginocchia. È vecchio che conta le stagioni e non gli anni.

San Gregorio è confine. È Molise. È Campania. È nessuno. È tutti. È Italia che non si vede. È Italia che resiste. È Italia che prega senza chiedere. La montagna qui non è paesaggio. È destino. È pane. È morte. È Dio. Il gregoriano del nome non è caso. È canto. È monastero senza mura. È liturgia del passo. È rosario del freddo. È fede che non ha bisogno di parole.

Il viaggio finisce dove comincia. Si torns al Sannio e non sei lo stesso. Hai negli occhi il tufo di Castelvenere. Hai nel naso il mosto di Torrecuso. Hai nelle ossa il vento di Roccamandolfi. Hai nell’anima il lago di Letino. Hai nel sangue il silenzio di San Gregorio. Hai attraversato la storia. Hai attraversato il paesaggio. Hai attraversato te stesso.

Questo è viaggio. Non spostamento. È iniziazione. È battesimo di pietra e di acqua. È comunione di vino e di pane. È salita. È discesa. È permanenza. Perché chi ha visto il Matese non torna. Resta. Resta con lo sguardo. Resta con il cuore. Resta con il passo.

Dal Sannio al Matese non ci sono chilometri. Ci sono soglie. Ci sono madri. Ci sono padri. Ci sono dèi antichi. Ci sono croci. Ci sono vigne. Ci sono laghi. Ci sono castelli. Ci sono uomini. Uomini che restano. Uomini che custodiscono. Uomini che non parlano. E non parlando, dicono tutto.

E il tutto è bellezza. E la bellezza è patria. E la patria è qui. Tra Torrecuso e San Gregorio. Tra vite e neve. Tra tufo e cielo. Tra storia e silenzio. Tra uomo e Dio. Sempre. Una poesia che si racconta e resta incanto. Borghi e poesia hanno il linguaggio delle storie.

Autore

nato in Calabria. Scrittore, poeta, italianista e critico letterario. Esperto di Letteratura dei Mediterranei. Vive la letteratura come modello di antropologia religiosa. Ha pubblicato diversi testi sulla cristianità in letteratura. Il suo stile analitico gli permette di fornire visioni sempre inedite su tematiche letterarie, filosofiche e metafisiche. Si è dedicato al legame tra letteratura e favola, letteratura e mondo sciamanico, linguaggi e alchimia. È presidente del Centro Studi e Ricerche “Francesco Grisi”.