• 12 Ottobre 2026

Il calcio malato in Italia non è più una diagnosi passeggera, ma una condizione cronica. Tra la delusione cocente per l’ennesima mancata qualificazione ai Mondiali, i bilanci dei club in perenne affanno e un campionato percepito come vecchio e poco competitivo a livello internazionale, il sistema del pallone tricolore si trova di fronte a un bivio esistenziale. Non si tratta soltanto di un pallone che non entra in porta, ma del collasso di un’industria che non sa più rinnovarsi.

I sintomi del declino sono strutturali e certificati dai dati impietosi della FIGC e degli osservatori internazionali. In primis, la desertificazione dei vivai e l’assenza di giovani, la Serie A è uno dei campionati più anziani d’Europa. I calciatori italiani eleggibili per la Nazionale giocano appena una frazione minoritaria dei minuti complessivi. Trovare un talento locale pronto a esplodere in prima squadra è diventato un evento eccezionale, soffocato dalla fretta dei club di comprare stranieri pronti subito. Inoltre, la maggior parte degli impianti calcistici italiani sono vecchi, poco sicuri, scarsamente accessibile e inadatti a generare ricavi moderni paragonabili a quelli della Premier League o della Bundesliga. Inoltre, la sostenibilità economica è disastrosa. Molti club vivono sull’orlo del baratro finanziario, appesantiti da debiti enormi, costi di gestione insostenibili e una dipendenza quasi totale dai diritti televisivi, la cui attrattiva globale è in costante calo.

In tutto questo di chi è la colpa?

Puntare il dito solo contro gli allenatori di turno o i singoli calciatori è un alibi comodo ma scorretto. Le responsabilità sono condivise lungo tutta la filiera. Una classe dirigente miope e conservatrice, i vertici federali e le varie Leghe (Serie A, B, C) spesso antepongono gli interessi di bottega e la difesa del proprio orticello a una visione strategica d’insieme. Le riforme strutturali vengono continuamente rimandate per paura di perdere consensi elettorali interni.

I club e la loro paura del rischio sono un’altra causa. Le società preferiscono investire su giocatori stranieri a basso costo o operazioni di puro bilancio anziché rischiare sui giovani italiani. Pochi club virtuosi (come l’Atalanta o la Juventus con le seconde squadre) hanno scommesso con coraggio sui vivai e sulle “seconde squadre” in Lega Pro, osteggiate per anni dalla maggioranza dei presidenti. Inoltre c’è una base dilettantistica strozzata dai costi, la base del movimento — che dovrebbe nutrire l’intero sistema — soffre enormemente. Tra costi di gestione proibitivi per le famiglie per mandare i figli a fare sport e una frattura sempre più profonda tra il calcio d’élite dorato e i dilettanti, il bacino d’utenza si restringe.

Il salvataggio del calcio italiano richiede un piano industriale lacrime e sangue, fondato su interventi non più rimandabili:

Obblighi e incentivi reali per i vivai, introdurre vincoli stringenti sull’utilizzo di giocatori formati in Italia nei roster della massima serie, premiando economicamente (tramite sgravi e mutualità) i club che lanciano gli Under-21.

Semplificazione per gli stadi di proprietà: Lo Stato e i Comuni devono sbloccare la burocrazia infinita che blocca la costruzione o la ristrutturazione degli stadi. Senza arene moderne, polifunzionali e sicure 7 giorni su 7, i club italiani non potranno mai competere economicamente con i colossi esteri.

Riforma dei calendari e dei campionati: Ridurre il numero di squadre nei campionati professionistici (portando la Serie A o la Serie C a dimensioni più sostenibili) per diminuire la saturazione del calendario, alzare la qualità media dello spettacolo e alleggerire i bilanci.

Patto tra professionismo e base dilettantistica: Destinare una percentuale fissa e cospicua dei ricavi del calcio miliardario direttamente alle scuole calcio e al settore dilettantistico, azzerando i costi per le famiglie e garantendo tutele ai formatori.

Il tempo dei rinvii è scaduto: senza un cambio di passo culturale e politico, il calcio italiano rischia di passare definitivamente da “sport nazionale” a malinconico ricordo di un passato che non tornerà.

Purtroppo con l’elezione di Malagò, il teatrino del nuovo ct e il richiamo di chi è fuggito per soldi non è l’inizio di una riforma ma bensì il continuo sprofondamento del calcio italico che ormai non esiste più.

Autore

Campano, laureato in scienze politiche e relazioni internazionali, specializzato in scienze della politica in studi parlamentari all'Università della Sapienza di Roma. Collaborato con RadioSapienza, web tv e giornali web. Direttore della Biblioteca Comunale Safina di Gioia Sannitica. Sono stato presidente del Comitato Sviluppo e Territorio. Appassionato di viaggi internazionali e scrittura pubblicando un primo libro, un giallo ironico, in formato ebook, i segreti di filetto. Il libro è il primo capitolo su 4. Appassionato di storia, soprattutto locale.