Più di così…, eppur non basta. Neanche l’aver (giustamente) salutato nel 25 Aprile il crinale storico che ha restituito all’Italia la libertà negata dal regime mussoliniano ha convinto i parabolani della Resistenza, con in testa Massimo Giannini di Repubblica, a consegnare a Giorgia Meloni la pergamena di “sincera democratica”, puntualmente promessale a ogni vigilia di Resistenza e puntualmente negatale per la sua (giusta) riluttanza a infilarsi nel trabocchetto dell’autodichiarazione di antifascismo. Non che le siano mancati riconoscimenti per le parole pronunciate, ma solo a mezza bocca e solo a prezzo di pensosi contorcimenti dialettici da parte dei giornali più pretenziosi. Anzi, a leggere l’intervista a Fausto Bertinotti sul Foglio, parrebbe addirittura alle viste una “fase due” con già incorporata una nuova richiesta di pari intensità e perentorietà. Non più sul passato remoto ma su quello prossimo. Non più sul fascismo, ma sul Msi: estirparne la radice, simboleggiata dalla Fiamma tricolore, dal logo di Fratelli d’Italia. L’obiettivo, ça va sans dire, già s’avanza e s’annuncia come il nuovo tormentone del prossimo 25 Aprile. Gli esami, insomma, non finiscono mai. Neppure per la premier.
Ce ne sarebbe abbastanza, in realtà, per far calare un pietoso sipario su questa farsa che appassiona solo gli antifascisti di mestiere. Fossimo in loro, ci chiederemmo piuttosto perché non c’è festa della Liberazione senza insulti (persino a Liliana Segre, tacciata di nazismo), senza polemiche (lo striscione della fornaia di Ascoli) e senza scontri (tra pro-Pal e Brigata Ebraica a Milano) e, soprattutto, perché, dopo decenni di strombazzamenti, inviti, appelli, esortazioni e mobilitazioni, la Resistenza stenti ancora a decollare come ricorrenza autenticamente nazionale. Il problema – a parer nostro – sta nel suo “difetto di fabbrica”: troppo appesantita e compromessa negli anni da una narrazione di fazione, a sua volta troppo a lungo circondata da reticenze, ombre e mistificazioni, per assurgere a patrimonio morale e civile degli italiani. Un “difetto” che ne ha a pompato a dismisura l’”effetto setta”, un tempo evidente ai soli “vinti”, fino a farlo percepire come sempre più soffocante dagli stessi esponenti delle formazioni partigiane non comuniste. Da policroma che era, la celebrazione della Resistenza si è tinta di profondo rosso, non certo il colore più intonato ad una strategia finalizzata a far uscire l’Italia dal lungo tunnel del dopoguerra che la tiene, non a caso, ancora incatenata. Ma tant’è: l’odio alitato da una guerra fratricida, si sa, supera in intensità tutti gli altri, ma spetta a chi vince impedire che continui ad ammorbare l’aria anche a combattimento finito. Tre anni di cruentissima guerra civile, ad esempio, non impedirono a Françisco Franco, di riunire i caduti spagnoli di tutte le parti in lotta nell’imponente sacrario della Valle de los Caìdos. Oltre il rogo non c’è ira. Anche così si archiviano caos, lacerazione e morte.
Da noi, invece, le sepolture sono tuttora rigidamente separate: solennità monumentale a maggior gloria dei soli vincitori, e cimiteri semiclandestini per i vinti. In compenso, la missione di riconquistare un minimo di concordia nazionale fu affidata prima all’amnistia in favore di chi si era macchiato di crimini politici, fascisti compresi, e per questo accolta da feroci critiche sul versante partigiano nonostante la firma di Togliatti, e poi alla nuova Costituzione che, però, oltre al comprensibile divieto di «riorganizzazione del disciolto partito fascista», stabilì anche il meno scontato esilio per i discendenti maschi di Casa Savoia, dinastia sì compromessa con il regime ma pur sempre artefice del Risorgimento e della nostra unità politica. Una duplice damnatio memoriaeche spiega molto della nostra fragilità politica così come del nostro deficit di cultura nazionale. Il senso di patria si uccide anche così. Fossimo in un libro giallo, ci porremmo a questo punto il fatidico “a chi giova?” che assale ogni investigatore alle prese con un delitto. Nel nostro caso, gli indizi rinviano inequivocabilmente ai dirigenti comunisti, gli unici a guadagnare politicamente dal mito della Resistenza permanente, nonché gli unici culturalmente attrezzati ad imporre la propria chiave di lettura della guerra di Liberazione. Se a distanza di ottant’anni siamo qui ancora a dividerci intorno alla sua ricorrenza è perché costoro furono abili a sequestrarne la memoria per poi incassarne come riscatto l’equiparazione antifascismo-democrazia. Un capolavoro di egemonia e di mistificazione che tuttora esime gli eredi del Pci dal dare conto del loro ultra-decennale ruolo di quinta colonna dell’Unione Sovietica, e il cui strategico e ambizioso sequel consisteva addirittura nel rimpiazzare il Risorgimento con la Resistenza nel ruolo di mito fondativo della nazione. Ma neanche una storia travagliata e un’identità fragile come la nostra si lasciano violentare a lungo senza avere una crisi di rigetto. L’operazione si è infatti conclusa a metà: è riuscito l’espianto del Risorgimento, ma è fallito il trapianto della Resistenza.
Il risultato è un’Italia senza più capo né coda, priva di ancoraggi storici unificanti e facile preda di localismi, leghismi, sudismi e spinte centrifughe varie, accolte fin dentro la Costituzione con la sciagurata riforma del Titolo V e, più di recente, con l’ancor più sciagurata legge introduttiva dell’autonomia differenziata. In compenso, ci balocchiamo a contare repubbliche (a proposito: quella in corso è ancora la seconda o è già la terza?) come fossero figurine di calciatori. I politologi la chiamano“transizione infinita”. Sarà. È vero, in ogni caso, che se il Risorgimento è ormai morto, neanche la Resistenza si sente tanto bene. A credere nella sua forza propulsiva sono rimasti solo quelli che un giornalista di sinistra del calibro di Antonio Padellaro ha sbertucciato come «antifascisti immaginari». Una casta di zelanti mandarini che dal culto resistenzialista lucra ogni ben di dio in termini di premi letterari, carriere folgoranti, ospitate a La7, recensioni compiacenti del libro fresco di stampa, paginate su Repubblica in caso di allarme “fascismo” (praticamente sempre), oltre che l’ambito status di perseguitato dal governo «destra-destra» (copyright Lilly Gruber) con tanto di palma del martirio trasmissibile agli eredi. Intendiamoci: nessuno nega che il 25 Aprile sia l’atto di (ri)nascita della nostra democrazia. È anche vero, però, che nessuno appare in grado di esibire anche l’attestato in grado di certificarne la sana e robusta costituzione. Apposta la festa della Liberazione sosta da tempo sul binario morto della retorica vuota, delle polemiche un tanto al chilo e del progressivo scadimento ad appannaggio di frange sempre più estreme e minoritarie. E a poco servono, in tal senso, a anche i ripetuti e altolocati tentativi di vitalizzarne il ricordo in uno sforzo che ormai rasenta l’accanimento terapeutico. Ma non c’è da stare allegri. Vale anche per chi non ha mai creduto né ceduto allo schema bugiardo e manicheo che fa cominciare la nostra storia il 25 Aprile del 1945. Passi pure, ma che almeno la si racconti giusta, assecondando verità politica e verità storica e senza trascurare il dovere umano della pietas verso i combattenti della «parte sbagliata».
La verità politica impone di rimuovere l’equazione antifascismo-democrazia, vero difetto di fabbrica del mito della Resistenza. Antifascismo e democrazia non sono sinonimi. Stalin e Churchill furono entrambi antifascisti, ma solo il primo lasciò il potere dopo aver vinto sì la guerra ma perso le elezioni. Il despota georgiano, invece, uscì dal Cremlino solo da morto e solo dopo aver sterminato i suoi rivali. Anche i partigiani, inoltre, erano in armi per obiettivi diversi, anzi inconciliabili: i comunisti aspiravano al “paradiso” sovietico, tutti gli altri si accontentavano della democrazia rappresentativa. I primi, infatti, in parallelo alla guerra contro nazisti e “repubblichini” puntavano alla «seconda ondata», in nome della quale non esitarono ad accatastare cadaveri con il pretesto di eliminare gli ultimi fascisti. In realtà uccidevano borghesi, proprietari, sacerdoti, liberali e persino partigiani di altro colore politico. Una mattanza che nel cosiddetto “triangolo della morte” durò fino al 1949. E che finì solo quando era ormai chiaro a tutti che la spartizione del mondo a Yalta e la conseguente assegnazione dell’Italia al campo occidentale rendeva impraticabile la rivoluzione proletaria nel nostro Paese. Ma il fuoco continuava a covare sotto la cenere: la suggestione della “seconda ondata” si rivelò infatti sufficientemente forte da alimentare nelle generazioni successive il mito della “Resistenza tradita”, fino a farla sublimare in progetto politico nel delirio terroristico delle Brigate Rosse. È il famoso «album di famiglia» di cui scrisse con onestà Rossana Rossanda in un corsivo pubblicato dal Manifesto nei drammatici giorni del sequestro Moro. Un modo pudico ma inequivocabile per tracciare la discendenza diretta tra Resistenza e terrorismo rosso. Non è strano che nessuno ne parli?
Il rispetto della verità storica obbliga invece a correggere la vulgata fiorita intorno al secondo conflitto mondiale e che ancora la racconta come uno scontro tra liberatori e oppressi, una crociata delle democrazie contro i totalitarismi. Falso. Fu guerra tra nazioni e fummo noi a dichiararla. E che nessuno dei belligeranti si prefiggesse l’obiettivo della libertà è certezza matematica che si ricava dalla presenza al fianco degli Angloamericani del sovietico Stalin, lo stesso che a guerra finita ridusse Europa dell’Est a immenso gulag abitato da morte e disperazione. Ci avesse invaso la sua Armata Rossa piuttosto che l’esercito Alleato avremmo dovuto aspettare ancora mezzo secolo prima di riabbracciare la democrazia. Altro che liberazione! Perché nessuno ricorda verità così elementari? Forse per illuderci di aver trasformato, attraverso la Resistenza, una sconfitta militare in una vittoria politica? Ma è follia: da uno scontro fratricida perdono tutti. Se proprio vogliamo festeggiare ripristiniamo la ricorrenza del 4 Novembre, quella sì autenticamente nazional-popolare. Ma l’abbiamo abolita anche per paura di inciampare in concetti come patria, autorità, doveri, troppo evocativi del fascismo per essere propinati alle giovani generazioni. E pazienza se insieme all’acqua sporca della dittatura abbiamo così gettato via anche valori irrinunciabili per qualsiasi nazione degna di definirsi tale. E qui arriviamo al capitolo più spinoso. Gianpaolo Pansa, una vita a scrivere cose di sinistra su giornali di sinistra, lo riassunse nel titolo del suo libro più letto e più esecrato dalla sua stessa parte politica: «Il sangue dei vinti». In questo senso, il 25 Aprile è da sempre un’occasione sprecata. Le nazioni che hanno coscienza di sé affrontano i severi tornanti del passato per rimarginare ferite ancora aperte. L’Italia, no: da noi a prevalere è sempre la tendenza a buttarla in caciara. Alle sfide del futuro, preferiamo l’immersione in un eterno presente, di cui è alibi supremo quell’”ora e sempre Resistenza” che da decenni rimbalza dai cortei antagonisti ai dorati saloni del Quirinale senza che cambi mai, se non in peggio, una virgola nella nostra vita civile o nelle nostre istituzioni. Si resiste e basta. Va bene, ma contro chi? E qui, di colpo, lo slogan pimpante scolora in reticenza, vaghezza, confusione. Chi lo pronuncia dovrebbe sapere che è operazione che rasenta, se non il truffaldino, almeno il ridicolo elevare a religione civile l’antifascismo in assenza di fascismo. I due nemici sono avvinti l’uno all’altro, sorretti dalla ferrea legge del simul stabant, simul cadent. Significa che i “resistenti” in servizio permanente effettivo avrebbero dovuto capire per tempo che la gloria del vincitore si rispecchia soprattutto nella pietas tributata allo sconfitto. Averlo voluto invece privare di ogni dignità, fosse anche quella umana, ha finito per togliere ogni ragione di sopravvivenza morale al vincitore. Anche per questo, anzi soprattutto per questo, da ottant’anni sul 25 Aprile aleggia la nube tossica della fazione e non lo spirito della nazione.
