«Per la sua potenza di scrittrice, sostenuta da un alto ideale, che ritrae in forme plastiche la vita quale è nella sua appartata isola natale e che con profondità e con calore tratta problemi di generale interesse umano», l’Accademia svedese assegna il premio Nobel per la letteratura a Cosima Grazia Deledda. Il 10 dicembre 1927 la scrittrice sarda ritira il premio relativo al 1926, anno in cui non fu individuato alcun vincitore. È la prima e unica scrittrice italiana, ma anche la prima donna italiana ad aver ricevuto l’ambito riconoscimento. Passeranno sessant’anni prima che un’altra donna, torinese, abbia la stessa onorificenza: Rita Levi Montalcini, per la Medicina nel 1986. Prima della Deledda una sola donna era stata insignita del Nobel: Marie Curie, e per ben due volte. Nel 1903 per la Fisica e nel 1911 per la Chimica. Singolare e per certi versi unico, dunque, il profilo artistico di Grazia Deledda, come la sua esistenza. Sicuramente favorita dalle condizioni economiche della famiglia, dopo la quarta elementare fu affidata alle cure di un precettore che trovò fertile terreno in una mente fervida e predisposta all’apprendimento, tanto da continuare poi da autodidatta. Per la sua formazione sarà di primaria importanza la frequentazione della ricca biblioteca dello zio materno, sacerdote. Qui lesse ogni genere di libro, senza alcun ordine prestabilito: i classici latini e greci, opere apologetiche, Chateaubriand e la Bibbia, che ispirò i nomi di vari protagonisti dei suoi scritti (Noemi, Ruth, Lia, Paulo, Maddalena).
Anche le opere di Tolstoj e Dostojevskijinfluenzeranno molta della produzione deleddiana. Le tematiche dell’eterna lotta fra Bene e Male, l’allettante caduta nell’inferno del peccato e la tormentosa redenzione, la colpa e l’espiazione, saranno calate in un contesto geografico ben riconoscibile, la terra sarda. E pensare che Nuoro nel 1871, anno di nascita della Deledda, era un luogo pressoché sconosciuto, nel cuore della Barbagia, abbarbicato a piante secolari e crostoni rocciosi. Per la sua stessa conformazione fisica, il territorio nuorese contribuiva a isolare la società locale, rendendola particolarmente chiusa e diffidente nei confronti di qualunque novità che potesse, in qualche modo, intaccare ataviche tradizioni e radicate convinzioni. Come non poteva stare stretta questa mentalità alla giovane Deledda, curiosa e ansiosa di realizzare i suoi sogni di scrittrice? È costretta a scrivere di nascosto, in un ambiente in cui il solo leggere romanzi o novelle per una donna costituiva uno scandalo (l’attività intellettuale era prerogativa del genere maschile), oltre che marchio di peccato, vizio e perdizione. Grazia Deledda ha vissuto un’adolescenza conflittuale: da una parte l’attaccamento alla terra natale, mai rinnegata, dall’altra il bisogno di strapparsi da vincoli e pregiudizi che le impedivano di realizzarsi. Per non parlare della fondata eventualità di essere emarginata. Sì, questo era il rischio a cui, tuttavia, non si è sottratta.

La sua reazione ha messo in luce le contraddizioni di una società in agonia, insensibile alle legittime istanze giovanili, prima fra tutte la presa di coscienza delle personali capacità. Non si è trattato di un tradimento. Al contrario, come la stessa motivazione del premio Nobel ha giustamente evidenziato, l’intera opera deleddiana è costruita intorno alla cultura e alla società della sua isola, che auspicava fosse governata in modo più aperto e lungimirante. Per questo nel 1909, giàresidente a Roma, accettò che il suo nome comparisse nella lista del Partito Radicale Italiano per la candidatura alla Camera. È appena il caso di ricordare che mentre nel Nostro Paese le donne non avevano ancora il diritto di votare, Grazia Deledda fu la prima donna candidata al Parlamento italiano. Questa scelta fu vista come una provocazione contro la candidatura maschile (peraltropilotata) e un sostegno per l’istituzione del suffragio femminile.
Antifascista e femminista ante litteram, non le furono risparmiati feroci insulti sessisti e polemiche. Il concetto era “che continuasse a scrivere romanzi e a far figli perché il resto è roba da uomini”. Non aggiungiamo altro, lasciamo ulteriori riflessioni a lettrici e lettori. Ovviamente non venne eletta. 31 voti, dei 34 ottenuti, furono contestati. Invece, quello su cui tutti concordano, ancora oggi, è la validità della sua opera artistica. Ha ricevuto onorificenze di ogni tipo anche dopo la sua scomparsa (1936) e fino ai giorni nostri. Pensiamo al traghetto, ma anche a un cratere del pianeta Venere che portano il suo nome. Dal mare alle stelle, passando per l’aspra terra sarda che le intitola parchi, scuole, musei e persino una centrale termoelettrica. Le motivazioni sono evidenti. Cosima Grazia Deledda ha portato la Sardegna nel mondo, attraverso innumerevoli romanzi, novelle, un ‘autobiografia ediversi film sono ispirati ai suoi testi.
Indelebili alcuni personaggi: Elias Portolu; il vecchio Pietro Carta; Pietro Benu e Maria Noina; la monaca che riceve l’amante nella cella; la serva Cicchedda e il giovane padrone; Efix e Noemi. Queste e molte altre sono figure letterarie di grande spessore. Di rado negli scritti deleddiani ne troviamo la caratterizzazione in stile naturalistico. Attraverso comportamenti istintivi, azioni spontanee, gesti naturali e connaturati al contesto reale in cui sono calati, i personaggi della Deledda rappresentano ciascuno una passione, un vizio, un peccato o una virtù, che a loro volta diventano i veri protagonisti della vicenda narrata. La natura, i paesaggi stessi sono personaggi e parte integrante del racconto. “E il cavallo riprese a salire […]: su per le chine rocciose, dalle quali il vento aveva spazzato le foglie e denudate le grandi radici degli elci, rossastre contorte e avviluppate come serpenti […] Dopo le radure, di nuovo il bosco: sentieri umidi, piccoli corsi d’acqua, profumo di giunco, erbe calpestate da greggi ed armenti” (Il vecchio della montagna). E ancora :“ Ogni tanto si fermava volgendosi a guardare il poderetto tutto verde fra le due muraglie di fichi d’India e la capanna lassù nera fra il glauco delle canne e il bianco della roccia gli pareva un nido, un vero nido […]La giornata era stata caldissima e il cielo d’un azzurro grigiastro pareva soffuso ancora della cenere d’un incendio di cui all’occidente si smorzavano le ultime fiamme; i fichi d’India già fioriti mettevano una nota d’oro sul grigio degli orti e laggiù dietro la torre della chiesa in rovina i melograni di don Predu parevano chiazzati di sangue. […] Chiudeva gli occhi ma non dormiva: riaprendoli vedeva lo stradone giallognolo perdersi tra il verde e l’azzurro delle lontananze, su verso i monti del Nuorese, giù verso il mare della Baronia, e gli pareva di esser sempre vissuto così, sull’orlo d’una strada metà percorsa metà da percorrere: laggiù in fondo, aveva lasciato il luogo del suo delitto, lassù, verso i monti, era il luogo della penitenza.” (Canne al vento)
Molti gli studi critici sull’opera di Grazia Deledda. Da Luigi Pirandello ad Alessandro Marongiu, da
Renato Serra ad Attilio Momigliano, tutti autorevoli e non sempre benevoli. Fra i più recenti ci piace ricordare “Fiore sardo” di Maria Ivana Tanga, la quale attraverso un’attenta disanima dellaprosa di Grazia Deledda ci immerge nel mondo pastorale sardo. Quello reale, non fittizio o bucolico. “E quelli lì sai cosa sono? Sono fusti di canna gurpina, buoni a far cannelli da pipa. I pastori si fanno le pipe così. Eh, i pastori non sono come i signori, sai, che vanno dal mercante e comprano le cose belle e fatte: i pastori s’arrangiano: e tu ti fari pastore, eh? – Io mi farò pastore, sì– disse il bambino. ( Elias Portolu).
E le cose non sono cambiate. I pastori, i contadini, i poveri continuano ad “arrangiarsi”.
