Ricordate la celebre frase di Voltaire («Disapprovo quel che dici ma difenderò fino alla morte il tuo diritto di dirlo») ripetuta fino allo sfinimento a maggior gloria dei principi di tolleranza, democrazia e civile convivenza? Beh, abituatevi a farne a meno perché sta andando fuori produzione e a breve passerà completamente di moda. Sì, i tempi stanno per cambiare. Decisamente. Anche in quel paradiso artificiale fatto di regole perfette, principi immarcescibili e unanimismi intoccabili che chiamiamo Unione Europea, ma che dell’Europa è solo la parodia buro-tecno-finanziaria. Persino lì l’irresistibile Voltaire sembra destinato a cedere il posto al Grande Fratello di orwelliana memoria, con tanti saluti alla democrazia e alla sovranità popolare. E tutto avviene – qui sta il paradosso – in costanza di allarme per il solito “fascismo in agguato” e nel bel mezzo di una crociata bandita dalle democrazie per strappare l’Ucraina dalle grinfie dell’Orso russo. Balle.
La verità è che le classi dirigenti europee cominciano a considerare la sovranità popolare alla stregua di un serio fattore di rischio per il potere costituito. Ma invece di intercettare le cause profonde che spingono masse sempre più cospicui di cittadini verso partiti anti-sistema, preferiscono additarli come pericolosi estremisti. Confondendo, così, l’effetto con la causa. In pratica, è come prendersela con il termometro se segnala la febbre. E allora avanti tutta a colpi di strappi procedurali, forzature giuridiche, e modifiche costituzionali laddove occorrerebbero risposte politiche. Lo ha fatto la sinistra in Danimarca con interventi seri e severi sull’immigrazione e non a caso gode di ottima salute. Il resto è un pianto greco che dalla Francia alla Germania, passando per la Romania, tratteggia meglio di un trattato di politologia il livello di crisi raggiunto da sistemi politici un tempo molto celebrati, almeno quelli di Parigi e Berlino. Partiamo dalla Francia, patria di Voltaire e culla della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino. Al primo turno delle elezioni legislative del giugno scorso trionfa il Rassemblement National di Marine Le Pen. Come da istruzioni, scatta l’allarme democratico, tutti le si coalizzano contro e al ballottaggio vince la sinistra di France Insoumise guidata da Jean-Luc Mélenchon. A quel punto Macron che fa? Con un parlamento pullulante di nazionalisti, sovranisti e di comunisti trozkisti, chiama a formare il nuovo governo prima Michel Barnier e poi François Bayrou, due illustre cariatidi centriste senza voti. Chiaro il messaggio: senza il suo placet il consenso elettorale in Francia non vale una mazza.
Ma non è finita. Stando ai sondaggi, infatti, Marine Le Pen risulta ancora competitiva, e quindi pericolosa, come candidata alle presidenziali del 2027. A sterilizzarne le ambizioni, questa volta, provvedono i giudici del Tribunale di Parigi, cui basta dichiarare immediatamente esecutiva l’interdizione dai pubblici uffici appioppata alla bionda leader del Rassemblement insieme alla condanna a 4 anni per peculato per portare a termine la missione. Salvo miracoli, la candidata sovranista è fuori dalla corsa per l’Eliseo. Meno raffinata la tecnica usata in Romania. Qui sono i giudici della Corte Costituzionale ad azionare la leva giuridica che “corregge” la sovranità popolare, il cui verdetto si rivela molto sgradito all’establishment. A farne le spese è un altro sovranista, Calin Georgescu. A novembre esce trionfatore dal primo turno delle elezioni presidenziali. Ma i giudici annullano il voto ed espellono il candidato dalla competizione. Il motivo? Presunte e mai certificate interferenze russe nella campagna elettorale. Un gioco da ragazzi. Ma anche gli elettori romeni hanno la testa dura. E a riprova che i russi non c’entravano niente, al nuovo primo turno (è roba di questi giorni) premiano il nazional-conservatore George Simion, postosi in scia dell’escluso Georgescu, del quale ha ereditato anche i consensi.
Last, but not least, la Germania. Qui a farla da padrone è la professionalità e il rispetto maniacale delle procedure. Questi i fatti: l’Ufficio per la protezione della Costituzione (esiste davvero), gestito da un non meglio specificato Servizio Interno, ha proposto la messa al bando di Alternative für Deutschmark secondo partito alle ultime elezioni (ora primo in base ai sondaggi) in quanto «organizzazione estremista e antidemocratica». Già il fatto che in Germania – e qui siamo alle opinioni – esista ed operi un organismo dalla denominazione così orwelliana autorizza fortemente a dubitare del tasso di democrazia reale di quella nazione; che poi questo organismo sia affidato alle cure di “barbe finte” (forse anche 007 ammaestrati da ex-agenti della Stasi) trasforma il dubbio in sospetto; la circostanza, infine, che un covo di spie possa decidere chi debba governare un Paese di oltre ottanta milioni di cittadini, suona sinistra conferma che il rispetto della sovranità popolare sta andando veramente a puttane anche laddove meno te l’aspetti, cioè nella nazione più progredita e meglio messa d’Europa. Eppure c’è chi sostiene che una democrazia si difende anche così, cioè cessando di esserlo. Incredibile.
Coglie certamente più nel segno chi invece punta a giustificare il caso tedesco con il suo contesto. È vero: a differenza dell’Italia, l’altra potenza sconfitta nella Seconda guerra mondiale, che optò per una Costituzione dinamica, la Germania si dotò a suo tempo di una Costituzione statica, che non distingue – cioè – il metodo dal fine: entrambi devono essere democratici. Da noi, invece, solo il primo. È il motivo per cui da noi il Pci poteva aspirare all’obiettivo della dittatura del proletariato purché lo perseguisse attraverso il metodo democratico, vale a dire a mezzo di libere elezioni, mentre il suo omologo tedesco fu bandito nel 1956 e tre anni dopo, nel congresso di Bad Godesberg, lo stesso partito socialdemocratico si sottopose ad una vera purga ideologica per depurarsi di tutte le scorie del marxismo. E ancora: a differenza dell’Italia, che ha una costituzione antifascista (la XII Disposizione transitoria e finale è chiarissima in tal senso), quella tedesca contiene una doppia blindatura (antinazista e anticomunista). Una peculiarità imposta dallo status di nazione divisa dalla “cortina di ferro” e per questo assurta a simbolo stesso della “guerra fredda”. È però anche vero che ora quel mondo non esiste più. La Germania si è riunificata, la sede della sua cancelleria, come del suo Bundestag, è nuovamente a Berlino, capitale finalmente libera dal ferro spinato e dal Muro eretto dalla tirannia comunista.
Ma spiega meglio di ogni altro argomento la metamorfosi in atto la recente cancellazione del vincolo costituzionale dello Schwarze Null (Zero Nero), formula che stava ad indicare un bilancio statale in perfetto equilibrio. Più che un vincolo, un vero e proprio tabù. In Germania, dove il termine schuld indica tanto il debito quanto la colpa, non hanno infatti mai dimenticato che a mettere in ginocchio la Repubblica di Weimar, spianando la strada a Hitler e al nazismo nei primissimi anni ‘30 del Novecento, furono il mostruoso indebitamento seguito dalla svalutazione della moneta. Quel tabù è stato infranto. E ora che il ricorso all’indebitamento non è più verboten, proibito, il governo ha già stanziato la cifra monstre di 800 miliardi di euro per finanziare non già il celebrato welfare state teutonico bensì il piano per il riarmo e per le infrastrutture strategiche. Sarà un caso, ma è un fatto che insieme alla guerra sia tornata anche la Germania. E suggerisce niente il fatto che a cancellare lo Schwarze Null, a stanziare i soldi e a decidere il riarmo sia stato il Parlamento scaduto e delegittimato e non quello appena eletto?
Gira e rigira, l’essenza della questione è fin troppo chiara: nella Ue è in atto il divorzio tra virtù predicate – tolleranza, accoglienza e inclusione – e vizi praticati: esclusione di leader scomodi, messa al bando di partiti non omologati e respingimento di milioni di elettori indesiderati. Detto meglio, siamo al cortocircuito tra diritto e sovranità popolare. E allora: può un sistema democratico annullare elezioni, escludere candidati, mettere al bando partiti, far modificare la Costituzione a parlamenti scaduti e continuare a definirsi tale? Sono, inoltre, credibili come crociati della libertà quei governanti che non esitano a restringere il perimetro della democrazia per meglio controllare gli effetti dell’espressione della volontà e della sovranità popolare? E, infine, quale differenza sostanziale si potrebbe mai cogliere tra un’autocrazia che spedisce in Siberia gli oppositori di Putin e una democrazia che dichiarasse fuorilegge l’AfD sol perché propugna idee, tesi e soluzioni sgradite non tanto alla Costituzione tedesca quanto ai turiferari che bruciano incenso al delirio woke all’ideologia del politically correct?
Domande scomode, certo, e molto probabilmente destinate a restare senza risposte, che non siano quelle scontate degli assertori del dogma dell’infallibilità della Ue. In Italia sono già all’opera e, sotto sotto, non vedono l’ora di festeggiare una deriva tedesca anche da noi, semmai prendendo a pretesto il braccio teso di qualche testa rasata. Si capisce: più che preoccuparsi per il restringimento degli spazi di libertà in tutta Europa, Schlein e compagni trovano più rassicurante rimpannucciarsi nella flanella dell’antifascismo di maniera: costa poco e tiene al calduccio la base. Peccato, perché la temperie odierna richiederebbe ben altro coraggio. Già, la sfida che ha per posta la difesa della sovranità popolare contro l’uso restrittivo delle Costituzioni, così come il ricorso alle logiche emergenzialiste (ora sanitaria, ora climatica, ora militare, tutte con in canna l’accusa di “negazionismo”) è a tutti gli effetti una sfida per la riaffermazione del primato della politica. Neanche immaginano (e forse neanche sanno), Schlein e compagni, che fu soprattutto Togliatti a non volere bardature troppo rigide nella nostra Carta Fondamentale. Fosse stato per lui, non avremmo neanche la Corte Costituzionale. A muoverlo non era tanto l’amore per la democrazia, di cui è lecito dubitare, quanto la preoccupazione per il suo partito, sempre a rischio sopravvivenza per via del suo ruolo di quinta colonna di una potenza straniera e nemica come l’Unione Sovietica. È il motivo per cui è tuttora difficile in Italia mettere al bando i movimenti di estrema destra. Eterogenesi dei fini. In ogni caso, meglio noi che la Germania. Ci piacerebbe che a dirlo fosse anche la sinistra, che sul punto, come appena detto, ha meriti specifici. Ma non lo fa perché non avendo più un vero popolo di riferimento si sente in fondo garantita dal progressivo sopravanzare dei poteri teoricamente neutri o terzi, tipo magistratura, burocrazia, Quirinale. Apposta i suoi capi mentre bollano sdegnosamente come democrature nazioni come l’Ungheria o la Slovacchia, dove però nessuno annulla elezioni o mette fuori legge i partiti, ma non trovano una sola parola per censurare le acrobazie di Macron, le sentenze dei giudici romeni o i rapporti dei servizi segreti tedeschi, singolarmente convergenti nel farsi beffa della sovranità del popolo. Anzi, continuano a chiamare democrazia proprio quella roba lì. Un motivo ci sarà.
