• 15 Febbraio 2026
Racconto

Mio padre Leandro fu sottratto alla sua famiglia e immesso nei campi di concentramento, ove rimase diciannove mesi e due Natali a venti gradi sottozero, con pochi stracci addosso e lontano dagli affetti più cari. Fu liberato dalle Forze Alleate ormai allo stremo (pesava solo trentotto chili) quando ogni speranza sembrava svanita, tant’è che i suoi carcerieri, con ferocia inaudita, lo avevano perfino costretto a scavare la fossa dove sarebbe stato seppellito dopo la fucilazione, perché questa era la fine che gli era stata brutalmente preannunciata. Dopo pochi giorni fu miracolosamente liberato dagli inglesi; un’esperienza quindi, la sua, terrificante e una salvezza raggiunta solo “in extremis”.

In una delle ultime lettere scritte a mia madre, dopo la Liberazione, le confidò che se fosse trascorso ancora qualche giorno, non ce l’avrebbe fatta. Infatti, negli ultimi tempi non riusciva neanche a salire un gradino a causa dello scadimento generale delle sue condizioni di salute.

Per una coincidenza eccezionale (non so il perché, né quando, né come) conobbe Hitler che, passando in rassegna gli “schiavi” del campo, si soffermò incredibilmente proprio su di lui, chiedendogli le sue origini. Anche il fratello Luigi fu deportato in Germania ed é sorprendente che i due siano riusciti anche a incontrarsi a liberazione avvenuta.

Nei campi di concentramento fu trattato in modo disumano, fuori da qualunque convenzione internazionale e dalla tutela della Croce Rossa. Una volta rimpatriato, ad attenderlo trovò solo un cancello sul quale si appoggiò disperato, dando sfogo a un pianto ininterrotto, perché i bombardamenti degli Alleati anglo-americani del 26 maggio 1944 avevano ridotto in un cumulo di macerie il villino, dove era vissuto fino al giorno della partenza per l’arruolamento.

Di mia mamma ho il ricordo di una donna bella con addosso un’aria di perenne fanciullezza, quasi una bambina rimasta così fino alla morte. Si fidanzò con mio padre un anno prima che lui partisse per il militare e lo aspettò fiduciosa anche quando l’assenza di notizie, per mesi e mesi, aveva fatto temere il peggio. Prima della sua deportazione, durante il servizio di leva, si scrissero quasi tutti i giorni, a testimonianza di un amore veramente grande. Dopo la cattura a Rodi, la comunicazione epistolare tra i due subì una brusca interruzione, in ogni caso mai completamente azzerata, per quanto compromessa dalle ferree leggi sulla censura, imposte dal regime nazifascista.Qualche anno prima di morire, mio padre mi confessò di custodire molti segreti che non avrebbe mai rivelato a nessuno. Io feci cadere inspiegabilmente il discorso, e ora mi sento responsabile della mia mancata determinazione a indurlo a raccontare. Probabilmente non avrei ottenuto nessun risultato, però una frase del genere, detta per di più da un uomo che difficilmente si apriva, avrebbe meritato, come minimo, maggiore attenzione da parte mia. Oggi, ripensandoci, sono quasi sicuro che mio padre rimase profondamente deluso dal mio apparente disinteresse. Sta di fatto che non potrò mai sapere cosa avrebbe voluto raccontare e questa è la cosa che rattrista spesso le mie giornate. Cosa avrebbe voluto svelare? Eventi di prigionia? Fatti personali? Qualche segreto familiare? Altro? O forse una richiesta di aiuto? Chissà! 

Dopo la sua morte, ho riflettuto a lungo sulle ragioni della sua riluttanza ad aprirsi e ho anche pensato, forse velleitariamente, che ciò fosse dovuto a un senso di colpa inconscio per avercela fatta, quando invece molti altri suoi compagni erano caduti. Stato d’animo, questo, assai comune tra gli ex internati, come ci racconta Primo Levi nei suoi libri. Ma altri saranno stati, verosimilmente, i motivi del suo silenzio e tra questi l’ipotesi più attendibile è che egli abbia voluto solo risparmiare ai familiari la condivisione dell’orrore, oppure forse anche un’azione psichica di rimozione dell’inenarrabile.Circa dieci anni fa, mentre stavo controllando alcuni documenti negli scantinati della mia casa, mi accorsi che in un angolo di una stanza c’era una sacca nera, una di quelle sacche che normalmente vengono utilizzate per raccogliere l’immondizia. Aprii la sacca e mi accorsi che conteneva una grande quantità di lettere, ma non ci feci molto caso e la richiusi quasi subito. Poi, successivamente, mi tornò in mente quella sacca e mi venne il desiderio di verificare con attenzione il contenuto ed anzi rimasi incredulo al pensiero di non averlo fatto immediatamente. Avevo fatto una scoperta incredibile. Quella sacca conteneva moltissime lettere scritte da mio padre a mia madre e alla famiglia, sia durante il periodo del servizio militare, sia in quello successivo dei campi di prigionia. Vi lascio immaginare la mia sorpresa. Avevo scoperto un tesoro che meglio di ogni altra testimonianza, faceva chiarezza sugli eventi drammatici che sconvolsero l’esistenza di mio padre.

La prima cosa che mi venne in mente fu quella di cominciare la lettura di queste lettere che ad occhio mi sembravano non più di 200/300, ma poi in seguito mi accorsi che la quantità era di molto superiore. Passai giornate intere e talvolta notti interminabili a leggerle, utilizzando spesso anche una lente di ingrandimento perché l’usura del tempo non aveva risparmiato la storia e i suoi  protagonisti, rendendo spesso la grafia indecifrabile.

Il passo successivo fu quello di classificarle, dividendole a seconda del periodo di riferimento. Poi passai alla loro trascrizione senza uno scopo preciso, fino a che, dopo circa due anni, presi la decisione di farne un libro, ma passò molto altro tempo prima che prendessi la decisione definitiva. Avevo infatti timore che la pubblicazione delle lettere potesse in qualche maniera significare la violazione della privacy di mio padre. Ma io volevo rendere a lui giustizia e alla sua storia drammatica e quindi la violazione della privacy costituiva un problema di scarsa rilevanza se rapportato alle finalità che mi ero prefissato. Il libro quindi è stato pubblicato ed ha come titolo ;”A un passo dalla fine, lettere d’amore in tempo di guerra”

Le lettere pubblicate descrivono un periodo che si sviluppa dalla partenza per il servizio di leva fino al giorno della liberazione. Sono testimonianze sicuramente incomplete, spesso frammentarie che però individuano le tappe fondamentali di una storia che ha dell’incredibile per com’è nata, per come si è sviluppata e per la sua conclusione. Insomma, ho fatto quel che potevo e soprattutto quello che le mie condizioni generali permettevano.

Sono in gran parte lettere d’amore per mia madre e per la famiglia, piene d’angoscia e disperazione, ma sono anche lettere colme di speranza che rivelano molto dei sentimenti umani. Un vero e proprio campionario di questi sentimenti: gioia, dolore, rabbia, inquietudine, nostalgia, rimpianto, malinconia e ancora: tristezza, rancore, noia, solitudine, paura, angoscia, forza, coraggio, disperazione, tutto si incrocia convulsamente in modo drammatico. 

Concludo questo capitolo con la trascrizione dell’ultima lettera scritta da mio padre a mia madre prima del ritorno in patria:

Wietzendorf, 1 agosto 1945 

Bimbetta mia, per la prima volta, dopo due anni, posso scrivere con una certa calma e con un certo margine. Ho ricevuto il tuo scritto tramite Don Pasa. La gioia di leggere le tue parole è stata indescrivibile. Conosco a memoria ogni parola. Bimba mia, come puoi immaginare, quelle che sono le sensazioni comuni di ogni uomo, per me si sono arrestate due anni fa. C’è stato questo terribile periodo, che è come una parentesi aperta e poi, per fortuna, chiusa nella mia vita. […

Sai, io attendevo il giorno della liberazione come un disperato e sono sopravvissuto a questo terribile periodo unicamente perché pensavo a te, invocavo te, desideravo te. Tra poco ci rivedremo. Potremo riprendere le cose dal punto in cui le lasciai, quando partii per Rodi? La lontananza è tremenda in questi casi. Io sono quello di prima con un bagaglio di sofferenze e di esperienze, ma sempre il Leandro di prima, l’uomo cioè pronto a tutto per renderti felice, per vederti finalmente sorridere. Io qui ho vissuto solo di memorie. Che altro si poteva fare? Chiuso in queste luride, sozze camerate, con quattro metri di spazio per camminare, colla fame che strangolava, col freddo che spezzava la schiena, colla dissenteria che più di una volta mi atterrava, solo come un cane, disperato tra una moltitudine di disperati, in mezzo agli insulti, ai soprusi, alle angherie degli aguzzini tedeschi. 

Vivevo solo perché pensavo a te, perché avevo la speranza, anche se larvata, di ricongiungermi a te. Tutte le sere mi recavo in cappella a pregare colle lagrime agli occhi: a pregare per te, per me, per i nostri cari. Il buon Dio mi ha salvato e ha salvato voi. Io credo d’essere invecchiato: troppe ne ho sofferte perché la botta passasse liscia, ma le forze sono quelle di prima. Torno lacero e povero come un accattone, ma pieno di buona volontà. Non ho idea di come possa essere la vita del nostro paese. Tu mi hai scritto “forse la vita potrebbe essere come prima, se tu fossi già tra noi”. 

Forse è bene che io non sia partito subito dopo il termine delle ostilità. Ero ridotto a pelle e ossa. Credo d’aver perduto una trentina di chili. Negli ultimi tempi non ce la facevo più. Riuscivo a stento a salire un solo scalino, oppure a sfilarmi il cappotto. Ma ero deciso, anche a costo della vita, a non cedere a nessuna delle lusinghe che ci facevano i tedeschi e i fascisti. Finché è arrivata la libertà. Il 12 aprile mentre la battaglia infuriava intorno, si è venuti a un accordo tra gli Alleati e i tedeschi per trasferirci nelle linee dei primi.

Ci siamo recati a Bergen (da qui t’ho scritto parecchie volte), dopo qualche giorno ci hanno trasferiti di nuovo qui a Wietzendorf. Ormai mi sono completamente rimesso grazie al vitto che ci assegnano gli inglesi. Passo il tempo passeggiando nei boschi con Giannetto, Corneli, Polignano, oppure mi reco al laghetto qui vicino per fare qualche bagno. Ma qui le giornate belle sono rarissime. Sono assetato di sole, dopo tanta nebbia, tanto freddo, tanto gelo. Ma se brutte sono state le mie giornate, non credere che non pensassi a quello che stavate passando voi. Ho sempre immaginato le vostre sofferenze. I vostri patimenti. Per questo penso che sarebbe ora, finalmente, di unirci per sempre. Il dolore rende più esperti. Quando sono partito ho lasciato una deliziosa bambina, ora ritroverò una donnina altrettanto deliziosa. I tempi sono duri, ma noi li supereremo, vero […]? A me occorre una sola cosa, esclusivamente una cosa sola. Trovare in te quell’affetto che mi recavi, quando eravamo a Tivoli. L’ultima brutta notizia me l’ha data mamma. Quella del nostro villino. Ci mancava pure questo, dopo tanto penare. Pazienza, rimedieremo a tutto. Cominceremo da zero, ma almeno non avremo lo spauracchio davanti della guerra. L’essenziale è di mettersi subito al lavoro, di fare immediatamente qualcosa di positivo. Puoi stare certa che non starò fermo un minuto. Ho troppa necessità di avere la mia serenità, dopo quello che ho patito e ricordati che solo tu puoi assicurare questo. Mi hanno recato un immenso piacere le parole di Alda. Magnifico quel “ciao” finale, come se non ci vedessimo da un paio di giorni. Salutamela tanto tanto: dille che troverà sempre in me l’amico di una volta. Saluta e bacia pure i tuoi cari genitori. E ora come una volta, ricordi, saluto per ultima, te. […] Spero che questa sia l’ultima volta che scrivo. Dovrei seguire Mattei a giorni. A rivederci, dunque, presto. Ti bacio ancora forte forte con ogni desiderio.

Leandro

Autore

Nato a Tivoli il 7 aprile del 1947. Laureato in giurisprudenza, ha lavorato nella multinazionale legale Baker & Mc Kenzie e nella Network International nella produzione e organizzazione di grandi eventi nel campo dello Sport e dello spettacolo. Da alcuni anni si dedica alla scrittura. Per Ibiskos Editrice Risolo ha pubblicato Racconto di un' idea ( variazioni di variazioni), per Eracle " Una fuga per non morire", per Amarganta" Ho ucciso la musica, la mia musa per non morire", per Atile Edizioni" A un passo dalla fine, lettere d'amore in tempo di guerra". Inoltre ha curato la riedizione dei Bozzetti Dialettali di Evaristo Petrocchi. Cultore appassionato di musica antica e barocca di cui è attivo ricercatore.