• 22 Luglio 2024
Cultura

Il “fuorilegge” è quell’archetipo narrativo che con le sue azioni moralmente discutibili va a presentarsi come una figura negativa, un personaggio che la Legge deve fermare e su cui alla fine trionfa. E’ l’avversario dell’eroe, o dello sceriffo, come nel caso delle prime narrazioni “western”. Ma il fuorilegge è anche “Robin Hood” o “Lupin”, il ladro gentiluomo, la personificazione di quell’ambiguità machiavellica che non necessariamente viene a definirsi come totalmente sbagliata. Questi personaggi sono spesso le rielaborazioni di figure realmente esistite, di persone che hanno lasciato un alone di mito e di leggenda, come nel caso, per esempio, della famigerata coppia di criminali statunitense “Bonnie e Clyde”.

E’ interessante quindi vedere come queste figure per lo più negative, realmente esistite, vengano plasmate in veri e propri “tipi” che diventano alla fine parte del folclore, vere e proprie icone, simboli di una cultura e di una tradizione ben localizzata e definita. Pensiamo ad esempio al “guappo” napoletano, o al gangster italo-americano con il sigaro, il cappello e il mitra Thompson tra le mani.

Ora, tra i molti sinonimi per “fuorilegge” o “criminale”, ve ne è uno del tutto particolare: il “brigante”. Un termine che immediatamente riesce a destare la curiosità e l’attenzione di un’ampia fetta di popolo italiano, quello meridionale. Infatti quando si parla di briganti, non ci si sofferma su una semplice serie di fuorilegge, ladruncoli o criminali anonimi, ma sui protagonisti di una terribile guerriglia armata che ha condizionato e impresso un’indelebile nota dolente nella coscienza dell’Italia meridionale. Proprio nel periodo immediatamente successivo alla nascita del Regno d’Italia, dal 1861 al 1865 circa, bande di briganti, alimentate da un generale malcontento sociale, iniziarono un conflitto contro l’esercito sabaudo, visto in effetti come un invasore, responsabile di un’annessione forzata del Mezzogiorno al resto d’Italia. Non è un caso che tale fenomeno post-unitario sia stato definito “Grande brigantaggio” con una connotazione storico-politica ben definita, seppur complessa, che per l’appunto si distingue dagli episodi di brigantaggio “ordinario” e pre-unitario. Questo argomento è stato e continua ad essere oggetto di studio, di revisionismo e di ricerca.

Ma oltre a scoprire le ragioni storiche e politico-sociali alla base di questa realtà, è anche interessante capire come e quanto i “briganti” siano diventati ormai delle “icone” della storia meridionale. Infatti, di questi particolari guerriglieri ci sono pervenuti alcuni nomi importanti, che vengono inneggiati come veri e propri miti: Carmine Crocco, Ninco Nanco, Cosimo Giordano (brigante del Matese) e la famosissima Michelina de Casare. Non solo, ma la “presenza” dei briganti è fortemente sentita anche tra le generazioni relativamente più giovani e in tutte le regioni meridionali, come in Basilicata e in Campania, in modo particolare nelle terre del Sannio, fino ai confini del basso Lazio.

In poche parole, è innegabile che il brigante (e la brigantessa) abbia un suo fascino.

Ci sono più ragioni a riguardo. Innanzitutto il brigantaggio, non essendo un fenomeno militare “ufficiale” posto in essere da un esercito regolare, è stato un movimento popolare e quindi “inclusivo”. Tutti potevano sposarne la causa, giovani, adulti, uomini, donne. Ecco che alla base vi è una realtà drammatica e disperata. Un coinvolgimento così ampio alla guerriglia, che tocca non solo veterani di guerra, ma anche semplici persone e contadini, è lo specchio di una realtà sociale allo sbaraglio. Da qui l’immagine estremamente romantica del guerrigliero senza speranza, e dall’altro canto la figura della “druda”, della brigantessa, con lo stesso ruolo e grado della sua controparte maschile. Una figura quindi che ad oggi sembra essere quanto mai attuale, e che va ad “accarezzare” un’idea di donna forte ed emancipata. Ma ci sono anche altri motivi dietro il fascino del brigante post-unitario. Egli è figlio e custode della sua terra, ribelle e guerriero, colui che si erge contro l’ingiustizia, il disilluso che comprende e che si arma. Insomma, un eroe byroniano, incompreso e disperato, che dà la vita per la propria terra, il che è estremamente romantico. In qualche modo i briganti sono sempre considerati come eroi, ribelli e partigiani. E nel caso in cui siano stati brutalmente uccisi durante la repressione, incarnano alla perfezione l’essenza del martire.

Poi c’è la componente territoriale e generazionale. la gente di un territorio, che è stato storicamente teatro di fenomeni di brigantaggio, finisce per sentire una forte connessione con l’evento in questione, una specie di “empatia” con la propria terra e i propri antenati, una vicinanza dovuta anche alla relativa prossimità temporale dell’evento in sé. Parliamo di circa un secolo e mezzo fa e i cognomi dei briganti di cui si vocifera e di cui si conoscono i fatti spesso sono gli stessi della gente comune del posto. Questo spinge le persone a provare addirittura un senso di “parentela” con quelle personalità. E’ tutto vicino a noi, ed è tutto ancora “vivo”. E’ come se l’evento storico raggiungesse con la sua eco la nostra memoria fino a diventare qualcosa di fresco, attuale, che ancora oggi scuote la coscienza e va a influenzare un forte senso di appartenenza comunitaria e territoriale.

Il brigante dunque diventa “simbolo”, folklore e cultura, una sorta di mascotte, come il cowboy per gli americani. Ma il fascino del “mito”, sebbene sia importante da un punto di vista identitario, è pur sempre il risultato di una “romanticizzazione” di una verità molto più complessa. Se nei primi Western i cowboy erano i buoni e i nativi americani erano i cattivi, anche nel caso del brigantaggio vi è il rischio di una semplificazione della reale ambiguità storica. E forse è proprio il lato controverso di un fenomeno così complesso che spinge le persone a sposare una “percezione collettiva” della cosa, una sola, semplice, approssimata versione della verità. Documentandosi si viene a scoprire che i briganti erano in effetti capaci di gesti efferati, che andavano oltre le dinamiche di una guerra civile, sfociando in atti quali ricatti, sequestri, mutilazioni, spesso nei confronti della gente del luogo, azioni che oggi ci verrebbe da definire come camorristiche o mafiose. Di conseguenza esce fuori una visione del fenomeno meno romantica, più brutale e violenta, che potrebbe mettere in crisi le narrazioni a noi più congeniali, che alimentate da un certo orgoglio territoriale potrebbero risultare campanilistiche e di conseguenza fin troppo parziali per poter avere un quadro più completo della situazione. Ma questo è un qualcosa che interessa in realtà il nostro approccio nei confronti della Storia nel suo complesso.

Percepire i briganti come icone della propria terra è giusto, ma lo è anche la conoscenza della parte poco narrata, la parte lasciata per “fatti suoi”, il lato che non ci piace. E anche se il brigantaggio può considerarsi la conseguenza di quella faccia losca e poco piacevole del Risorgimento, abbiamo ancora la responsabilità e la capacità di mettere in crisi la nostra percezione sul brigantaggio stesso.

Mettere in dubbio le verità aiuta a conoscerne un’altra, e un’altra ancora, in un ciclo infinito, nel quale il bianco e il nero si fondono insieme in sfumature di grigio, poiché, qualsiasi sia l’evento storico di nostro interesse, grigie sono state le persone che l’hanno vissuto e che l’hanno causato. E forse i briganti sono proprio lo specchio di questo grigiore, un’indeterminatezza che caratterizza ciascuno di noi, un’ambiguità che rende ogni epoca attuale, perché comune ad ogni tempo e ad ogni luogo. In effetti i briganti restano affascinanti proprio per le loro infinite contraddizioni, essendo loro eternamente eroi e criminali, buoni e cattivi, vittime e carnefici, personalità complesse dall’esito squisitamente tragico, come in un’opera shakespeariana. Il brigante può essere chiunque tra noi, anche oggi, poiché proprio come all’epoca, siamo figli del nostro tempo, e ogni tempo porta con sé le sue luci e le sue ombre, e il dubbio per cui, forse, i torti e le ragioni non sono poi così semplici da separare

Autore

nasce a Piedimonte Matese, provincia di Caserta, nel 1996. Dopo la laurea in Scienze Politiche presso l’Università degli studi di Napoli “Federico II”, si cimenta nella recitazione, nel doppiaggio e nella regia cinematografica. Contemporaneamente coltiva la sua passione per la scrittura, con la sua prima opera, la trilogia di Partenope, come frutto del suo amore per il mare e come omaggio alle sue amatissime origini siculo-napoletane.