Sono tanti i generi letterari che leggiamo quotidianamente. Forse, non spesso capita di leggere il dialogo, nonostante sia stato catalogato come genere alto della nostra tradizione letteraria. Il dialogo è stato definito come genere , ma anche come forma. A tale proposito, è bene seguire un excursus sulla storia del dialogo, focalizzando la nostra attenzione su un’ analisi del modo in cui si è esplicato nel corso dei secoli. Infatti, nel Cinquecento il dialogo è un contenitore, ha un carattere cannibalesco, si nutre di altri generi. Galileo Galilei nell’ elaborare il “Dialogo sopra i due massimi sistemi”, sceglie il dialogo, perché gli permette di mascherare teorie e posizioni in virtù di quella distonia tra voce autoriale e interlocutori. La fortuna della forma “alta” del dialogo prosegue nei secoli successivi e, nel Novecento ricordiamo le Operette morali di Leopardi.
In linea generale, il dialogo si presenta come una simulazione di conversazione tra diversi personaggi che discutono su una determinata questione, talvolta simulando una discussione fittizia.
La forma dialogica ha un carattere onnivoro, ibrido e si costruisce su una distonia tra interlocutori e voce dell’ autore.
A dialogare sono due o più persone: solitamente, ci troviamo di fronte a un princeps sermonis e a un subiectus sermonis, cioè personaggio principale e personaggi comprimari. Nel dialogo, quindi, convergono più ingredienti; in esso si mescidano svariati argomenti, personaggi principali e comprimari, modelli platonici e ciceroniani.
A ciò si aggiunge la presenza della poesia in forme e temi riconducibili a diversi generi. Per quanto riguarda il carattere onnivoro dei dialoghi, si prendano come esempio degli interventi dedicati al confine transitorio tra discussione e novella, come I Marmi di Doni e il dialogo di Ceccherelli.
Doni immagina, attraverso un personaggio interdiegetico (maschera della voce dell’ autore), di aver ascoltato dei dialoghi sulle scalinate – i marmi – della Chiesa di Santa Maria del Fiore a Firenze.
I marmi diventano , così, il fulcro della finzione dialogica, ma simboleggiano anche un luogo di aggregazione e di incontro per discutere di libri, leggere poesie, discorrere di cultura. Vita vera e pratica letteraria, sui marmi, si mescolano. Lo studioso Giorgio Masi, in un suo scritto del 1988, sostenne che il corpus testuale dei Marmi è apparentemente impreciso . Paolo Chierchi, invece, in un saggio di qualche anno fa, ha sostenuto la prossimità de’ I Marmi al genere della selva. Dunque, l’autore ha avvicinato l’opera di Doni a un genere che mette le sue radici nel 500, ovvero la “selva” e che si configura come un contenitore di novelle, racconti, storie, aneddoti.
Studi recenti, inoltre, hanno dimostrato che, alla base della scrittura dialogica dei Marmi, c’è una complessa intertestualità di fonti: il Relox di De Guevara, le Epistole a Lucilio di Seneca e il De Homine di Manfredi.
Si tratta di riscritture che Doni utilizza nella sua opera. Dal Relox preleva novelle, storie; a volte maschera la fonte di riferimento citando altre fonti, secondo un meccanismo che Maria Cristina Figorilli definisce “meccanismo dello pseudo libro”; se il Relox ha lo scopo di dilettare e insegnare, anche il Doni non solo intrattiene, ma educa i suoi lettori.
L’altra fonte utilizzata a mo’ di riscrittura sono le Epistole di Seneca, che Doni conosceva perché ne aveva seguito un volgarizzamento nel secondo Cinquecento. Si tratta di una fonte raffinata che dona all’ opera un tocco di moralismo.
Mentre, per quanto riguarda il De Homine, si tratta di una fonte che richiama l’attenzione dei lettori interessati a informazioni inerenti le abitudini alimentari, ma non al dialogo in quanto contenitore di novelle e andettoti.
Tasso, nel discorso “Dell’arte del dialogo” definisce il dialogo come imitazione di ragionamento, di parole; inoltre, egli lo colloca tra i generi alti. Imitazione di ragionamento e non imitazione delle azioni degli uomini che, invece, spetta alla tragedia e commedia.
Da qui la classificazione in dialogo diegetico, mimetico e misto. Il dialogo diegetico ha una cornice introduttiva, la diegesi; mentre , leggendo un dialogo mimetico notiamo che manca un cappello introduttivo e siamo scaraventati direttamente nel discorso tra gli interlocutori; nella forma mista, infine, si intrecciano diegesi e mimesi.
Prima di Tasso, però, Sigonio aveva pubblicato il De dialogo liber (1562), in cui analizzava soprattutto il ruolo dei personaggi: i personaggi comprimari devono conoscere l’argomento trattato, devono essere in possesso della cultura e devono essere più giovani del personaggio principale. Regole e direttive che ci consentono di approfondire aspetti importanti del dialogo l’ Arte della guerra di Machiavelli, in cui il princes sermonis è Fabrizio Colonna, che dialoga su questioni militari con Cosimo Rucellai, Luigi Alamanni, Zanobi Buondelmonti e Giovanni Battista della Palla.
È evidente il protagonismo del princes sermonis; ma è altresì evidente il rapporto non lineare tra gli interlocutori: Rucellai è il discente, Colonna è il docente. Gli interlocutori sono poco esperti in questioni militari ma, comunque, sono colti. Colonna accompagna durante la discussione i colti, ma poco esperi in ambito militare i quali, tuttavia, riescono ad imparare in virtù della loro giovane età. Questo è un dialogo che si costruisce anche nella dimensione dell’ ascolto: gli interlocutori, a un certo punto, si trasformano in spettatori. A turno prendono la parola e dialogano con Fabrizio Colonna. È, quindi, un ragionamento che richiede degli interlocutori che facciano domande e altri a cui è riservato lo spazio dell’ ascolto.
Infine, la lettura dei dialoghi ci consente di capire l’importanza della conversazione tra interlocutori, non solo a livello dei contenuti, ma nel modo in cui due o più persone interagiscono, portando avanti le proprie teorie e tesi. Ancora oggi queste opere del passato sono esempio vivo e concreto per i contemporanei; solo così, infatti, possiamo comprendere la bellezza della discussione costruttiva e l’egregio valore del saper argomentare e giustificare la propria opinione.
