• 22 Luglio 2026
Editoriale

Trump, presbiteriano di origine, oggi si definisce cristiano aconfessionale, sui generis, con un approccio del tutto personale alla fede, esplicitando un forte legame costruito con gli evangelisti conservatori, ovvero il 25% dei professanti dell’intera America. 

Il fondamentalismo religioso negli Stati Uniti d’America ha sempre stretto una forte alleanza con l’autoritarismo politico, processando gli aspetti meno spirituali delle religioni in sé, al fine di manipolare le dinamiche sociali secondo uno scopo prettamente contrario all’autodeterminazione anche semplicemente spirituale dei popoli, inficiando l’autorevolezza della politica e mascherando le sue derive più becere.

È bene precisare, per dovizia di comunicazione, che gli evangelisti americani, costituiscono non solo statisticamente il pilastro elettorale fondamentale della popolazione statunitense, oltremodo rappresentano le fondamenta del partito repubblicano, attraverso l’attivismo del leader Paula White, impostando un fondamentalismo, con una narrazione di distorsione, volta ad una  interpretazione letterale della Bibbia, ponendo le basi per un conservatorismo integralista, vicino ad una politica poco avanguardista e riformista, ma che palesa un autoritarismo gerarchico orizzontale, nello spirito di intenti e verticistico nell’assunzione di una divinità terrena fortemente politicizzata, al punto tale che lo stesso Donald Trump ne vuole assumere lo scettro, divenendo lui la divinità. Parliamo di un gruppo influente che unisce Battisti del Sud e al contempo pentecostali.

Oggi gli evangelisti, bianchi, in particolare sono il gruppo chiave del Trumpismo, fondamentale è la “rinascita spirituale” senza peccato, e l’opposizione ideologica alle ideologie Woke, infatti, il suddetto leader è stato nominato alla Casa Bianca a capo dell’ufficio della fede.

Il maggior peso politico è che la maggioranza degli evangelisti sono sionisti, e sostengono assolutamente Israele, propensi all’assunzione delle profetiche politiche imperialiste da raggiungere, per la determinazione israeliana nel Medio Oriente.

Demograficamente il movimento si ramifica all’interno degli Stati Uniti, associandosi di frequente al fondamentalismo cristiano, ponendo dei muri sociali invalicabili, e determinando un attivismo assoluto nelle politiche americane, creando un indistinguibile connessione tra fede e potere, come oggi si ha con la religione tecnologica finanziarizzata dal capitalismo,  che crea l’indistinguibile penetrante e indissolubile connessione tra conoscenza e potere, al fine di manipolare a prescindere, la vita sociale globale.

Trump è comunque ignaro delle conseguenze civili in corso, senza voler giustificare la sua posizione, che è chiara, anzi ha una logica strategica ben definita, al punto tale che non possiamo ben che mai connotarlo tra le demenze psichiatriche di questo secolo, ma tutto ciò colpisce ampiamente la vita politica americana, limitando ed eludendo una visione conservatrice riformista in grado progressivamente di apportare benessere, restringendo il campo di benefici all’élite regnante, sia essa bancaria o finanziaria.

Quando parliamo di approccio personale elitario e politico che Trump ha con la religione, farciamo e consideriamo la sua fede o meglio la sua relazione diretta con Gesù Cristo, allontanandosi dal cristianesimo vigente, per far sì che ciò diventi un potente strumento politico, un elemento strumentale della stessa base elettorale, dalla quale egli ha ottenuto un sostegno massiccio camminando verso un evangelismo nazionalista di altri tempi, ponendolo al centro dell’agenda di governo, eludendo ogni libertà di culto.

Certamente il rapporto con l’elettorato cattolico è diventato più formale e complesso, in crisi negli ultimi tempi, grazie anche ai suoi continui affondi verbali a Papa Leone XIV, che agli esordi poteva sostenere pariteticamente la sua visione sionista ed evangelista, forse anche antiislamista, ma sempre con un messaggio di pacificazione universale dell’evangelizzazione cattolica.

Tuttavia, Trump con questa sua simbologia spirituale e religiosa, così integralista, si rende ascetico verso una posizione volta a legittimare il potere e l’élite, in particolare verso quei sostenitori che lo vedono come un leader “salvato da Dio”, che parla per nome di Gesù, ma tuttavia sta trasformando il rapporto con la religione. Infatti, chi è più critico e obiettivo evidenzia una frattura incolmabile tra cristianesimo e politica, e molti ne denunciano una vera e propria strumentalizzazione, al fine di usurpare un ruolo trascendentale che appartiene non ad un leader politico ma ad un leader spirituale, quale è appunto il monarca del Vaticano.

La lotta evangelista fondamentalista, così assunta, pone dunque Trump in una visione di evangelizzazione di potere non mistico ma misto, tra il temporale  e lo spirituale, legittimato da una frattura anacronistica al potere e ai tempi, tra politica e religione, secolarizzando sempre più indirettamente il cristianesimo cattolico, e dissacrando la laicità delle istituzioni americane che un tempo emblematicamente erano rappresentate dai democratici, ma che hanno demonizzata con l’interferenza massiva nel caso Epstein e tentativi di elusione pubblica.

Oggi questa fascia di elettorato trumpiano ha reso sacra la stessa leadership del Presidente, divinizzandola e garantendone la durata della legislatura, addirittura riducendo le accuse di molestia sessuale a casi o meglio a peccati umani, proprio perché la sui generis fidelizzazione alla religione, sta ancora portando il continente americano sulla strada maestra della fede, salvo quando replica a viva voce, contro il Papa, in un ginepraio complesso del cattolicesimo, sminuendone  la fede cristiana e divinizzandosi al disopra del Pontefice in una ascesa verticistica che non si può comparare per nessun leader, tantomeno repubblicano a sfondo sionista evangelico.

La distruttività del culto trumpiano sta però dando prova di sé, sebbene sopravvissuto a diversi tentativi di assassinio, cade, proprio nell’asserire di essere stato salvato direttamente da Dio, provocando non una caduta di stile, ma una caduta politica.

Dopo la morte di Charlie Kirk, il suo messaggio religioso diventa sempre più aggressivo, definendo gli avversari il “male” estremo da cui difendersi, assumendosi personalmente il potere di distruzione globale, attraverso l’annientamento di una civiltà secolare, con l’intervento sull’Iran. Infatti, sebbene lo scopo, sembra irrilevante e ridicolo rimane puramente elettorale, e strategico, volto al mantenimento logico statistico di una posizione di fede, e di leadership costruita strutturalmente con scopi garantisti.

L’autoritarismo politico così strutturato, pone Trump tra una delle leadership americane più simboliche dei leaders politici-religiosi passati, forgiato per una ampia e vera battaglia apocalittica, dove da un lato si espone in primis con il suo anticristianesimo personalizzato e dall’altro con i suoi collaboratori di governo si espone per l’anticristo capitalistico finanziarizzato, professato da Thiel Palantir, anche in Italia. Inoltre con una  discriminante religiosa, che persegue vivamente, alimenta la “teologia della prosperità”,   un nuovo movimento religioso fondato da Oral Roberts, dove con l’osservanza della preghiera amplificata al massimo, profetizza e determina molteplici benefici economici nelle operazioni finanziarizzate, diciamo mistifica senza scrupoli speculativi, oltre ad aver negato servizi  sanitari a coppie omosessuali, nei limiti dell’astensione, eludendo la tutela dell’aspetto umano, indispensabile, perché tutti siamo cittadini e figli di Dio senza esclusione, professando così una fede estremizzante, che fa rabbrividire le menti razionali.

L’universalità dei diritti umani così perimetrati in un ambito evangelico integralista, attraverso un cristianesimo personalizzato che attacca molto apertamente ma implementa la secolarizzazione del cattolicesimo, pone altresì la visione dell’élite texana al disopra del processo politico repubblicano, enfatizzata e conclamata da ogni trumpiana azione.

Siamo alla pura idolatria del sé trumpiano divinizzato, sostanzialmente contraria agli insegnamenti di Gesù Cristo, in una teologia escatologica peggiore di quella della Chiesa medievale, perché fortemente politicizzata, dove il futuro è relegato ad un capitalismo di frontiera. Trump è ormai la guida seguita e osannata dei fondamentalisti e lo sarà anche nelle prossime guerre culturali del Medio Oriente. Trump, cerca di avvocare a sé non solo il potere politico e spirituale, in America e a livello globale ma esplica anche l’intento di delegittimare il potere legislativo e giudiziario, diventando il nuovo profeta religioso, intoccabile. In un conservatorismo che prescinde dalle fondamenta europeiste, avanguardiste e riformatrici, volte alla separazioni dei poteri spirituali, religiosi e politici, dove il potere si limita alla conservazione dei valori atemporali, attraverso un progresso in ascesa, che sia civile, sociale, comunitario e anche tecnologico, finalizzato alle uguaglianze nell’applicazione del diritto, e nel rispetto della sovranità dei popoli, sia per la diversità delle culture, per una politica di integrazione e mai di superiorità e supponenza.

Questa guerra di religioni posta in campo da Trump, con la sua ascesa al potere, non fa distinguo tra gli Ayatollah iraniani, e il nuovo Papa, che voleva accreditare alla sua assidua e incoerente ascesa spirituale, solo perché di nomina americana, volto verso una geopolitica imperialista ed ossessiva, determina una disputa certamente non ancora finita, che merita un attenzione rilevante, perché quando la politica mette in discussione la differenza tra il trono e l’altare, demonizzando la più antica delle tradizioni della modernità democratica europea, siamo culturalmente in pericolo.

La laicità tra Chiesa e Stato, non deve mai ambire a guidare il potere, e non deve mai avvenire per presunta benedizione religiosa, che Trump si arroga in maniera napoleonica, senza passaggi di forma come invece sostiene lo stesso Putin, che nel merito assume la stessa prosaica arcaicità, e quale benefattore, benedice imprese aggressive, con la disinvoltura del deus ex machina greco, protettore della divinizzazione tragica.

Ormai gli eccessi globali di autoritarismi spinosi sono messi in scena da leadership deviate e devianti il loro elettorato, non libero ma mai frustrato come ora, delegittimato ma giustificatosi con autorità spirituale, che appartiene solo ad un trono avvenuto per successione ereditaria mai confutata. Quando infatti i cardinali elessero Robert Prevost non intesero rendere omaggio alla Casa Bianca e al suo Leader, ma segnare un pontificato atlantico di intesa pacifica al fine di frenare il sionismo più corrotto, estremista, nella crisi del Medio Oriente.  Non intendevano creare un nuovo eresiarca, che si contrapponesse al Papa in carica, affermatosi con un linguaggio e un fare minaccioso, oggi siamo tutti speranzosi che l’intervento del ministro degli esteri statunitense possa ricomporre ad un livello sereno la comunicazione geopolitica atlantica.

Al fine che il suprematismo nazionale evangelico, si ridimensioni ad una teologia evangelica di apostolato meno apocalittica, senza guru divinizzanti la tecnologia e senza leadership carismatiche che siano in terra in grado di decidere tra il bene e il male, attraverso guerre funzionali a profezie semplicemente redditizie. Infatti, l’azione predatoria arbitraria trumpiana si deve ridimensionare, al fine di non essere espressione di un capitalismo senza frontiere, di un narcisismo politico surreale ai tempi post- moderni, anche perché la confuciana e serafica maniera del leader cinese offuscherà ogni grandezza atlantica spingendo verso un’orientalizzazione del potere.

Inoltre, l’europeismo di sopravvivenza, dei leaders europei, resta ed è sempre più pragmatico, per celebrare non una fede federalista ma assolutamente cooperativista finalizzata ad una salvezza globale competitiva e pacifica.         

Autore

Economista, Bio-economista, web master di eu-bioeconomia, ricercatrice Unicas, autrice e ideatrice di numerosi lavori scientifici in ambito internazionale. Esperta di marketing. Saggista, studiosa di geopolitica e di sociopolitica. È autrice dei saggi “Il paradosso della Monarchia” e di “Europa Nazione”, con prefazione curata da Gennaro Malgieri e autrice del libro di poesie "Un giardino d'estate".