Cercatore di Dio. Infinito dubbio che “impone” un viaggio che non smette di essere viaggio. Non ha importanza l’arrivo. Il porto e Itaca sono metafora di lontananze nella vastità della libertà tra il bene e il male. Cercare la libertà nel cercare Dio è oltrepassare il crepuscolo e avviarsi verso il tramontare.
Eugenio Ionesco, lo scrittore e drammaturgo rumeno è dentro questo tracciato che ha come riferimento il legame (rapporto) tra teatro e filosofia. Non può esserci teatro senza il pensare la vita lungo gli anni che conducono al morire. Ecco perché nella metafora del crepuscolo si condensano la fine del giorno e l’inizio di un tempo che va oltre il meriggio.
Si abita lo stupore perché si è circondati dalla meraviglia. Se non si percorrono queste due strade la ricerca di Dio di Ionesco diventa un ascolto e non una attesa. Eugène Ionesco è nato il 26 novembre del 1909 ed è scomparso a Parigi il 28 marzo del 1994. È dentro quella visione della cultura rumena nazionalità francese che ha assorbito l’esilio e il tragico.
Accanto a lui Emil Cioran e l’inquietudine. Accanto a lui Mircea Eliade e il labirinto della nostalgia. Temi e personaggi che caratterizzano il disegno di una profezia che ha come riferimento il dubbio e la fede. Ovvero il divino: “Dio non può morire. È l’unica cosa che non può fare. Se l’uomo è stato creato a immagine di Dio, l’uomo non morirà. Dio non lascerà estinguere la propria immagine”.
Lo scavo profondo che va oltre le “lacrime e santi” di Cioran tocca in modo percettivo e metafisico proprio il meraviglioso come ebbe a dire, al Meeting di Rimini del 1987: “Uno dei motivi principali per cui scrivo è senza dubbio per ritrovare il meraviglioso della mia infanzia, al di là del quotidiano, la gioia al di là del dramma, la freschezza al di là della durezza”.
L’infanzia è la griglia di un incipit in cui la ragione comincia a elaborare. Ma la ragione per Ionesco non trova spazio perché è il mistero che si innerva nella spiritualità: “Tutto è assurdo, e tutti sono assurdi, quando manca Dio” ( in “Tutto è assurdo quando manca Dio”). Sino ad arrivare a una naturale comparazione sul suo scrivere: “Io sono un costruttore di letteratura che è sempre stato un cercatore di spiritualità”.
Dunque un cercatore di Dio. Tra le sue opere teatrali e i saggi il suo linguaggio si erge a una immagine di stupore. Il senso religioso di Ionesco ha del mistico e non dell’assurdo. Egli stesso enuclea tale vissuto. L’assurdo è senza Dio. Il suo teatro e la sua scrittura sono la presenza di Dio. E non c’è intermittenza perché “…L’intermittenza è proprio la debolezza dell’uomo”, disse ancora Ionesco. Un cammino solitario verso la non dimenticanza della vita e del morire nella vita. Allora. Eugenio Ionesco. Cercatore di Dio tra il bene e il male. Non l’assurdo ma lo stupore.
