Martedì 9 settembre 2025, a Bologna, si è spento Stefano Benni, scrittore, umorista, giornalista e drammaturgo tra i più amati della cultura italiana contemporanea. Aveva 78 anni e da tempo combatteva contro una malattia che lo aveva gradualmente allontanato dalla scena pubblica. Con lui se ne va un intellettuale, ma anche un universo linguistico fatto di giochi di parole, satira pungente e visioni surreali.
Lascia un’eredità letteraria che non conosce confini. Ha firmato, infatti, opere che hanno segnato generazioni: “Bar Sport, La compagnia dei Celestini, Elianto, Saltatempo, Margherita Dolcevita, Terra!” Tradotti in oltre trenta lingue, questi libri hanno raccontato l’Italia con ironia e malinconia, mescolando il fantastico con il quotidiano, il grottesco con il poetico. Lo stile? Un cocktail esplosivo di neologismi, personaggi improbabili e una critica sociale mai banale. Un linguaggio ribelle, specchio di un carattere che sfuggiva alle convenzioni, anche nella vita privata, vissuta con slancio e un pizzico di follia. Così, il soprannome, “il Lupo”, nasceva da notti passate a ululare con i suoi cani: “una bellissima follia notturna”, diceva.
Poliedrico e curioso, Benni ha calcato anche le scene teatrali, collaborando con Dario Fo e Franca Rame, e ha diretto “Le Beatrici”, portando sul palco un mondo popolato da donne dissidenti, comicità tagliente e storie che sfidano il potere con perspicacia e sottigliezza. E quando la parola si trasforma in verso, non perde vigore.
La raccolta “Prima o poi l’amore arriva” si caratterizza per un lirismo quotidiano, sempre filtrato da uno sguardo originale e disincantato. Pur non pretendendo di insegnare, ha lasciato una forte impronta. Molti, fra scrittori, attori e lettori hanno trovato nelle sue pagine un modo nuovo di guardare il mondo. La tecnica benniana ha fatto scuola, senza dogmi né formule particolari.
Attraverso romanzi e articoli, l’Autore ci ha fatto riflettere anche sul rapporto tra uomo e digitale. In “Terra! e “Cybernauti “, ha immaginato scenari distopici in cui l’umanità rischia di smarrirsi. Lo ha fatto con sagacia e sarcasmo, per scuotere le coscienze. Non di certo per spaventare. E ha avuto il merito di anticipare molte delle domande che oggi, non senza apprensione, ci stiamo ponendo su intelligenza artificiale, libertà e controllo.
Nato a Bologna, ma cresciuto tra i paesaggi dell’Appennino, ha sempre avuto un intenso legame con le cosiddette terre di mezzo, quelle che custodiscono storie. Il Sannio e il Matese, con la loro bellezza ruvida e autentica, sembrano usciti da uno dei suoi racconti: spazi dove il tempo “non passa, si arrampica”, (“Saltatempo”) e dove “gli alberi sono creature lente. Ma sanno tutto” (” Elianto”).
In questi luoghi, il lupo è simbolo e, spesso, un marchio: “Il lupo non è cattivo. È solo libero”, ci ricorda ne “La compagnia dei Celestini”.
La scomparsa di Benni segna la fine di un’epoca e di un tempo narrativo che ci ha insegnato a guardare il mondo con occhi più acuti. E le sue riflessioni non si dissolvono, restano, come ululati nella notte: “Non ho voglia di bilanci. Chiedimelo di nuovo fra settant’anni”. E noi lo faremo, Stefano. Perché il tuo bilancio vive in chi ha imparato a pensare con leggerezza, a dubitare con coraggio, a immaginare senza confini.
Gentili lettrici e lettori, non è forse vero che un pensiero libero non muore mai? Allora, il LUPO continuerà ad ululare.
Grazie, Stefano Benni.
