• 22 Luglio 2024
Cultura

Il lungo periodo delle guerre gotiche (tra Goti e Bizantini dal 535 al 553) ebbe a concentrarsi con più violenza rispetto ad altri luoghi d’Italia, in Campania in particolare nel Sannio il quale era la strada di percorrenza verso la Puglia e verso la costa Partenopea e che fece delle aree di Alife, Telese, Sant’Agata dei Goti, Montesarchio e tutto il Beneventano luoghi soggetti a razzie e devastazioni da parte di eserciti che in realtà si scontrarono in assedi e battaglie altrove (a Capua, a Napoli e lungo la fascia costiera partenopea e pugliese).

Così tutta l’area del Sannio tra violenze, razzie, uccisioni, distruzioni di città, arruolamenti forzati di contadini, ed infine la peste nell’arco dei circa venti anni delle guerre gotico-bizantine, divenne un luogo quasi spettrale. Ovunque come raccontano le fonti, ai campi coltivati si erano sostituiti boschi e selve, fuori dalle aree urbane già queste semi-abbandonate non si trovava un umano, solo animali ed uccelli governavano i luoghi. Le popolazioni superstiti erano tornate a vivere in altura, in piccoli insediamenti e difficilmente si spostavano verso le pianure. Le antiche infrastrutture stradali in parte inglobate dalla natura, erano raramente percorse oltre ad essere pericolose per la presenza di bande armate. Furono decenni bui, dei quali nulla o quasi si produsse architettonicamente e culturalmente. Capacità tecniche, conoscenze culturali, alfabetizzazione, arte e cultura, tutto sembrò svanire in una lunga buia notte; agli occhi dei più nel lungo termine apparvero come “i secoli bui del medioevo”.

Ma fu proprio così per le terre del Sannio? In parte lo fu, lo fu fino a quando con l’arrivo dei Longobardi non si andò a creare una sorta di nuovo stato delle cose, una rinascita culturale e sociale. Fu l’arrivo dei Longobardi che con la conquista dell’area montagnosa e poi di gran parte del Sannio e del Meridione diedero stabilità politica e sociale all’area.

Con Arechi I, secondo Duca di Benevento (590-640) alla sua morte la conquista era in pratica conclusa, i Goti, gli Ostrogoti, i Vandali, i Bulgari che a seguito dei primi in piccola parte si erano stabiliti nell’area beneventana e matesina, lasciarono definitivamente i luoghi sotto la spinta militare dei nuovi invasori, mentre ai Bizantini costretti a ridimensionare i propri territori, restarono le aree del Salento e poco altro. Da qui in poi fu un nuovo vivere.

Il ducato di Benevento godette per gran parte della sua storia di una autonomia ampia nei confronti del potere centrale, tanto da divenire ed essere chiamata “Longobardia Minor la Longobardia Minore a distinguerla dalla Maggiore nel Settentrione d’Italia. Alla morte di Arechi I nel 641 i beneventani cominciarono di fatto a nominare autonomamente il loro nuovo duca senza intervento alcuno del re. Posero e ribadirono da quel momento il principio dinastico, a cui la storia darà ragione poiché da allora l’autonomia, la stabilità politica e sociale daranno al Sannio intero nuova vita.

Tra il 664 ed il 682 grazie alla tenace opera di Barbato, primo vescovo beneventano dopo la conquista longobarda della città, i Longobardi si convertirono definitivamente al cattolicesimo. Barbato fece abbattere il loro albero sacro fuori le mura della città ove si svolgeva il culto della vipera bicefala ed ottenne l’aggregazione alla diocesi di Benevento di San Michele Arcangelo sul Gargano. I longobardi affascinati dalla figura guerriera di San Michele Arcangelo e da quel luogo sul Gargano così vicino alle tradizioni dei propri luoghi di origine, ne fecero il proprio protettore, facendo sì che il culto ad esso dedicato divenisse preminente tra le popolazioni ad essi assoggettate.

Questo fu forse il momento di rinascita artistica, culturale ed architettonica. Se ci si concentra su monumenti particolari ed importanti sia architettonicamente che artisticamente, definiti come monumenti esemplari della Longobardia Minor, allora si comprende la nuova involuzione culturale del Sannio. In Primis l’involuzione artistica delle raffigurazioni e delle epigrafi delle centinaia di grotte che saranno dedicate al Santo guerriero. L’architettura ecclesiastica che rinasce, Sant’Ilario a Porta Aurea a Benevento con il collegato tempietto di Seppannibale in Terra di Bari, l’Annunziata di Prata (Prata Sannita) e Santa Maria di Compulteria ad Alvignano, per tornare alla chiesa di Sant’Anastasia a Ponte, o al protiro, il piccolo portico posto a protezione e copertura dell’ingresso principale della Basilica dei Santi Martiri a Cimitile (provincia di Napoli territorio longobardo) tutte opere che si scalano nell’ordine dal VII secolo agli inizi del X dalle quali emergono tratti di originalità che trovano pochi riscontri nell’architettura di tutta Europa.

Ma l’arte si esplica nel capolavoro artistico ed architettonico della Chiesa di Santa Sofia (lavori iniziati nel 758 commissionati dal Duca Arechi II) “Santuario nazionale dei Longobardi di Benevento”, senza dimenticare le meraviglie artistiche del grande monastero di San Vincenzo al Volturno. La stabilità politica della “Longobardia Minor” già con Arechi II attrae esuli da altri luoghi, da altre terre. Nel IX secolo vi è una curiosissima presenza ebraica proprio, e non solo, a Benevento, di origine Mesopotamica. Si racconta di un ebreo di nome Amittai originario di Bagdad, molto versato nella conoscenza degli scritti tradizionali ed in quella delle dottrine esoteriche e mistiche conosciute sotto il nome di “Cabala”. Amittai si trasferì verso l’850 prima a Gaeta poi a Benevento dove ebbe un largo seguito per la sua eccezionale erudizione. Ciò è sintomatico dell’apertura dell’ambiente beneventano verso le terre mediorientali. Ma il giungere di ebrei dalle terre di oriente non si limitò solo alla città capoluogo, ma anche al territorio; le fonti parlano di comunità ad Alife a Piedimonte (Piedimonte Matese oggi) ed a Benevento, qui resti di antiche epigrafi ebraiche ne confermano la vita.

Le comunità ebraiche che si stabilirono nel ducato longobardo di Benevento erano di fatto commercianti oltre che guide di Pellegrini in Terra Santa, e furono attratte dall’emigrare proprio per la stabilità politica del Sannio unendosi a comunità provenienti dalla Siria, dall’Egitto, dalla Palestina che lasciarono le loro terre durante le campagne di Eraclio contro i Persiani nella seconda metà del VII secolo. Trovarono così una terra in rinascita, che stava cominciando ad investire sul territorio ed appariva interessata al commercio su vasta scala. E furono proprio questi elementi che portarono oltretutto maestranze artistiche dalle terre Bizantine oltremare ad emigrare nella terra dei longobardi.

L’iconoclastia ortodossa dell’VIII secolo portò alla distruzione di opere d’arte figurative nelle terre di Bisanzio, e maestranze e clerici lasciarono in massa l’oriente bizantino per trovare molto spesso collocazione nel Ducato di Benevento. Con la “pace” il territorio ebbe una rinascita ecclesiastica di enorme portata: celle monastiche, conventi, chiese, cattedrali sorsero nel giro di pochi decenni ovunque nel Sannio e l’arte figurativa crebbe in qualità ed espressione proprio attraverso le maestranze orientali ed il loro insegnamento. Le grotte affrescate e gli eremi dedicati al culto di San Michele Arcangelo sono uno degli esempi lampanti sia per la numerosità delle commesse, sia per qualità e stile, infatti il condizionamento figurativo greco-orientale fu ben visibile ed individuabile.

Pensiamo alla grotta di San Michele Arcangelo a Gioia Sannitica con la rappresentazione dell’annunciazione con la Vergine raffigurata con il disco solare sulpetto, più semplicemente la rappresentazione della Vergine Platytera (di stile greco-orientale) “la più ampia dei cieli” come la definiva San Basilio anche esso raffigurato ma anche le raffigurazioni di santi della grotta di San Michele Arcangelo a Faicchio, a volerne citare solo qualcuna. E pensiamo alla scrittura: sarà proprio nel Sannio che andrà a definirsi la “Scrittura Beneventana” e che sarà per stile unica al mondo. E non mancò una tradizione di studi liberali, anche se limitata agli ambienti di corte ed ecclesiastici, che si occupava di traduzioni in particolare. L’interesse era così sentito che Arechi II fu committente di una versione latina della “Passio” di San Mercurio soldato santo venerato in Cappadocia, le cui reliquie Arechi aveva fatto deporre in Santa Sofia a Benevento nel 768. Nel 903 si ha testimonianza di una traduzione della “Vita S. Gregorii Nazianzeni” dovuta ad un Ademaro di Benevento. Ancora l’uso del rotolo liturgico in ambito vescovile in occasione di determinate ufficiature, rotolo che fu ispirato dalla cultura greco-orientale giunta a seguito di individui come detto sconfinanti dalle aree bizantine. “La vita Barbati Episcopi Beneventani” fu il maggior testo agiografico prodotto nell’ambiente del Principato di Benevento che divenne così importante da entrare come fonte in due opere storiografiche dell’alto medioevo italiano, quali il “Chronicon Salernitanum” ed il “Chronicon” del monaco Benedetto di Sant’Andrea di Soratte, entrambi del X Secolo. E non può mancare un accenno all’opera storiografica del monaco benedettino e beneventano Erchemperto, ” Ystoriola Langobardorum Beneventum degentium Erchemperto” dove egli racconta la storia del suo mondo, il mondo longobardo di Benevento. A dimostrare ancor più il corso di tempi di luce non si può non pensare alla “Scuola medica salernitana” la prima e più importante istituzione medica d’Europa nel Medioevo, sorta durante il IX secolo, che insegnava sul finire del X secolo “Quomodo visitare debes infirum” il modo giusto di accostarsi al malato; ed erano decine gli “Ospitali” ovvero gli ospedali, dall’ingresso alla Media Valle del Volturno a Capriati al Volturno e lungo tutta la diramazione della via Latina e della via Appia attraverso il Sannio, che conducevano verso Brindisi per l’imbarco dei pellegrini verso la Terra Santa. Alcuni gestiti da monaci perlopiù con l’aiuto di laici in piccole strutture in grado di accogliere 6-8 persone, ma con la presenza di strutture più complesse dell’ordine dei Gerosolomitani, veri e propri ospedali con a dirigerli medici istruiti alla scuola medica salernitana le fonti ne ricordano uno ad Alife sull’attuale confine tra Alife e Gioia Sannitica. Tra il 960 ed il 963 i “Placiti cassinesi”, quattro testimonianze giurate sull’appartenenza di alcune terre ai monasteri benedettini di Capua, Sessa Aurunca e Teano, rappresentano i primi documenti in italiano volgare, la prima espressione dell’italiano.

Ma il tempo dello splendore non finisce con i Longobardi, l’arrivo dei Normanni porterà altra linfa all’arte, alla cultura, all’architettura, saranno un nuovo stimolo alla cultura ed alla formazione di letterati, artisti e tecnici figli delle terre del Sannio e saranno prodomo di quella grande figura di uomo, di governante ma soprattutto di cultura che tutti ricorderanno nei secoli come lo “Stupor Mundi”, ovvero Federico II di Svevia…..ma questo è un altro tempo, un’altra storia.

Autore

Figlio della migrazione italiana degli anni 60 del XX° secolo, nato in Gran Bretagna e tuttora cittadino britannico a voler ricordare il mio essere nato migrante ed ancora oggi migrante (Interno). Sono laureato in Lettere (Università di Roma “La Sapienza) ad indirizzo Archeologico-Preistorico per la precisione in Etnografia Preistorica dell’Africa, un Master di primo livello in “Interculturale per il Welfare, le migrazioni e la salute” ed uno di secondo livello in “Relazioni internazionali e studi strategici”. Sono Docente a contratto di Demoetnoantropologia presso l’Università di Parma e consulente per il Ministero della Cultura in ambito Demoetnoantropologico. Mi occupo di relazioni con le comunità di diversa cultura del territorio di Parma e Reggio Emilia scrivo di analisi geopolitiche e curo una rubrica (Mondo invisibile) sul disagio sociale. Nel tempo libero da decenni mi occupo di ricerca antropologica, archeologica e storica del territorio della mia terra, della terra delle mie radici, Gioia Sannitica. Collaboro con diverse realtà divulgative e scientifiche on line (archeomedia.net- paesenews.it-Geopolitica.info-lantidiplomatico.it) creo eventi culturali, cercando sempre di dare risalto alla mia terra non intesa solo come Gioia Sannitica ma di quella Media Valle del Volturno, che fu il Regno Normanno di Rainulfo II Drengot.