• 13 Agosto 2026
Editoriale

Si discute molto in Italia, soprattutto negli ambienti intellettuali, del conservatorismo e di come stia prendendo piede nel dibattito culturale attraverso l’attivismo di numerose piccole e medie case editrici. Da quanto si pubblica viene fuori che esso è un fenomeno articolato, che si manifesta più come un insieme di sensibilità politiche e culturali che come un’ideologia monolitica, a differenza del vecchio marxismo.  Sfogliando le numerose pubblicazioni che vengono fuori, si evince come in Italia, a differenza di altri Paesi europei e del mondo anglosassone esso è il prodotto complesso di diverse  tradizioni politico-culturali che vanno dal cattolicesimo sociale al  nazionalismo, al  liberalismo moderato, il tutto legato ad una reazione, piuttosto vasta, alle trasformazioni sociali ed economiche degli ultimi decenni, ma soprattutto al cosiddetto “pensiero unico” ed alla tendenza woke che si qualifica per l’ inclusività che dovrebbe rappresentare ad un progressismo che si manifesta con gli stilemi  dell’intolleranza verso i valori tradizionali, soprattutto nell’accezione dei “diritti” LGBTQ+: la sua provenienza è statunitense,  ha fatto breccia anche in Europa dove una sinistra, priva di idee politiche, se n’è appropriata facendone il cuore della propria identità.

Il conservatorismo italiano, che si contrappone radicalmente alla nuova sinistra, è rappresentato soprattutto da forze politiche ed intellettuali che pongono al centro della loro riflessione  temi come la difesa dell’identità nazionale, la sicurezza, il controllo dell’immigrazione, la valorizzazione della famiglia tradizionale, una certa idea di ambientalismo, ma soprattutto i valori   sconfinanti, quando è il caso,   nel reazionarismo anti-giacobino.

Da sottolineare poi, come scritto nella “Dichiarazione di Parigi”, elaborata il 7 ottobre 2017, da un nutrito gruppo di intellettuali conservatori, capeggiato da Roger Scruton, che un’Europa in cui possiamo credere non è quella dell’Unione, sbiadita rappresentazione di un Continente che potrebbe essere protagonista, ma non lo è:  l’Europa fondata su una propria sovranità in grado di dire la sua nel contesto internazionale, mentre la vediamo fagocitata dalle politiche americana, russa e cinese, per non parlare delle nazioni emergenti, occasionalmente alleate con le potenze più grandi, che vanno sotto il nome di  BRICS.

Tuttavia, la sovranità auspicata dai conservatori , questo orientamento non implica necessariamente un rifiuto dell’Unione Europea, quanto piuttosto la richiesta di una revisione degli equilibri tra livello nazionale e sovranazionale.

Un altro elemento centrale del conservatorismo italiano  è il riferimento ai valori culturali e identitari. Come detto, la  tradizione, la religione cristiana e la fede cattolica costituiscono il patrimonio storico maggiormente evocato  da preservare in un contesto percepito come segnato da cambiamenti rapidi e talvolta destabilizzanti. Ciò significa respingere i temi “ modernisti” assumendo  posizioni critiche su temi come i diritti civili, la bioetica e le fine della  della famiglia tradizionale considerata  perno della società e nucleo primario della comunità nazionale.

C’è da aggiungere, poi,  che il conservatorismo italiano è molto sfaccettato : in esso coesistono  correnti  moderate e neo-liberali, aperte al dialogo con altre culture politiche, ed altre maggiormente identitarie e perfino populiste o che tali si manifestano in contrapposizione a quelle che potremmo definire elitarie. Questa pluralità rende il conservatorismo un mondo  dinamico, che conosce una continua evoluzione.

Infine, va considerato il rapporto con la memoria storica. In Italia, il conservatorismo si confronta con l’eredità del Novecento, il che rende il dibattito pubblico particolarmente aspro e talvolta eccessivamente polarizzato. Di conseguenza, il conservatorismo italiano è una realtà complessa della quale danno conto i più recenti saggi apparsi e sui quali, oltre ad una segnalazione, una riflessione va fatta.

Anche nell’accezione italiana il conservatore non differisce da quello che è in altri Paesi. Vi sono valori fondanti e visioni del mondo comuni che fanno del fenomeno un’unità culturale dalla quale non si può prescindere. Il “Manifesto dei conservatori” di Giuseppe Prezzolini ne è una sintesi soprattutto laddove scrive: “Il Vero Conservatore non ha nostalgia del passato, giudica severamente il presente, e non gli sorride l’immagine del futuro; sa  che i governi son tutti, all’incirca oppressivi, tutte le rivolte liberali creatrici di tirannie, e le felicità sognate come irraggiungibili; perciò teme i progressi, le rivoluzioni, le agonie delle attese, le turpitudini delle promesse, i trionfi dei profittatori; e dice agli uomini di contentarsi di ritocchi sensati, di riforme serie, di pazienti creazioni di nuovi sistemi”. Realismo? Incontestabile.

E questo, credo, sia il leit motive del conservatorismo vecchio e nuovo ed anche di quello nuovissimo che si sta affacciando con una brigata di giovani intellettuali e di case editrici sull’orizzonte che ci sta davanti. Mi sembra doveroso, in questo autentico mare magnum citare l’opera editoriale ed intellettuale di Francesco Giubilei che con la casa editrice Giubilei-Regnani sta dando un impulso decisivo alle pubblicazioni sul conservatorismo, cominciando dai libri di Russell Kirk, capofila della nuova schiera dopo quel che rappresentò Barry Goldwater, al volume imperdibile di Yoram Hazony, La scoperta del conservatorismo, nel quale lo studioso ebraico mette in chiaro, senza equivoci, come il concetto di conservatorismo americano non abbia nulla che vedere con il liberalismo classico sostenuto negli anni Sessanta. Hazony spera che il destino migliore per la democrazia occidentale sia quello di un ritorno alle tradizioni empiriste, religiose e nazionaliste del mondo anglofono, virtù che lo hanno fatto grande diventando modello di libertà per tutto il mondo.

Sulla stessa linea di pensiero si colloca Francesco Giubilei che con le sue edizioni (Giubilei-Regnani) ha pubblicato un intelligente ed eccentrico volume intitolato L’Italia dei conservatori: Storia dello conservatorismo italiano dall’antica Roma al governo Meloni che più d’una curiosità ha suscitato. L’Autore ne ripercorre la storia individuando la genesi già nella Roma dei Cesari e riscontrando nel cattolicesimo, nel Medioevo, nelle vicende della Repubblica di Venezia, e nel contrasto al giacobinismo, i suoi tratti salienti. “Da Catone e Cicerone, fino a Longanesi e Montanelli – osserva Giubilei – si individuano figure ascrivibili al conservatorismo o alla sua somiglianza, soffermandosi sulla nefasta assenza in Italia di un partito conservatore”. E sottolinea come il termine “conservatore” sia stato in Italia per lunghissimo tempo “relegato ai margini della discussione pubblica e limitato allo studio di un drappello di coraggiosi pensatori. Se da un lato c’è chi fa coincidere il conservatore con il reazionario, con un chiaro intento dispregiativo, identificandolo come una persona chiusa all’innovazione, dall’altro, anche nel mondo della destra, si fa confusione al punto che il conservatore viene talvolta equiparato al liberale”. Ma le cose non stanno così. “Il conservatore – prosegue Giubilei – non è affatto chiuso all’innovazione, purché non si mettano in discussione valori e principii permanenti come il concetto di identità, di nazione, le radici cristiane, la famiglia, la conservazione della natura”, concetti ai quali ci siamo sopra riferiti.

A contribuire a fare chiarezza ancora di più sul conservatorismo, si sono cimentati in un agile libretto, sempre edito da Giubilei-Regnani, Marco Invernizzi e Oscar Sanguinetti con il loro Vademecum del conservatore italiano nel quale riscoprono le radici del conservatorismo che mira a “tornare al reale”, al progetto originario che Dio ha concepito per l’uomo e per la società. Il conservatore “di fronte al tragico fallimento delle utopie e delle ideologie vuole il ritorno dei singoli e delle società al ‘senso comune’ , a quell’insieme di principi ‘primi’e immediatamente evidenti sulla realtà che tutti gli uomini dovrebbero condividere tra passato e presente , con uno sguardo la futuro”.

Un libretto questo Vademecum che si legge d’un fiato tanto appassiona e rende il senso di una grande dottrina politica con la semplicità di chi è consapevole che fuori dalle catastrofiche utopie di una sinistra in lacrime c’è un destino per i popoli. Invernizzzi e Sanguinetti sono gli ideatori di un altro aureo libro, Conservatori. Storia e attualità di un pensiero politico, con il contributo di Giovanni Orsina, Andrea Morigi, Francesco Pappalardo, Mauro Ronco, (Edizioni Ares) nel quale, come scrive Orsina, “Il libro si richiama a un conservatorismo che guardi all’ordine politico e sociale precedente il 1789, alle sue radici religiose, alla sua antropologia naturale”. Un testo nel quale gli autori fanno giustizia di molte menzogne sul conservatorismo e ne danno una visione nuova cavalcando le tendenze ultime della dottrina politica tanto dileggiata.

Ma cosa significa essere un buon conservatore? Ce lo ricorda uno degli esponenti più significativi della corrente di pensiero: Russell Kirk il quale in The American Cause , edito meritoriamente da D’Ettoris (che ha fatto conoscere in Italia due dei fondamentali volumi di Roger Scruton: Essere conservatori e Confessioni di un eretico) nel quale l’intellettuale americano stila il manuale dei buon conservatore sottolineando come “E’ decadente un uomo che ha smesso di avere un qualche scopo nella vita; è decadente una società che non percepisce più mete e modelli”. Questo era vero fino a qualche anno fa, anzi di più: la prima edizione, rivista nel 2002, è del 1957, un tempo in cui Russell poteva nutrire l’ottimismo (poi sconfitto) di Barry Goldwater, ma oggi l’America non è più la stessa per quanto in essa prevalgano quei valori ai quali Russell ha ispirato il suo pensiero. Questo ottimismo di Kirk non deve far dimenticare la Bibbia del conservatorismo, edita in Italia qualche anno fa sempre da Giubilei-Regnani: The Conservative Mind, Il pensiero conservatore, un libro che tutti, da destra a sinistra dovrebbero leggere.

Ma in Italia che vuol dire Essere conservatore oggi, come titola il suo pamphlet Ernesto Reina (Edizioni Ex Libris della Fondazione Thule Cultura)? “Il testo tesse un discorso coerente, sorretto da un filo logico che affonda le sue radici nel mondo delle idee e delle loro ricadute pratiche”, scrive nella prefazione Antonino Sala. Reina, aggiunge, “non si limita a tratteggiare un’ideologia, ma delinea un atteggiamento esistenziale, un modo di vivere il presente che custodisce il passato senza irrigidirsi in un rifiuto del futuro”. L’autore giustamente conclude asserendo che “il conservatorismo è un’ideologia che diffida dei mutamenti improvvisi, la cui espressione  più consona  è la pratica della rivoluzione, e sostiene ci preservare un dato stato istituzionale, religioso, sociale attraversando la gratuità del concetto di progresso senza però sfociare nel reazionarismo”.

Utile terminare questa “carrellata” citando La biblioteca dei conservatori (Idrovolante edizioni) di Massimiliano Mingoia. Un libro prezioso per scoprire una letteratura senza tempo, perciò soprattutto del nostro tempo.

Autore

Giornalista, saggista e poeta. Ha diretto i quotidiani “Secolo d’Italia” e “L’Indipendente”. Ha pubblicato circa trenta volumi e migliaia di articoli. Ha collaborato con oltre settanta testate giornalistiche. Ha fondato e diretto la rivista di cultura politica “Percorsi”. Ha ottenuto diversi premi per la sua attività culturale. Per tre legislature è stato deputato al Parlamento, presidente del Comitato per i diritti umani e per oltre dieci anni ha fatto parte di organizzazioni parlamentari internazionali, tra le quali il Consiglio d’Europa e l’Assemblea parlamentare per l’Unione del Mediterraneo della quale ha presieduto la Commissione cultura. È stato membro del Consiglio d’amministrazione della Rai. Attualmente scrive per giornali, riviste e siti on line.