La democrazia, intesa nella comune accezione di “governo del popolo”, fonda la sua teoria sul pieno coinvolgimento nei cittadini nel governo dello Stato, in maniera quanto più attiva e inclusiva possibile. E’ il principio cardine della democrazia ateniese, considerata dalla tradizione storica il primo esempio di governo democratico nonché autentico modello di governo politico, nel senso etimologico del termine: governo della e per la città. Nell’Atene del V secolo furono introdotti compensi per chiunque partecipasse all’assemblea, così da incentivare la partecipazione anche dei meno abbienti, che non avrebbero potuto sottrarre tempo al lavoro per prendervi parte.
Oggi le democrazie moderne, inclusa quella italiana, si realizzano attraverso meccanismi di partecipazione al governo che sostanziano la cosiddetta democrazia rappresentativa attraverso l’azione dei cosiddetti corpi intermedi, impegnati a filtrare, articolare e selezionare le domande della società civile. Emerge, quindi, lo stretto collegamento tra democrazia e partecipazione politica. Ma cosa si intende oggi per “partecipazione politica”? Certamente si tratta di un concetto che si è evoluto nel tempo ma volendo darne una definizione sufficientemente esaustiva potremmo connotarlo come quel processo attraverso il quale i cittadini esercitano i loro diritti politici, relazionandosi e influenzando le scelte politiche, sociali ed economiche potenzialmente più funzionali allo sviluppo della società; la partecipazione comprende una vasta gamma di comportamenti, dal voto, alla partecipazione a manifestazioni, all’adesione a partiti politici. Tuttavia, nel contesto odierno, è impensabile non considerare altre nuove forme di partecipazione, come le numerose espressioni di attivismo digitale.
Tali nuovi modelli di partecipazione tendono ad esporre, direttamente o indirettamente, le istituzioni rappresentative alle istanze ma anche alle pressioni dei cittadini: una maggiore partecipazione democratica è occasione per contribuire alla crescita della società nazionale e locale favorendo un processo di “codecisione” improntato all’inclusività e al coinvolgimento civico, facendo emergere i valori e i progetti che riflettono la sensibilità collettiva rispetto ai problemi sociali. Ma quando sono nate queste nuove modalità di partecipazione? Possiamo individuare, in Italia, un evento spartiacque? E oltre agli aspetti positivi, potremmo forse ravvisare qualche criticità in tali ulteriori possibilità espressive offerte dalla digitalizzazione?
Attualmente le tradizionali forme di partecipazione politica mediata dai partiti e dai corpi intermedi versano in una crisi profonda, come dimostra il calo della partecipazione elettorale e l’iscrizione ai partiti politici. canali convenzionali.
Come si è verificato questo mutamento, registratosi nel ‘900 e che dispiega i suoi effetti sino ai giorni nostri? Nel Secondo dopoguerra, l’Italia ha vissuto una stagione di forte mobilitazione politica: l’affluenza alle urne era massiccia, così come altissimo era il numero dei cittadini iscritti ai partiti. In particolare la Democrazia Cristiana, il Partito Comunista e il Partito Socialista, vere e proprie organizzazioni di massa articolate in sezioni presenti in maniera capillare su tutto il territorio nazionale, rappresentavano ampi segmenti della società. Fino agli anni ’70, più del 90% degli italiani partecipava alle consultazioni elettorali. Ma dagli anni ’80 si è assistito a un progressivo e inesorabile calo della partecipazione; i partiti tradizionali, incapaci di mobilitare e in crisi di consensi, hanno perso capacità attrattiva. Nei primi anni ’90 lo scandalo di Tangentopoli emerso a seguito delle inchieste di Mani Pulite, ha rivelato un sistema radicato di corruzione e clientele nel quale erano coinvolti i vertici delle istituzioni ed eminenti esponenti dei maggiori partiti. Lo scandalo rappresentò un punto di non ritorno per il sistema politico della cosiddetta Prima Repubblica e il preludio all’inaugurazione di una stagione “nuova”: la Seconda Repubblica sarà caratterizzata da una frammentazione dei partiti (complice la perdita di senso delle ideologie conseguente alla fine della Guerra Fredda) e da una disaffezione verso le istituzioni, culminata nel dato emblematico della partecipazione alle elezioni politiche del 2022, quando poco più del 63% degli italiani si è recato alle urne.
Ma abbiamo anche detto che parallelamente, e potremmo quasi dire forse paradossalmente, sono andate sviluppandosi altre forme di partecipazione, che non vedono più nella sezione di partito – per decenni fortemente capace di aggregare intere generazioni intorno all’idea e al progetto di partito – o nella piazza (è pacifico il richiamo al concetto espresso dal termine greco “agorà”) i luoghi del dibattito e della definizione di strategie politiche condivise. Espressioni eloquenti di questa trasformazione sono state le Primavere arabe del 2010–2011 e la piattaforma Rousseau, avviata dal Movimento 5 Stelle in Italia a partire dal 2016. Anche se si sono sviluppati in contesti diversi, entrambi i casi evidenziano una spinta verso modalità di partecipazione diretta alla politica non prive di insidie e contraddizioni, in risposta al clima di sfiducia nelle dinamiche rappresentative.
Le Primavere arabe hanno rappresentato un momento fondamentale nella storia politica recente. Scaturite dalla protesta di Mohamed Bouazizi in Tunisia, si diffusero rapidamente in Egitto, Libia, Siria, Yemen e in altri Paesi del Nord Africa e del Medio Oriente. Uno degli elementi centrali di tale mobilitazione è stato sicuramente l’uso strategico dei social media – Facebook, Twitter e YouTube – come strumenti per coordinare le proteste e veicolare informazioni alternative alla narrazione di regime. Le piattaforme digitali in quella circostanza hanno consentito di aggirare i potenti sistemi di censura dei regimi autoritari, favorendo una mobilitazione veloce e condivisa. Secondo Howard e Hussain (2013), questa partecipazione digitale è diventata una risorsa chiave per costruire un’opinione pubblica consapevole. Tuttavia i risultati di queste rivolte sono stati disomogenei. In molti casi le proteste non hanno portato a vere e proprie transizioni democratiche. In Egitto, per esempio, la caduta di Hosni Mubarak nel 2011 ha aperto solo brevemente la strada a un governo democratico, cui è seguita l’instaurazione di un nuovo regime autoritario con Abdel Fattah al-Sisi. In Siria e Yemen, le proteste si sono trasformate in conflitti armati devastanti. Solo in Tunisia si è riusciti a intraprendere una transizione istituzionale relativamente stabile.
Queste esperienze dimostrano che le piattaforme digitali, pur efficaci nel catalizzare e canalizzare il dissenso, non bastano, da sole, a costruire democrazie solide, in assenza di istituzioni capaci di gestire e stabilizzare la partecipazione. Se dopo essersi formata attraverso questi canali dovesse realizzarsi attraverso azioni concrete, mancherebbe alla partecipazione il vero e proprio spazio di confronto istituzionale nel quale dispiegarsi.
Facendo le debite proporzioni, notiamo un’analoga ambivalenza nel caso della piattaforma Rousseau. Progettata dalla Casaleggio Associati per il Movimento 5 Stelle come un rivoluzionario strumento di democrazia diretta online, la piattaforma metteva a disposizione degli iscritti uno spazio virtuale, ma definito, le cui funzioni consentivano la partecipazione a decisioni importanti come scegliere i candidati, approvare i programmi elettorali o decidere su questioni legislative. L’obiettivo principale era costituito dal superamento della mediazione dei partiti per restituire il potere decisionale direttamente agli iscritti, in nome dello slogan “uno vale uno”. Questa idea si inseriva in una critica più ampia all’élite politica e alla rappresentanza classica, punti salienti nel programma del Movimento.
Nonostante le promesse iniziali, anche in questo caso non sono mancate le criticità. Innanzitutto, Il controllo della piattaforma era affidato a un soggetto privato, la Casaleggio Associati, che non era sottoposto a reali meccanismi di responsabilità democratica. Questa criticità può in realtà essere estesa a tutte le nuove forme di partecipazione: gli spazi digitali non sono liberi, non sono piazze, ma sono entità gestite da privati dotati di ingenti disponibilità economiche e, di conseguenza, portatori di interessi propri nonchè in grado di bypassare qualsivoglia prassi democratica. E su queste “dimensioni” private agiscono attori estremamente influenti. È pertanto ovvio che il rischio di un’informazione fuorviante e di una conseguente polarizzazione del dibattito politico sia dietro l’angolo. Nel caso della Russeau, queste controversie hanno generato legittimi dubbi circa la trasparenza nelle modalità di voto mediante la piattaforma e circa il coinvolgimento effettivo di un limitato numero di persone rispetto all’intera base elettorale del movimento. Ma soprattutto, come già accennato nel caso delle Primavere, l’assenza di veri spazi di confronto e deliberazione ha alimentato il sospetto che la partecipazione fosse più simbolica che tangibile.
In definitiva, se da un lato le nuove forme di partecipazione politica rispondono a bisogni reali di inclusione, trasparenza e coinvolgimento, dall’altro pongono sfide importanti per la tenuta del sistema democratico. La partecipazione digitale rischia di rivelarsi effimera, poco strutturata e facilmente strumentalizzabile se non sostenuta da istituzioni solide e trasparenti. Non possiamo pensare – e non sarebbe forse neppure auspicabile date le attuali contingenze economiche e sociali – di poter rinunciare completamente alle tradizionali forme partecipative, di cui andrebbe piuttosto promosso un rinnovamento. La sfida semmai oggi è riuscire a integrare le innovazioni digitali in modo critico e consapevole all’interno di un sistema democratico che sia inclusivo, stabile e capace di rappresentare realmente i cittadini, evitando illusioni di potere che non si traducono poi in effettiva incidenza. Come fare? La risposta è difficile e certamente non univoca. Dando per scontata l’irrinunciabilità dello strumento tradizionale del voto, la politica dovrà impegnarsi per garantire una diversa partecipazione popolare libera, al di là delle tradizionali identificazioni ideologiche, ma altrettanto valida e influente. Solo così si potrà ricucire l’ormai decennale strappo tra l’amministrazione della cosa pubblica e il cittadino.
