• 12 Ottobre 2026
Letteratura

Quando una società è colpita dalla paura, spesso nasce il bisogno di trovare un colpevole. È ciò che accade a Milano durante la peste raccontata da Alessandro Manzoni ne “I promessi sposi”: di fronte a una malattia sconosciuta e difficile da comprendere, invece di cercare subito le vere cause del contagio, molti iniziano a dare la colpa agli “untori”, persone accusate ingiustamente di diffondere volontariamente il morbo. La paura si trasforma così in sospetto, e il sospetto in una vera e propria caccia al colpevole.

Ne “I promessi sposi”, la peste viene presentata da Manzoni non soltanto come una terribile epidemia, ma come una tragedia che mette gli uomini di fronte alla paura della morte e li porta a reagire in modi diversi. È il caso della madre di Cecilia, una figura di cui Manzoni non rivela né il suo nome né la sua storia e il suo personaggio non ha alcun rapporto diretto con i protagonisti del romanzo. Nel capitolo XXXIV conosciamo soltanto i suoi ultimi momenti di vita: la donna affida al monatto il corpo della figlia Cecilia, gli consegna poi una borsa di denaro e gli chiede di tornare quella sera, dal momento che dovrà raccogliere anche i corpi dell’altra figlia e il suo. Manzoni lascia intendere che le due donne, ormai malate, si stenderanno sul letto ad aspettare la morte.

Accanto a questo atteggiamento di accettazione, però, si affiancano anche reazioni molto diverse: la paura, la disperazione, la ricerca di rimedi e, soprattutto, il bisogno di trovare una spiegazione a una tragedia che sembra incomprensibile. È proprio da questo clima di paura e incertezza che nascerà la caccia agli “untori”, che diventerà una vera e propria ossessione.

Secondo le credenze popolari, i presunti responsabili preparavano dei misteriosi unguenti venefici, composti da sostanze ritenute disgustose o magiche e li spalmavano di nascosto sulle porte delle case, i muri e altri oggetti che le persone avrebbero poi toccato, provocando così la diffusione della peste.

È proprio questo uno degli aspetti più inquietanti raccontati da Manzoni: quando una società è dominata dalla paura, diventa quasi impossibile mettere in discussione ciò che tutti credono vero. Chi prova a negare l’esistenza degli untori rischia di essere considerato pazzo o addirittura complice. Il sospetto, quindi, non ha più bisogno di prove: è sufficiente un comportamento insolito, un gesto frainteso o persino l’aspetto di una persona per trasformarla in un possibile colpevole.

Giuseppe Ripamonti, principale fonte storica di Manzoni per la composizione de “I promessi sposi”, è stato uno storico e cronista della peste del 1630 di Milano. Grazie alla sua opera “De peste quae fuit anno MDCXXX libri V” possiamo comprendere quanto la paura degli untori fosse diventata una vera ossessione collettiva. Le sue testimonianze mostrano infatti che non si trattava soltanto di una credenza astratta: il sospetto portava concretamente le persone ad aggredire e accusare gli individui innocenti.

Gli episodi raccontati dal Ripamonti rendono concretamente evidente questa situazione. Un vecchio di ottant’anni, dopo aver pregato in ginocchio nella chiesa di Sant’Antonio, spolvera con il mantello la panca prima di sedersi. Un gesto del tutto normale viene immediatamente interpretato come un tentativo di spargere il contagio: la folla reagisce con violenza, lo aggredisce e lo trascina davanti alla giustizia. In un altro caso, tre giovani francesi vengono accusati di essere untori semplicemente perché toccano le mura del Duomo. La loro nazionalità e un gesto innocuo sono sufficienti a trasformarli in sospetti criminali.

Questi episodi mostrano come la paura possa modificare il modo in cui le persone interpretano la realtà. Non si osservano più i fatti per capire cosa sia realmente accaduto, bensì si osservano i fatti per trovare una conferma a ciò che si è già deciso di credere.

La situazione diventa ancora più grave quando il sospetto entra persino nei rapporti personali. Secondo il Ripamonti, la paura degli untori porta i cittadini a diffidare degli amici, dei parenti e persino dei propri familiari. La ricerca del colpevole finisce così per distruggere la fiducia tra le persone.

Manzoni mette quindi in evidenza un meccanismo che va oltre la vicenda storica della peste: quando non si riesce a controllare un pericolo, si cerca qualcuno a cui attribuire la responsabilità.

Ed è proprio qui che la riflessione dell’autore diventa sorprendentemente attuale. La “caccia agli untori” non appartiene soltanto al Seicento, cambia forma, ma può ripresentarsi anche nella società contemporanea. Ogni volta che si verifica una crisi, un’emergenza o un evento difficile da spiegare, può nascere la tentazione di individuare rapidamente qualcuno da accusare.

A volte si punta il dito verso una singola persona, altre volte a un gruppo, una categoria sociale o una comunità. Ad esempio, in diversi Paesi compresa l’Italia, le persone di origine asiatica sono state ingiustamente accusate di essere responsabili della diffusione del COVID-19 e hanno subito episodi di discriminazione.

La riflessione di Manzoni sulla peste e le cronache del Ripamonti non riguardano soltanto un episodio del passato, ma mettono in luce un comportamento umano che può ripetersi in ogni epoca. Quando la paura e l’incertezza prendono il sopravvento, infatti, diventa facile cercare un colpevole e attribuire a una persona o a un gruppo la responsabilità di problemi molto più complessi. Per questo la “caccia agli untori” può essere considerata ancora oggi un pericolo: cambia il contesto, cambiano le forme e gli strumenti, ma il meccanismo rimane simile.

L’insegnamento dei due autori è quindi ancora attuale: di fronte a una crisi, è necessario evitare giudizi affrettati, verificare le informazioni e cercare di comprendere le cause dei problemi, invece di lasciarsi guidare dalla paura e dal bisogno di trovare un capro espiatorio.

Autore

Nata a Benevento il 19 dicembre 2004 e residente a Solopaca, ha frequentato le scuole nel suo paese d’origine, per poi proseguire gli studi presso l’Istituto “Luigi Sodo” di Cerreto Sannita, con indirizzo Classico. Attualmente è studentessa di Lettere Moderne presso La Sapienza Università di Roma, un percorso di studi che riflette il suo interesse per la letteratura, la scrittura e la comunicazione. La sua passione per la scrittura e per il giornalismo nasce già durante l’adolescenza. Ama raccontare, comunicare e trasmettere attraverso le parole, idee, emozioni e storie, con l’obiettivo di arrivare alle persone e creare un dialogo con chi legge o ascolta.