Caro Dottor Roncone,
ho letto con grande interesse e piena condivisione il suo articolo apparso su “Sette Corriere” del 24 ottobre scorso dal titolo: “Marcello Veneziani. La destra lo ignora e lui si gode la sua morte civile” e le esprimo i miei complimenti per come ha colto molto bene un nervo scoperto che affligge quella parte del mondo di destra che ha sempre cercato di fare battaglie culturali che servissero poi a fare politica almeno dignitosamente ed ha individuato quello che rappresenta forse il punto più debole di questo governo di destra-centro.
Del resto, però, e lei certamente lo sa, questa non è una caratteristica – meglio una lacuna – che contraddistingue il momento storico che viviamo attualmente, perché purtroppo da sempre la destra, o meglio la politica politicante della destra partitica, non ha avuto un buon rapporto con la cultura. E non perché non vi fossero propri esponenti che la praticassero e la incarnassero, ma perché il partito di riferimento non l’ha mai ritenuta indispensabile per fare politica giorno per giorno e per cercare di curare un retroterra di pensiero e dottrina che dessero respiro alle singole attività nei vari ambiti della vita.
Insomma la destra, salvo pochi circoli ristretti prevalentemente giovanili, non ha mai pensato che senza di essa non ci si potesse muovere sui tempi lunghi e su orizzonti addirittura antropologici.
Chi le scrive, che viene da lontano, cioè dalle organizzazioni giovanili del MSI, quali la Giovane Italia ed il Fuan degli anni sessanta del secolo scorso, potrebbe citarle tanti episodi che certificano quanto le sto scrivendo.
Gliene racconto solo alcuni su tanti: quello della casa editrice Giovanni Volpe che stampava due rivista “La Torre” ed “Intervento” sulle quali apparivano articoli di Fisichella, Ricossa, Tamburi, Cerbone, Salleron, Gregor, Calderini, D’Ancona, De La Mora, Paratore, del Noce, tanto per citare qualcuno dei collaboratori. E che aveva pubblicato decine di titoli degli autori più noti che illustravano il panorama nazionale ed internazionale della cultura non conformista e conservatrice: da Panfilo Gentile a Jiulius Evola, da Piero Operti a Giuseppe Prezzolini, da Augusto Del Noce a Salvatore Valitutti. Alla morte del suo editore, animatore e mecenate, l’Ing. Volpe non si trovò nell’ambito del MSI chi ne raccogliesse l’eredità se non quel Giuseppe Ciarrapico noto alle cronache della finanze allegra e spericolata, che ne decretò la fine, addirittura gettando al macero centinaia e centinaia di copie di quei libri.
E poi come dimenticare le vicende che portarono alla chiusura della esperienza e dell’avventura, pressoché unica in quel periodo, dell’unica rivista che veniva diffusa in edicola l’“Italia Settimanale”, che fu fatta morire praticamente ad opera di esponenti della destra di allora e che tutt’ora sono in auge.
La verità, caro Dottor Roncone, è che, come bene scrive lei, per la destra, per questa destra, in particolare, contano “il senso di appartenenza e la fedeltà”, piuttosto che il merito, a dispetto della denominazione che è stata aggiunta al Ministero dell’Istruzione e piuttosto che le idee.
Quando finì la grande stagione berlusconiana, che era iniziata con e tra l’entusiasmo di tanti di noi, che avevano sperato di cambiare la storia con la destra che per la prima volta andava al governo dopo mezzo secolo di esclusione e emarginazione, ci chiedemmo cosa rimaneva di quella avventura in termini di costume, di cultura alternativa al progressismo, di modi e stili di vita, di concezione del mondo e della vita… come avevamo sognato. E la risposta fu deprimente: “praticamente nulla”.
Si ripropone oggi la stessa questione del rapporto tra la destra e la cultura e come contrastare l’egemonia culturale della sinistra. Occorrerebbero “delle buone idee, scriveva Ernesto Galli della Loggia sul “Corriere della Sera”, sapendo poi trovare le persone e i modi giusti per trasformarle in iniziative, in istituzioni, in prodotti, libri, mostre, film. È così che si acquista credito, autorità e influenza nel campo della cultura: credito che alla lunga diviene prestigio, e che nel caso di un partito finisce poi per riverberarsi su di esso e per trasformarsi in un importante capitale politico. Egemonia non vuol dire, infatti, avere una lista di posti a disposizione e cominciare a riempirli sostituendo gli amichetti degli altri con i propri, all’insegna del fatidico «levati tu che mi ci metto io».
Del resto “oggi che in Italia – scriveva dal suo canto lo stesso Marcello Veneziani su “La Verità” – governa ormai da tre anni la destra, oggi che negli Stati Uniti c’è Trump, oggi che la situazione internazionale è più controversa e meno uniforme, ci sarebbe da guardare le cose in maniera diversa, vedere profilarsi nuove prospettive, segnali di cambiamento, nutrire aspettative diverse. Invece la cappa perdura e non riesco a vedere nulla di promettente e di diverso rispetto a ieri. Anzi per essere più preciso, quello che è diverso rispetto a ieri non è promettente; tutto il resto prosegue come prima”.
Non vorremmo alla fine di questa esperienza di governo, che potrebbe durare anche tanti anni ancora – e ce lo auguriamo veramente – visto quello che offre sul mercato l’opposizione, che alla stessa domanda fattaci oltre 15 anni fa dovessimo darci la stessa risposta negativa e decidere come Marcello Veneziani, di non scrivere più.
Tanti cordiali saluti.
