La passione e la curiosità per la filosofia- amore per la sapienza – accompagnano il cammino degli uomini verso mete apparentemente sconosciute e, a volte, un po’ astratte. Per quanto astratta possa sembrare, in verità, con essa interagiamo costantemente e quotidianamente. A un primo approccio, basti pensare a tutte le azioni che svolgiamo al dì, al risveglio dell’anima, ai sussulti della coscienza, alla capacità di pensare in quanto esseri razionali dotati di una “ratio”, alla simbiosi in un solo essere di due anime che si amano, alle sensazioni che proviamo. La filosofia è, a mio avviso, un universo vitale che ci circonda, che motiva l’esistenza di noi esseri mortali e di cosa essa si nutre.
Platone, nel Timeo, afferma: “La visione del giorno e della notte, dei mesi e degli anni, degli equinozi e dei solstizi ci ha procurato il numero, la nozione del tempo e l’indagine sull’universo; da queste cose abbiamo tratto la filosofia, rispetto alla quale nessun bene maggiore ci venne mai né mai ci verrà dagli dei come dono elargito ai mortali”- (Platone, Timeo 47 a-b).
Ho sempre pensato, dunque, che lo studio della filosofia insegni a guardare con occhi diversi il mondo e le peculiari dinamiche che lo costellano; chi ha avuto la fortuna di poter formare il proprio pensiero e la propria anima attraverso un “viaggio filosofico”, sicuramente, è proteso verso un’analisi cognitiva di se stesso e delle situazioni improvvise che gli si presentano. Perché la filosofia instaura un dialogo vivo con l’uomo e con la sua realtà, permettendogli di rispondere a molti interrogativi costanti che esso si pone, attraverso obiezioni intelligenti, che si creano con l’altro, nella discussione e nel discorrimento di tesi contrastanti, scalfendo l’arte del pensare, come un flusso continuo di atomi sempre in movimento e mai inutili, nonostante fossero minimi. Ciò che potrebbe sbalordire è il legame che la filosofia instaura, in forma dialogica, con l’ etica, la morale, la psicologia, la politica, l’economia, la scienza. Ci si immedesima in un mondo che non ha fine, un viaggio nel mondo del criticismo costante e costruttivo, che permette alla mente e allo spirito di rinvigorirsi e di percepire il possesso di un “quid” speculativo.
Lo sguardo ha un potere enorme, intorno al quale i poeti hanno illustrato il suo meraviglioso significato, diventando un topos letterario. Ad esempio, il legame tra lo sguardo e Amore è molto antico , risale alla tradizione oviadiana; forgia, poi, la Vita Nova. Un excursus storico-filosofico ci permette di comprendere che l’uomo possiede lo sguardo, essenziale veicolo di comunicazione. In ogni epoca, in modo diverso, ognuno si rispecchia nell’ occhio dell’ altro. Per gli amatori del mondo antico o per i curiosi in generale, sorge spontanea la domanda: Lo sguardo cosa potrebbe rappresentare nella cultura greca?
Nella fattispecie , per rispondere a questa istanza, bisogna essere consapevoli che, a partire dalle prime pagine di un manuale di filosofia antica, ci si immerge in un universo diverso e lontano rispetto a quello del nostro tempo, motivo per il quale molti studenti hanno dapprima odiato, ma poi estremamente amato la filosofia.
Nel viaggio che ho intrapreso alla scoperta del mondo antico, a primo impatto, obsoleto e passato, conservo sempre il ricordo di una parole chiave “luce”. Tra le righe di un manuale che ho avuto il piacere di sviscerare, lessi: <<A tutti i miei allievi va la mia viva gratitudine per aver conosciuto (…)la luce della loro intelligenza.>>
Da questa parola chiave “luce”, cambiò il mio approccio alla filosofia; perché quella “luce” ha dato un senso ai miei giorni, al mio domani, alla mia vita.
Per approcciarsi ad un pensiero antico, non bisogna cedere nel pericolo dell’anacronismo, in quanto esiste una distanza culturale tra l’antichità e il nostro tempo e siamo separati da essa.
Lo studio di un’ epoca antica ci invita costantemente a prendere le distanze dal mondo moderno, dalla mentalità odierna e capire che i problemi di “ieri” non sono quelli di “oggi”.
Dobbiamo, cioè , spostare l’asse del nostro sguardo e analizzare le cose nel modo in cui furono percepite nel mondo antico. Infatti, il grande studioso di storia greca, Domenico Musti, ci aiuta a capire ciò , consigliandoci di “vedere i Greci con gli occhi dei Greci”, vale a dire di prendere in considerazione certi fatti antichi con i loro stessi occhi e non con i nostri occhi di uomini contemporanei.
Bisogna, dunque, calarsi in quell’epoca antica, in quel mondo antico e spogliarsi dell’ etica, della mentalità e degli usi che ci circondano. Nella cultura greca , per quanto riguarda le capacità umane, la vista occupa una posizione importante, perché vedere (idein) e sapere (eidenai) sono forme di uno stesso verbo; ma anche perché vedere è vivere, vivere è vedere ed essere visibili.
Se, dunque, vivere è vedere, morire significa perdere sia la vista, ma anche la visibilità: non vediamo, ma non siamo neanche più visti. Potremmo, allora, affermare che morire equivale ad abbandonare il mondo della luce, della visione, occupare quello della tenebra e perdere lo sguardo.
A differenza nostra, per i Greci si può vedere solo se c’è reciprocità tra ciò che è visto e colui che vede: l’occhio che guarda proietta su ciò che guarda una luce. Lo sguardo, inoltre, quando è sull’oggetto, gli trasmette i sentimenti, le passioni, gli umori di colui che lo guarda.
A tal punto, notiamo come per i Greci fossero importanti lo sguardo, la visione e l’aspetto visibile.
La massima delfica -scritta nel tempio di Apollo a Delfi- “Conosci te stesso” (traslitterato dal greco -“gnothi sauton’- in latino, “nosce te ipsum”) , è un invito a riconoscersi, specchiandosi nell’altro. La propria personalità, identità emergono solo attraverso l’incrocio degli sguardi, lo scambio delle parole, insomma,solo se mi vedo nell’ altro. E il “me stesso”, cioè la mia stessa anima, come ha scritto Vegetti, ha la funzione di integrarmi nell’ ordine cosmico e divino. Per i Greci, infatti, l’uomo è cosmico, è tutt’ uno con l’universo.
Nell’Alcibiade Primo, Socrate dice che “l’occhio vede se stesso solo specchiandosi in un altro occhio”; così l’anima , se vuole conoscere se stessa, dovrà fissare e guardare un’ altra anima. Ma c’è di più, perché l’identificazione di un uomo coincide, nel periodo classico, con l’ordine pubblico, cioè con i valori della polis.
La cultura moderna, invece, veicola un’ idea della conoscenza di sé legata all’autanalisi: è importante sottolineare ciò, affinché, non si cada nell’ errore dell’anacronismo.
Il termine greco ‘time`” è il valore attribuito all’individuo. Nella società ognuno è sottoposto allo sguardo dell’altro; l’individuo ha un’espressione sociale ed è mosso dal desiderio di acquistare fama, gloria, peculiarità immortali di un individuo: solo così un uomo non finirà nell’oblio e non diventerà anonimo, sconosciuto. Il ricordo della fama, della gloria, per un Greco, resterà imperituro e, quindi, l’immortalità di un uomo coincide con la sua stessa permanenza nella memoria collettiva e sociale.
Giacche’ la memoria collettiva sia rievocata dal canto dei poeti o attraverso la memoria funebre, conferisce ad alcuni uomini l’onore di risiedere nello status di morto glorioso. Mortalità e immortalità si intersecano in questi uomini che hanno acquistato gloria, uomini di coraggio.
Gorgia, nel suo epitaffio per i caduti durante la guerra del Peloponneso:
“Morti loro, non è morto con loro il rimpianto; ma vive, di lor non più vivi- in noi mortali, immortale”.
Senza rischiare di cadere nel pericolo dell’anacronismo, potremmo analizzare l’importanza dello sguardo nella nostra società contemporanea e il valore ad esso attribuito.
Potremmo ragionare sulla comunicazione dello sguardo, soprattutto in campo sentimentale, attraverso un percorso non solo filosofico, ma anche storico-letterario e valutare come esso sia stato codificato nella cultura greca e come oggigiorno lo concepiamo, affinché si comprenda che, in modi diversi, esso comunica sempre qualcosa,come uno stato d’animo o, magari, una particolare condizione permanente dell’ individuo.
Tutto ciò, visione antica e contemporanea, sicuramente, rappresentano uno stimolo al nostro pensiero, oltre che un motivo in più per capire che ci si sente più completi specchiandosi nell’ altro. Questo potrebbe smorzare l’attenzione degli adolescenti e contemporanei protesi verso la comunicazione digitale e non quella “per veduta” , non quella- la definisco- di occhi negli occhi. Perdere la capacità di analizzare lo sguardo-secondo le circostanze contemporanee – di porci in una posizione di empatia nei confronti dell’ esperienza visiva dell’ altro, significa perdere di vista la luce, il cammino tracciato per ogni uomo, un itinerario che abbraccia i sentimenti, le percezioni, le emozioni.
