• 16 Gennaio 2026

«Maryam, vieni a mangiare una zeppola. Lo sai che fredde sono meno buone.»

«Arrivo, zia Francy. Meno male che sono pronte. Con questo odore, non ti dico che languorino.»

La bambina, ma no, il 3 ottobre ha compiuto tredici anni, la ragazza lasciò l’ipad sul tavolo della sala, che quella sera sarebbe stato imbandito a festa, e si precipitò in cucina.

Un pentolone, annerito dal tempo e dalla fiamma del gas, sfrigolava di olio bollente.

Era da poco passato mezzogiorno, annunciato dal campanile della Chiesa Madre, non distante dalla casa di Francesca.

Era il 24 dicembre 2038 ma per l’anziana padrona di casa era come se tutto si fosse cristallizzato e nulla, nemmeno il più insignificante gesto, fosse mutato. Ogni suo Natale si era svolto nella stessa maniera.

Certo, non era più quella di una volta e ad uno ad uno aveva visto i suoi cari andarsene. I genitori, quasi insieme. Eh sì, un inconveniente della vecchiaia è veder crescere il numero delle persone care che non ci sono più. L’amore della sua vita tra queste, perso troppo presto.  I figli erano partiti per il Canada e li vedeva più attraverso lo schermo- benedetta tecnologia- che di persona. Diverse volte, però, erano tornati al paesello, ma lei stessa li aveva spinti a riprendere la strada del ritorno. “Per dare un futuro migliore ai figli”, amava dire. L’unica ragione che le faceva accettare una lontananza che da un po’ viveva con maggior nostalgia. A dire il vero, i ragazzi avevano insistito perché si trasferisse da loro. Lei ci aveva pensato, e a lungo. Alla fine non aveva trovato il coraggio di lasciare tutto per andare a morire altrove.

Sapeva bene che la casa è dove hai la famiglia, gli affetti più cari. Già, gli affetti più cari. Erano tutti lì, nel camposanto.  A Telese. Un luogo con una manciata di anime, un’estensione di pochi chilometri quadrati. Un puntino minuscolo, rispetto alle sconfinate distese canadesi. Ma lì si era consumata la sua vita, semplice, priva di clamori. Normale, e per questo, secondo lei, fortunata.

Le giornate, ora che si avvicinava agli ottanta, scorrevano serene. Si dedicava alla casa, scriveva lunghe lettere ai figli e tutte le sere compilava almeno una pagina di diario. Un’abitudine presa da giovane e mai abbandonata. Poche volte, si contavano sulle dita di una mano, non lo aveva fatto. La prima quando era mancata sua madre, la seconda suo padre, la terza l’uomo che amava, la quarta per la partenza dei ragazzi. Scrivere l’aiutava a mantenere viva la memoria di quello che le accadeva e di come lo percepiva. Spesso, nelle lunghe sere invernali, avvolta nel suo nero scialle, accanto al fuoco, leggeva momenti dei periodi passati. Allora la si poteva vedere rattristata o con una luce di felicità sul volto.

Il 20 dicembre 2038 aveva scritto: Non so cosa farò in queste feste. Mi mancano Giuseppe e Lorenzo e quei birbantelli dei miei nipotini. Ma sarò felice di vederli in collegamento. Non sarà come averli qui, quando la vigilia di Natale non mi davano neppure il tempo di scolare le zeppole dall’olio che correvano a mangiarsele e la zuppiera era sempre vuota. Più ne friggevo, più ne mangiavano. Ho deciso: quest’anno non le farò. Perché tanta fatica? Per chi?

Francesca ripensava a quella riflessione. E sorrideva. L’inaspettato arrivo di sua nipote, la figlia di Paola, aveva cambiato tutto. 

È proprio vero-pensò a voce alta – che le vie del Signore sono infinite. Mi preparavo a vivere un Natale pieno di solitudine, riscaldata solo dai ricordi, ma ecco che è arrivata una stella a illuminarmi. 

«Zia Francy, di che stella parli? Non è ancora sera.»

«Niente, cara. Inseguivo un mio pensiero.»

Maryam entrò in cucina e si guardò intorno, con la stessa curiosità di quando indicava la sua età con la manina aperta.

Non avrebbe potuto giurarlo, ma le sembrava che ogni cosa fosse rimasta al suo posto. Gli occhi neri, grandi e profondi, si fermarono sulle pentole di rame attaccate alla parete; sul canovaccio, anzi la mappina, come aveva imparato durante l’infanzia, con le iniziali ricamate a punto croce. Poi osservò il caminetto, non ancora acceso ma carico di legna. Sulla mensola, abbellita da un filo di abete intrecciato con nastri colorati e stelle dorate tra gli aghi, Maryam vide gli stessi oggetti: la scatola di latta con le caramelle alla frutta, il portacandela in ferro battuto e una cornice di legno chiaro, leggermente scheggiata in basso. Dentro, una foto di gruppo: Francesca, con un sorriso, ormai svanito, attorniata da tutta la famiglia.

«Come eravamo piccoli, qui» sussurrò, con lo sguardo ancora sulla foto.

«E felici» continuò Francy, con la rapidità di chi non ha dubbi.

«E questo pentolone, zia! Quanti anni ha?»

«Più di te. E anche di me, Era di mia madre. E, prima ancora, di sua madre, nonna Isabella.»

«E funziona alla perfezione.»

«Eh sì, cara, ha visto più Natali di quanti ne ricordi io.»

La commozione era palpabile. Maryam le si si accostò, le circondò le spalle con un braccio e dopo averle stampato un bacio sulla guancia prese una zeppola dal piatto, dove erano state adagiate su carta assorbente, ancora lucide d’olio e calde.

«Solita ricetta, zia?»

«Certo: farina, acqua, un pizzico di sale e…»

«Un po’ di lievito madre» proseguì Maryam.

«Brava. Attenta a non scottarti. E non sporcarti, se no chi la sente …»

«Tua madre,» dissero all’unisono, sorridendo per quella frase che le ripeteva ogni volta.

Maryam non avrebbe macchiato il suo maglione color senape, troppo largo per il fisico minuto. E neppure gli inseparabili jeans. I capelli, neri e folti, le cadevano sciolti sulla schiena. Faticava molto a tenerli in ordine. E che non fossero naturalmente docili, lo dicevano le ciocche ribelli che le incorniciavano il viso.

La vecchia zia la osservava con amore, mentre insieme, sedute una accanto all’altra, mangiavano le zeppole.  Era cresciuta, certo. Ma nel modo in cui, con due dita, prendeva una pallina calda e la portava alla bocca dopo aver soffiato, c’era ancora la bimba che correva a nascondere il viso nel suo grembiule quando Paola la sgridava. Non era previsto che trascorresse le festività natalizie a Telese.  I suoi genitori avevano già programmato un viaggio ma lei aveva chiesto di andare dalla zia perché voleva rivivere quella particolare atmosfera natalizia.   Una cosa insolita alla sua età. L’avevano affidata a una coppia di amici, che “scendeva” al sud per le feste. Francesca non aveva bisogno di spiegazioni. La stanza era sempre pronta.

La cena era finita da poco. Francy aveva acceso il camino alle cinque del pomeriggio, come faceva suo padre.  La legna ardeva piano. I ceppi crepitavano, emanando profumo di bosco e resina. Tra le fiamme, prendevano forma diverse figure. Maryam le guardava con la stessa espressione incantata di quando era piccina. Francesca, sulla poltrona a dondolo, non diceva nulla, ma ringraziava Dio di avere accanto quella presenza.

All’improvviso una scintilla si staccò e si sollevò verso la cappa. Quel rumore le distolse dai lori pensieri e la ragazza disse:

«Zia Francy, me la racconti una storia?»

Lei la guardò, sorpresa.

«Che storia?»

«Quella di Rusinella.»

«Rusinella?»

«Sì, quella che abitava vicino al ponte.»

«Rosina Luongo. La janara.»

«Sì, proprio lei. Ti prego!»

Francesca si sistemò meglio, cercando una posizione più comoda. Si schiarì la voce e cominciò.

«Rosina Luongo, Rusinella, abitava dove la strada curva prima del ponte. Viveva in una catapecchia: pareti di tufo screpolate, tetto basso, la porta che cigolava anche chiusa, al minimo soffio d’aria. Lo spazio esterno era ingombro di vasi rotti, secchi di latta, stracci stesi su fili arrugginiti, e piante che crescevano storte ma forti. C’era sempre odore di terra bagnata, di cenere, di qualcosa che fermentava. Un gatto- grigio e spelacchiato – si muoveva tra le erbe come un’ombra. Non si lasciava avvicinare da nessuno.

Rusinella era una donna di bassa statura, ossuta, con la pelle scura e le mani nodose. I capelli, mai pettinati, erano raccolti in un fazzoletto annodato dietro la nuca. Aveva il viso scavato, gli occhi infossati, ma lucidi, come brace.

Camminava scalza d’estate, con scarpe sformate d’inverno. In ogni stagione, indossava la stessa gonna pesante, un grembiule macchiato, e sopra, un mantello di panno che odorava di fumo.

Le paesane si segnavano quando la incrociavano e trascinavano via i bambini per proteggerli da quella vista. Le più superstiziose temevano che i figli potessero ricevere il malocchio dalla janara. I ragazzi, quelli più crudeli, le tiravano sassi da lontano, nascosti dietro muretti o alberi. Lei non reagiva. Si voltava piano, li guardava e riprendeva il cammino. La gente la temeva. Così, se qualcuno si ammalava, un raccolto andava perso, una gallina smetteva di fare uova, o capitavano altre disgraziati eventi, allora si diceva: “È stata Rusinella.”»

Maryam si strinse nel plaid, fissando il camino. Le fiamme si muovevano lente, come se stessero ascoltando anche loro.

«Ma…» sussurrò con un fil di voce, «se la prendevano a sassate… allora era cattiva?»

 Era il dubbio, che fin da bambina si era insinuato in lei.

La zia non rispose subito. Guardò il focolare, poi la nipote, e di nuovo la legna ardente. Quando riprese a parlare, lo fece con calma:

«No. Non era cattiva. Viveva da sola, senza marito, figli o padrone. Non andava in chiesa, non faceva la spesa al mercato, non chiacchierava con nessuno. Ma quando qualcuno la incontrava, non abbassava la testa. E questo bastava per far paura.»

Maryam rimase in silenzio. Infine replicò:

«Se non faceva male a nessuno… perché non la volevano?»

La donna sospirò.

«Perché non si faceva vedere quando la cercavano, e compariva quando non la volevano. Perché non si vestiva come le altre, non si pettinava, non profumava di sapone. Aveva le mani sporche di terra, le unghie rotte, e si rivolgeva raramente agli altri. Quando   lo faceva, diceva cose che non si capivano subito. Ma, dopo, restavano dentro.»

Maryam si accoccolò meglio sulla sedia.

«E tu… l’hai mai vista?» le domandò a bruciapelo.

Francesca sorrise, e rimase in silenzio. Si concentrò sul fuoco e lasciò che fosse lui a parlare.

Dopo un lungo silenzio, riprese:

«Una notte, avevo la tua età, mi svegliai per uno strano rumore. Il miagolio del gatto di Rosina arrivava da lontano. Spezzato, rauco, un lamento. Sembrava spaventato, da qualcosa che vedeva solo lui. Mancavano tre giorni al 25 dicembre e aveva nevicato. Mi affacciai alla finestra, con il cuore in subbuglio. La luna era alta, bianca come il sale. Un suono sottile, simile al fruscio dell’acqua tra le pietre. Vidi tre sagome. Erano donne, tutte vestite di scuro, con mantelli pesanti e fazzoletti annodati sotto il mento. Camminavano una dietro l’altra, attente a non uscire da un invisibile tracciato. La prima era Rusinella. La riconobbi dal passo: lento, trascinato.

Portava una borsa di stoffa e tra le dita brillava qualcosa. Non riconobbi le altre.

Una era molto alta e magra, con guanti che le arrivavano ai gomiti. L’altra aveva una treccia lunga fino alla schiena e camminava scalza.»

Maryam si era rannicchiata sulla poltrona. Il respiro appena percettibile, tutta concentrata su Francy.

Con un sussurro chiese:

«E se fosse stato un sogno?»

Francesca si voltò verso di lei.

«Può darsi. Ma un brivido improvviso, lo rivivo ancora, mi spinse a serrare la finestra.  Il giorno dopo, nella neve, c’erano tre impronte diverse. Una con la suola rotta, una con le dita nude, e una con il tacco quadrato. Le ho trovate io.»

Fece una pausa, poi aggiunse:

«Seguimmo le tracce. Mio nonno diceva che certe notti, quando la luna è piena e il vento viene da nord, le janare si radunano sotto il noce di Benevento. Lì avvenivano cose che è meglio non conoscere. Chi c’era- nascosto- non ha potute descriverle due volte.»

Francesca tacque di nuovo.

Poi, con il tono di chi sta per ricordare qualcosa che affonda nella notte dei tempi, riprese:

«Ora, Maryam ti voglio raccontare di quel pomeriggio d’inverno, quando il figlio di Antonio, il fornaio, si perse nel bosco e Rusinella…»

Autore

Originaria di Benevento, dopo il conseguimento della laurea in Lettere Classiche all’Università degli Studi di Pisa, si è dedicata alla docenza presso il liceo classico di Saronno (VA). Animata da vivo interesse per la Letteratura, l’Arte e la Musica, si è occupata di Teatro, allestendo numerosi spettacoli che hanno ricevuto riconoscimenti sia dalla Presidenza della Repubblica, sia da attori di fama mondiale, come Dario Fo. Attualmente sta realizzando un interesse coltivato nel tempo: scrivere. Autrice di numerosi testi