Non è una partita persa. Non è una serata storta. Quella di ieri è l’ennesima fotografia impietosa di un sistema malato che da anni trascina la Nazionale in una lenta e inesorabile perdita di identità. La maglia azzurra non fa più paura a nessuno. E, cosa ancora più grave, sembra non pesare più nemmeno sulle spalle di chi la indossa.
In campo si è vista una squadra svuotata, senza anima, senza orgoglio. Giocatori strapagati, abituati a stipendi milionari e riflettori continui, incapaci però di dare tutto quando conta davvero. La sensazione è chiara: per troppi di loro la Nazionale è diventata un impegno secondario, quasi un fastidio tra una competizione di club e l’altra. E questo è inaccettabile. Chi indossa quella maglia dovrebbe sputare sangue su ogni pallone. Dovrebbe sentire il peso della storia, il rispetto per chi ha costruito quella tradizione. Invece si vedono passaggi molli, contrasti evitati, zero cattiveria. Zero fame. Ma dare la colpa solo ai giocatori sarebbe troppo facile.
Il problema è molto più profondo. Parte dall’alto, da un sistema che ha perso credibilità e visione. La gestione della FIGC è sotto gli occhi di tutti: decisioni deboli, mancanza di programmazione, incapacità di rinnovarsi davvero. Il presidente Gabriele Gravina continua a rappresentare una continuità che oggi è un peso, non una garanzia. E poi ci sono i club. Ricchi, potenti, sempre più distanti dalla Nazionale. Le società pensano solo ai bilanci e ai risultati immediati, riempiendo le squadre di giocatori stranieri e lasciando sempre meno spazio ai giovani italiani. I vivai, un tempo fiore all’occhiello, oggi sono spesso trascurati o usati solo come slogan.
Il risultato? Una Nazionale senza ricambio, senza talento coltivato, senza identità. Non è un caso. È la conseguenza diretta di anni di scelte sbagliate. Le soluzioni esistono. Ma serve coraggio.
Prima di tutto, serve una rivoluzione culturale. La Nazionale deve tornare a essere un onore, non un’opzione. Chi non ha voglia di lottare, resti a casa. Basta convocazioni “di nome”: servono uomini prima che giocatori. Serve poi una riforma seria dei settori giovanili. Investimenti veri, strutture moderne, allenatori preparati. E soprattutto: spazio ai giovani italiani nei campionati professionistici. Non è possibile che ragazzi promettenti restino in panchina mentre si preferiscono soluzioni estere più comode. È necessario introdurre regole più stringenti: quote minime di italiani in campo, incentivi concreti per chi valorizza i vivai, penalizzazioni per chi ignora completamente la crescita interna.
La FIGC deve tornare a guidare, non a inseguire. Serve una visione a lungo termine, un progetto chiaro, condiviso e soprattutto rispettato. E infine, serve responsabilità. Da parte di tutti. Dirigenti, allenatori, giocatori. Perché continuare così significa accettare il declino. E l’Italia, quella vera, quella che abbiamo amato, non può permetterselo.
Ad onore a tutti gli altri sport e sportivi che invece danno valore all’Italia e al senso di nazionalità, quegli sport che qualcuno definisce dilettantistici ma danno tante soddisfazioni. Il vero dilettante resta invece lo stesso Gravina e la sua compagine che fin ad ora lo hanno assecondato per i propri interessi.
