• 22 Luglio 2026
Editoriale

La grande contraddizione che moltiplica non solo gli squilibri europei ma anche l’impossibilità di creare benessere e ricchezza europea, è l’enorme massa di risparmi generata da una forte propensione al risparmio nel circuito economico, ma è anche l’enormità di extraprofitti che non diventano investimenti, ergo non per una sostanziale mancanza di risorse, ma per una contingente assenza di aspettative, derivante prima dagli attori risparmiatori, e poi dagli attori economici che non hanno un immaginazione propedeutica a realizzare il futuro, poiché il futuro presenta numerose poli crisi, e perché  i secondi sono propensi a disegnare un futuro teso da grandi tensioni geopolitiche.

L’irrazionalità così economica generata da tensioni e da crisi geopolitiche, crisi energetiche, e l’avanzare di un capitalismo sorvegliato e sorvegliante di paradigma finanziario, ritrae la civiltà europea da prendere delle posizioni di economicità superlative, a meno che non siano di difesa e di debito antisistema, concentrate sul welfare.

E’ noto che non si può rispondere con più debito agli shock economici, come è nota storicamente la critica della posizione dei Paesi Bassi al debito pubblico italiano non solo per una loro visione rigorista del debito pubblico, infatti, già nel 2020 con l’allora Primo ministro Mark Rutte l’Olanda si era opposta con una non condivisione dei debiti europei affermando che la gestione italiana dell’epoca era del tutto irresponsabile. La rigorosa disciplina di bilancio è elemento di attrazione e di stabilità per numerose multinazionali che individuano nella odierna Olanda un supporto ai loro investimenti, poiché i Paesi Bassi si caratterizzano come un reale “Paradiso fiscale” in grado di assorbire risorse finanziare per rinvestire.

Mentre la flessibilità richiesta dall’Italia, sui conti di bilancio, anche oggi sembra supporre una flessione antisistemica contraria ad un Patto di Stabilità, che rigorosamente impone una crescita più metodica e assertiva alla dimensione esterna europea, ma che economicamente determinare un ulteriore disciplina ad economie già stagnanti, come lo sono quelle europee, significa comprimere ulteriormente la domanda sia interna che esterna.

Il tutto così compresso piloterebbe verso un deficit spending ovvero verso una spesa in disavanzo, attuata con una politica economica in cui gli Stati membri aumentano la spesa pubblica finanziandola tramite nuovo debito o emissione di titoli, invece che aumentare le tasse. Un sistema ispirato al keynesismo, che dal lato teorico stimola la crescita economica e al contempo l’occupazione, ma se usato in regime di recessione, rischia di generare inflazione e di aumentare il debito. Dunque, l’espansione economica per aumentare la domanda aggregata, fa naufragare con essa il reddito nazionale, infatti gli effetti di spiazzamento o di crowding out, ridurranno gli investimenti privati, interni ed esterni e determinano un alto deficit pubblico, pertanto, vincolarsi agli accordi di stabilità europei è una forma di autocontrollo razionale.

Certamente sul piano internazionale la concentrazione sul dollaro, ormai superata dai Brics spinge a domandarsi come superare gli squilibri che si determinano tra i paesi europei in relazione alla dimensione globale e come fare per evitare che questi diventino instabilità globale.

La produttività cresciuta negli anni 30 con l’automazione, spinse a riflettere sulla riduzione del lavoro, non solo in termini capitalistici, ma anche in una forma di automazione industriale che andò oltre l’applicazione della forza lavoro e ridusse i margini di reddito al punto tale da comprimere la domanda di consumo, indebolendo l’intero sistema , nella contemporaneità la nuova versione di automazione declina verso l’intelligenza artificiale, determinando delle risacche di nuova compressione della domanda, speculare su questa dinamica è illogico non solo in termini economici ma anche ideologici.

Il neo pragmatismo commerciale sta superando il neo keynesismo, e forme di politiche aggressive in termini commerciali non sono più auspicabili, anche perché lo stesso Keynes, non si può conclamare come il teorico della chiusura dell’equilibrio, anzi, cercò di promuovere e proteggere il mercato interno senza sovranismi e senza accumuli che si spendevano su insostenibili contrazioni degli investimenti, ma il suo reale obiettivo era impedire che gli squilibri esistenti tra i vari paesi, diventassero crisi sistemiche irreversibili.

La lezione magistrale di Keynes, sostenitore della sostenibilità di equilibrio, ma ancor più della non insostenibilità degli squilibri, nasce da una misura di metodo, che induca a guardare con attenzione il mercato e i suoi cambiamenti al fine di rivoluzionare una logica strategica dell’aumento del deficit pubblico o del deficit anche industriale, sovvenzionato quest’ultimo dal sistema finanziario con lo scopo di addivenire ad una resilienza sorvegliata dell’offerta in funzione di una domanda anomala non più cosciente.

Siamo in un’epoca, in cui la politica economica è nel mezzo dell’austerità dell’IA e della non spesa strategica del sistema, una spesa che non parte dal basso ma viene calata dal sistema finanziario, con implicazioni propedeutiche di sorveglianza, al fine di non sbagliare l’obiettivo, dunque, Keynes non va ripudiato nella sua formula teorica e chiedersi se avesse ragione e anacronistico ai tempi postmoderni, o postideologici.

Certamente le sue teorie economiche, è evidente che monetariamente non sono state mai applicate per evitare di redistribuire il potere, di anticipare la de-dollarizzazione attuale, in altre parole si è inteso glissare la lezione keynesiana volutamente cercando di evitare anche la redistribuzione del reddito, manipolando gli utili al fine di una produttività da non condividere.

Ancora oggi viviamo dei disequilibri economici generati da disequilibri di potere, volutamente applicati, senza porsi delle domande efficaci per il sistema economico, come ad esempio, essere più flessibili senza generare deficit, sia nell’ambito pubblico che privato.

L’economia è diventata un malato cronico, dove la cura non si occupa delle concause ma di rimediare agli effetti collaterali dei farmaci, prodotti e somministrati per ridurre i dolori lancinanti che politici maldestri stanno procurando.

La lezione keynesiana applicata alle poli-crisi, generate per lo più dall’incauta politica di leaders aggressivi, rimane estremante valida e resta molto influente nel dibattito economico contemporaneo, infatti l’intervento statale, nucleo del pensiero di Keynes, per sostenere la domanda aggregata, è auspicabile nei mercati non ancora regolamentati o oggetto di aggressioni geopolitiche.

Gestire le crisi più disparate contemporaneamente resta pur sempre cruciale l’ausilio dell’intervento pubblico per stimolare l’economia anche in fase di recessione, infatti, Keynes ha suo modo ha evidenziato che non è la produzione offerta a generare spinta all’economia, ma la domanda effettiva ovvero aggregata, specialmente se in momenti di crisi è lo Stato ad intervenire e colmare vuoti del sistema.

Certamente resta attuale il Paradosso del risparmio, specialmente in tempi di crisi, rompendo il ruolo della moneta e l’equivalenza tra risparmi e investimenti, analisi di Keynes, centrale per comprendere le dinamiche della macroeconomia, in un Capitalismo Finanziarizzato, dove i rischi di deficit pubblico potrebbero essere colmati, nella contemporaneità da una domanda più complessa rispetto al passato keynesiano.

Keynes teorizzava in un assioma di massima occupazione, involuzione oggi sistemica che ci consente con le crisi molteplici e la disoccupazione dilagante da controllare, di dover comunque applicare la sua teoria, quantomeno di utilizzarla per capire come procedere. Le politiche di sostegno alla domanda sono dunque essenziali, senza diminuire il salario reale, o porlo al minimo ma renderlo complessivamente contrattuale in termini sindacali, altrimenti entrano in gioco l’aumento dei prezzi delle merci vendute, condividere questi obiettivi è necessario a livello europeo, per ridurre gli effetti antisistemici delle poli-crisi.

Così sarà lo stesso livello di occupazione d’equilibrio ad assicurare la produzione globale, sebbene questa resta sempre assorbita dal mercato perché esiste un tasso di interesse che mette in equilibrio risparmio ed investimenti.

Autore

Economista, Bio-economista, web master di eu-bioeconomia, ricercatrice Unicas, autrice e ideatrice di numerosi lavori scientifici in ambito internazionale. Esperta di marketing. Saggista, studiosa di geopolitica e di sociopolitica. È autrice dei saggi “Il paradosso della Monarchia” e di “Europa Nazione”, con prefazione curata da Gennaro Malgieri e autrice del libro di poesie "Un giardino d'estate".