Durante il Natale i cristiani si prostrano davanti all’immagine di Gesù bambino. Sono gli stessi che il Venerdì Santo si genuflettono davanti al crocifisso. Per inquadrare la storia del culto a Gesù Bambino, c’è un ottimo e documentato studio del sacerdote spagnolo Michele Dolz dal titolo, «Il Dio Bambino. La devozione a Gesù Bambino dai Vangeli dell’infanzia a Edith Stein», io ho letto la prima edizione, quella pubblicato da Mondadori nel 2001. Il libro è stato riedito nel 2020 da Ares di Milano. Nel testo il sacerdote ci spiega dove è nato questo culto e come si è sviluppato all’interno della Chiesa. Soprattutto racconta quali sono stati i santi a praticarla, a svilupparla e a diffonderla. Inoltre il testo elenca quali sono le immagini più celebri e venerate. Sviluppa le ragioni teologiche che sostengono questa devozione.
Nel libro si fa riferimento a visioni, rivelazioni, apparizioni e fenomeni mistici straordinari, veri o presunti. L’interesse del sacerdote è quello di comprendere come veniva vissuto in determinati ambienti la devozione al Gesù Bambino. Naturalmente, anche Dolz ha dovuto fare delle scelte, una selezione, soffermandosi su quei santi che hanno vissuto con eroismo la loro devozione e forse le loro esperienze mistiche. Una devozione vissuta non solo dai religiosi, ma anche dal popolo. Le radici di questa devozione sono da ricercare nei Padri della Chiesa, a cominciare da Sant’Atanasio (295-373), vescovo di Alessandria in polemica con i manichei è interessato a difendere il corpo umano di Gesù che nasce da Maria con un corpo vero e si nutre di veri alimenti. Poi S. Gregorio Nazianzeno (329-390) che propone i vari personaggi intorno alla nascita di Gesù descritti nel Vangelo. Poi ci sono le descrizioni di Sant’Ambrogio e S. Girolamo che dimorò per lunghi anni a Betlemme.
Una eccezione nel panorama patrististico è S. Leone Magno 8400-461) che ha dedicato ai misteri dell’infanzia numerose omelie.
Pertanto Dolz può scrivere: «mentre la contemplazione del Bambino nel presepio ci mostra la debolezza umana, l’annuncio degli angeli ne rivela la grandezza divina. Ai magi appare come Re, mentre fuggendo da Erode dimostra di essere un vulnerabile bambino». Così dunque i Magi, afferma S. Leone: «Adorano il Verbo nella carne, la Sapienza nell’infanzia, la Virtù nella debolezza e il Signore della maestà nella realtà dell’uomo». Cristo ama l’infanzia, sentenzia S. Leone.
Fin dai primi tempi c’è il culto della grotta di Betlemme. Altro elemento da considerare nel diffondersi della devozione all’infanzia di Gesù Bambino sono i pellegrinaggi in Terra santa, si conservano a questo proposito dei «souvenir» (raffiguranti i Magi e la Madonna in adorazione) come a Monza destinati a mantenere viva la memoria dei cristiani. Il sacerdote ricorda pure la reliquia della culla di Santa Maria Maggiore a Roma.
La «Sacra Culla» che si fa risalire l’arrivo a Roma ai tempi di papa Teodoro (642-649) che era di origine palestinese, l’avrebbe avuto in dono dal patriarca di Gerusalemme San Sofronio, per salvarla dall’invasione maomettana.
Dolz per la sua indagine su Gesù Bambino, prende in considerazione anche i vangeli apocrifi, che si soffermano molto sull’infanzia di Gesù, mentre i Vangeli canonici narrano pochi e scarni episodi.
Tuttavia è con San Bernardo, nel XII° secolo che dopo aver troppo sottolineato la divinità di Cristo, si fa strada «una nuova sensibilità», in questo periodo che è stato coniato l’espressione «umanesimo monastico», soprattutto nei monasteri dei cistercensi. E’ un periodo di grande partecipazione laicale e di rinascita spirituale. E’ in questo contesto che nasce l’ideale del cavaliere cristiano. Oltre al culto dei Santi, sono i pellegrinaggi a segnare la vita spirituale dei fedeli, non solo nelle mete celebri, come Gerusalemme, Roma, Santiago. Con S. Pier Damiani (1007-1072) e Sant’Anselmo (1033-1109), nasce una nuova visione nei riguardi dell’Infanzia e dell’educazione. Questo secolo è nettamente favorevole al bambino, e si apprezza in particolare la sua innocenza. Si arriva a parlare di una vera pastorale dell’infanzia. «Ai bambini viene riservata una speciale partecipazione alla liturgia del Natale», scrive Dolz. Negli affreschi, nelle vetrate, nelle miniature, il ciclo dell’infanzia di Gesù è il più raffigurato. Da questo momento sottolinea Dolz si delineano i due periodi della vita del Salvatore che la pietà popolare privilegerà: l’infanzia e la passione e morte.
Altra figura di spicco del secolo è Aelredo di Rievaulx, che ci ha lasciato un’intera opera dedicata alla meditazione dell’infanzia di Gesù: De Jesu puero duodenni (1153-1157). Fece carriera alla corte del re David I di Scozia. Ma chi ha dato una forte spinta nell’evidenziare l’umanità di Cristo è stato il movimento francescano.
S. Francesco d’Assisi (1182-1226) che è stato definito «adoratore lirico della Trinità per Cristo e in Cristo» e anche «mistico dell’incarnazione», secondo il suo principale biografo Tommaso da Celano, S. Francesco «era un assetato del suo Cristo con tutta l’anima e gli dedica non solo il suo cuore ma anche tutto il proprio corpo». Il suo programma era immedesimarsi con Cristo in tutti gli aspetti nei suoi misteri, dalla natività alla passione e morte. Il popolo aveva bisogno delle immagini toccanti della vita terrena del Salvatore per imprimersi profondamente nella memoria della gente. Per fare diventare Gesù un vero fratello carnale. Per questo motivo l’artista, rappresentava Gesù nella sublime semplicità della sua natura umana.
S. Francesco è l’autore del presepe vivente di Greccio nel 1223, probabilmente il suo viaggio in Terra Santa lo aveva commosso talmente che ha voluto sottolineare la sua incarnazione, allestendo il presepe vivente, proprio nella notte di Natale nel bosco di Greccio. Dolz si sofferma anche nei particolari, Francesco era talmente preso dall’evento che sembrava che belasse, proprio vicino alla mangiatoia.
Altra adoratrice del Dio bambino è stata Chiara d’Assisi (1193-1253). Ancora una volta Dolz racconta dei bellissimi particolari, ricchi di amore verso Gesù bambino. Un altro che sottolineato l’umanità di Gesù Bambino è stato Antonio di Padova che combatte le eresie in Italia e in Francia, meritandosi il soprannome di «martello di Dio». Antonio viene raffigurato con il bambino tra le braccia, é una icona tra le più popolari del mondo, che ha avuto grande fortuna nell’arte.
Un altro religioso è S. Bonaventura di Bagnoregio, che si occupò dell’amore a Gesù bambino, e propose una unione mistica con Cristo.
Il V° capitolo il libro lo dedica alle Meditazioni, visioni, tradizioni.
Le Meditationes vitae Christi, hanno avuto grande successo nella letteratura spirituale, destinate a diventare molto popolare fino al Seicento. Favorirono la diffusione di libri popolari illustrati, soprattutto con l’avvento della stampa. Anche in questo capitolo Dolz propone alcune figure che hanno avuto una grande familiarità col Bambin Gesù. Ce ne sono tante tra il XIII° e il XV° secolo. L’elenco sarebbe lungo e soprattutto non possiamo soffermarci su ciascuna figura. Dolz ne evidenzia alcune tra le più significative. Tra queste, la più conosciuta è Gertrude di Hefta la Grande, che fa parte della mistica femminile del XIII° secolo, che proclamava la spiritualità del fidanzamento spirituale. Gertrude insieme a Matilde di Magdeburgo e Matilde di Hackeborn promuove la devozione a Gesù Bambino nel loro convento di Hefta in Sassonia.
Queste donne disponevano di approfondite conoscenze teologiche, erano istruite ed avevano il carisma delle visioni. Un’altra donna appassionata dell’infanzia di Gesù è S. Brigida di Svezia, è quella che ha ricevuto più grazie mistiche. Dolz racconta sinteticamente la vita di questa straordinaria donna, in sposa a tredici anni, nei ventisette anni di matrimonio, accolse ben otto figli, cresciuti nella profonda religiosità della madre. Brigida fu canonizzata nel 1431 e proclamata compatrona d’Europa, insieme a S. Caterina da Siena e S. Teresa Benedetta della Croce, da Giovanni Paolo II.
Il VI° capitolo prende in esame la spiritualità carmelitana, si comincia con Teresa di Gesù. Qui Dolz ricorda alcuni punti del suo appassionato amore all’umanità di Cristo.
E ricorda che «Una pietra miliare, un passaggio obbligato per i posteri. Una spinta alla santità che non si vedeva da secoli. Non per nulla le è stato dato il titolo di Dottore della Chiesa».
S. Teresa aveva consigliato di esporre le immagini nei suoi monasteri che andava fondando, «l’obiettivo era di rendere ‘visibile’ e quasi ‘presente’ l’umanità del Signore, perno di tutta la spiritualità teresiana».
Un personaggio singolare nella Spagna cinquecentesca è Francisco del Nino Jesus, un frate che girava con una grande cassa e sopra c’era fissata una statuetta del Bambin Gesù. Re Filippo II e la regina, lo veneravano come un santo.
Un capitolo a parte merita la devozione al Bambino Gesù nella Francia del Seicento, importata essenzialmente dalla Spagna. In Francia questa devozione ha assunto il carattere aristocratico e non solo popolare.
Un altro personaggio che ha segnato il secolo, è stata la venerabile Margherita del Santissimo Sacramento, carmelitana scalza di Beaune. Margherita addirittura imitava la posizione e i tratti del Bambino quando si coricava. Invitava a meditare tutte le azioni, parole e misteri di Gesù Bambino. Ma soprattutto bisognava imitare le qualità della sua infanzia: semplicità, benignità, dolcezza e profonda umiltà. Dolz ricorda il particolare della santa che ha pregato molto affinché il re di Francia e la regina potessero avere il tanto desiderato delfino.
Nell”VIII°capitolo il sacerdote spagnolo lo dedica alla devozione al Bambino operante in Italia, facendo riferimento al grande «colosso di santità e di sapienza»: Alfonso Maria de Liguori, anche lui adoratore del Bambin Gesù. Nato nel napoletano nel 1696, fu un ingegno vivace e versatile, acuta intelligenza e sensibilità artistica, oltre alle lettere e alla filosofia, s’interessò con ottimo profitto di architettura, pittura e musica. Si è laureato a Napoli nel 1713, «tre elementi si uniscono nella prodigiosa opera scritta di Sant’Alfonso, che comprende ben centoundici libri: l’abbondante esperienza pastorale, l’incessante studio teologico, una vita interiore molto profonda e sincera».
La meditazione alfonsiana dell’infanzia ha un’idea fondamentale: «la croce ha le sue radici nella culla; a Betlemme comincia il calvario del verbo fatto carne. Essa affiora dovunque […]». Naturalmente Dolz ricorda che S. Alfonso fu un poeta delicato, musicando anche melodie orecchiabili che la folla di fedeli non fece fatica a imparare come «Tu scendi dalle stelle».
Infine l’elenco dei santi che riguarda i Nostri tempi. Dolz prende in considerazione cinque personaggi di popolarità mondiale che hanno dato un rinnovato impulso all’intimità con il Bambino e all’infanzia spirituale, sempre in continuità con la tradizione cattolica. Propongo solo l’elenco: Teresa di Gesù Bambino, carmelitana. Faustina Kowalska, Edith Stein che poi prende il nome di Santa Teresa Benedetta della Croce. Josè Maria Escrivà(1902-1975). Infine, Maria Valtorta, che ha scritto ben dieci volumi per oltre quattromila pagine complessive sulle sue visioni particolari sulla vita di Gesù e quindi sulla sua infanzia. Ho un ricordo particolare di questi episodi che mi ripeteva la buonanima di mia mamma.
Il X° capitolo spiega le radici teologiche di questa devozione al Bambino. Il sacerdote sottolinea la scarsità di notizie sull’infanzia di Gesù. Del resto, anche il Vangelo stesso dice poco e niente sulla vita di Gesù a Nazareth.
Tra le riflessioni finali di Dolz merita attenzione l’importanza della regalità del Bambino Gesù, aspetto importante nell’iconografia tradizionale, quanto impopolare nell’immaginario del cristiano di oggi.«Taluni per una superficiale questione di parole, si sentono infastiditi anche solo dall’espressione CRISTO RE, come se il Regno di Cristo potesse essere preso per una formula politica, o piuttosto perchè la confessione della regalità di Cristo li condurrebbe anche ad ammettere una legge […]». Nell’ultimo capitolo l’XI° Dolz fa la storia dell’iconografia soltanto quella di Gesù Bambino da solo. Su questo tema mi ha colpito un particolare riportato nel testo da Dolz, si tratta di uno straordinario ritrovamento di una fabbrica di terracotta del 1400 a Utrech dove furono ritrovati i CALCHI in negativo per la fabbricazione di 13 modelli di S. Barbara, 14 di S. Caterina, 38 la Madonna col bambino e ben 60 del solo bambino. E pare che questa non sia l’unica fabbrica in Europa. Lascio al lettore un eventuale battuta ironica su quello che oggi viene fabbricato a Utrech.
