• 16 Gennaio 2026
Editoriale

Il fenomeno drammatico e diffuso delle spose bambine non è soltanto un fenomeno culturale e religioso, esso infatti, ha origini antiche, da sempre le bambine venivano destinate a sposare uomini più grandi, e di gran lignaggio, come sovrani, principi o comunque destinate ad una vita senza scelta e senza libertà. Nella storia orientale le bambine di dodici, quattordici anni erano considerate in grado di contrarre matrimonio e di affrontare una maternità, tanto nell’antico Egitto quanto nell’antica Grecia, mentre a Roma i matrimoni erano strumento per stringere alleanze familiari e politiche ed erano i parenti che decidevano le sorti dei loro figli in particolare delle bambine ancor prima che raggiungessero l’età adulta, i padri si arrogavano il “Diritto di cessione” della propria figlia in età prematura intorno ai dieci , undici anni, come dimostrano alcune lapidi o iscrizioni funerarie, evidentemente di bambine morte prematuramente  per parto.

Nel medioevo il fenomeno raggiunse un picco di diffusione tale da essere considerato la normalità e prosegui con intenti di celebrazione nel Settecento e nell’Ottocento dove i matrimoni, frequenti erano tra bambine e adulti. Parliamo di matrimoni combinati che via via subirono una trasformazione fino a giungere nell’era moderna dove in realtà sembra non essere cambiato nulla rispetto al passato, dove ancora si assiste a fenomeni diffusi di spose bambine dove al di là del vantaggio economico percepito dal genitore consenziente, la sposa in età assolutamente prematura perde la sua candida verginità sottoposta ad un vero stupro forzato, ogni umana condizione di bambina, non più libera ma adulta e dedita alle scelte che ignara le vengono imposte da un quotidiano matrimoniale.

Uno schiavismo che si è perpetuato nei secoli, sia in Occidente che In Oriente, le bambine giovanissime subivano e subiscono ogni maltrattamento subordinate a ruoli a loro precostituiti da una società culturalmente arretrata, per condizioni e tradizioni prevalentemente religiose con usanze molto discutibili e poco reversibili.

Il progresso ha reso possibile molti cambiamenti di stereotipi di questo tipo, e l’evoluzione di genere ha ceduto il passo a degli equilibri, e in Europa ad esempio le donne sono libere di sposarsi in età adulta ma anche di non farlo, senza forme di patriarcato imposte, anche se la parità di genere ancora è un’utopia da raggiungere, resta il diritto di libertà una sostanziale asserzione delle democrazie costituzionali moderne.

Ma se l’Occidente la libertà delle donne non è più un limite democratico lo è in Medio Oriente, o comunque nella cultura islamica, diffusasi grazie all’immigrazione fluente, anche in Europa, il matrimonio tra un uomo adulto o anziano e una bambina resta la norma sotto la disattenzione o la distrazione delle autorità. Perché sebbene il corano, non fa accenni in merito, però autorizza a disporre delle donne in piena libertà, creando la forma più autorevole di patriarcato dove le donne non sono libere specialmente perché bambine e non protette e tutelate dai propri genitori, anzi vendute proprio da coloro che dovrebbero assumerne podestà di tutela non di sfruttamento.

La bambina sposa, subisce un maltrattamento all’infanzia irreversibile per la sua cognizione psicologica, vittima di violenza domestica perpetrata suo malgrado, mettendo a rischio anche il suo benessere fisico e cognitivo. Subordinate ad una disperazione, molte tentano il suicidio, la negazione dell’infanzia, al gioco, all’istruzione, all’amore genitoriale, per una crescita felice e naturale, le espone anche all’indifferenza delle autorità che dovrebbero essere preposte ad un ausilio immediato per evitare una simile barbarie.   

 Certamente l’aumento della povertà post covid in particolare in Asia meridionale a portato il fenomeno secondo un rapporto Unicef intorno al 45% sul totale mondiale, dunque circa 290 milioni di bambine sono costrette a diventare mogli per motivi di povertà persistenti in famiglie numerose, un alto carico di matrimoni infantili, che rappresenta la tragedia di un mondo globalizzato, anche se l’età legale per il matrimonio per le donne in molte regioni del Sud Asia si aggira tra i sedici e i venti anni, nonostante ciò,  la necessità di una sicurezza economica e finanziaria che non c’è spinge a far contrarre matrimonio molto prima. Un fenomeno diffuso per il 21% anche in Africa, dove in Niger e in Mali supera il 50%. In Medio Oriente parliamo del 18% di diffusione con picchi del 25% in Yemen e in Egitto.

In Europa il contrasto alla diffusione del matrimonio infantile con misure precipue è molto attuato, ma i casi segnalati in Bulgaria e Romania denotano che ancora la strada da percorrere è impervia e l’Europa non deve dimenticare di fare da contrasto a questo fenomeno che comporta gravi rischi per la salute infantile con disfunzioni irreversibili mentali e corporee, fino a giungere alla morte per lo più da parto.

La mortalità materna infantile è molto elevata causa di abusi sessuali e violenze domestiche oltre che l’immaturità biologica della bambina impossibilitata a sostenere un parto.

Il vero contrasto potrebbe essere rivolto dalla cultura, svecchiando i retaggi di un patriarcato di genere che non giustifica la depressione di povertà in cui versa la famiglia o la comunità di riferimento. L’emancipazione, l’educazione, il benessere culturale potrebbero inclusivamente superare il problema o arginarlo ad un limite.

In India 200 milioni di minorenni sono spinti a matrimonio forzato, un abuso incontrollato, non considerato tale dalle autorità, in realtà siamo prossimi a 9 milioni di casi in tutto il mondo, le violenze dunque sono ormai diffuse a livello globale in una sorta di pedofilia autorizzata e dimenticata, e senza possibilità di ribellione o dissenso, perché la costrizione per lo più avviene in maniera ingannevole sotto l’assenso dei familiari.

Le barriere all’ingresso di un mercato culturale che non permettono alle vittime alcuna possibilità di scappatoia, un fenomeno che si implementa ogni giorno di più, alle quali non si consente di avere un’istruzione e tantomeno diritto di comunicare con un semplice telefonino, perché spesso il carceriere sa è consapevole di essere un carnefice, infatti, in India pur circolando un numero telefonico antiviolenza la vittima può solo telefonare con il cellulare del marito, una normalità che rende impossibile salvare la vita di queste bambine.

Questa usanza indiana, si protrae similarmente nel resto del mondo meridionale, e il grido di disperazione di milioni di bambine si soffoca nelle violenze quotidiane, che non si denunciano e non riguardano solo bambine di dieci o undici anni anche di due e tre anni e talvolta anche di pochi mesi.

Un mondo di invisibili, il cui grido di sofferenza non viene ascoltato, decessi inevitabili, bambine senza futuro, senza diritti, senza possibilità di un’evoluzione concreta nella loro condizione di indigenza e schiavitù. Se mai diventano ragazze e donne perdono ogni diritto all’indipendenza e ad un vivere normale, chiuse nelle dimore di appartenenza del marito, ripiegando in assenza di sogni ad una vita di sofferenze.

Una violenza di genere, che nell’Occidente è divenuto un sentire progressista ma che mai ha inteso con forza e decisione arginare questo mondo sommerso che imperversa ai confini della realtà moderna.

Il matrimonio infantile delle spose bambine, traina la gravidanza in uno stato di prematura condizione biologica per un parto, e se partorire è complesso verso i diciotto anni perché si è ancora di fatto bambine, ancora più grave è per una età assolutamente inferiore. Perché se le nascite adolescenti sono il 16 % si aggiungono a questa statistica le seconde nascite, che avvengono entro massimo 23 mesi dal primo parto, con uno stress corporeo e psicologico disumano.

Inoltre, il 41 % delle bambine spose in alcune aree del mondo se non partoriscono un maschio come la cultura vuole, subiscono violenze post-parto sia dal marito che dai familiari, parliamo anche di paesi caraibici, come nel Regno Unito, e negli Stati Uniti, dove le concentrazioni di immigrazione clandestina crea il fenomeno senza esclusione. In Columbia dove si evince la proibizione del matrimonio infantile, si è culturalmente arginato il problema con un articolo del Codice civile che prevede il consenso dei genitori in caso di minori.

Siamo difronte ad una battaglia di civiltà difficile da sgombrare, non solo in Sud America ma ovunque, ecco perché la scuola è importante, l’istruzione essenziale, una civiltà globale che non tutela l’infanzia resta una barbarie di altri tempi, la morte di un Occidente distratto e islamizzato dove i tabù religiosi dominano e imperversano negli interstizi e nei limiti delle democrazie moderne. Dove il velo impone alle donne arabe ubbidienza a qualsiasi età, disposte a subire ogni violenza che sia tradizione, povertà o un credo religioso disumano e restrittivo, fonte di un patriarcato che non sottrae storicamente nessuna civiltà ma sconfina nell’indifferenza della politica senza potere e senza visione.

Le soluzioni oltre ogni umana possibilità, dopo aver visionato le cause siano esse derivanti dalle ragioni legate alle tradizioni culturali, alla tangibile povertà, alla mancanza di educazione o accesso all’istruzione, o da mancanza di politiche poco protettive dell’infanzia, chiedono una sensibilizzazione per un cambiamento radicale delle attitudini a pratiche arcaiche che fanno regredire le odierne civiltà, perché mostrano un’inciviltà di pensiero e di orientamento sulla parità di genere. Il matrimonio precoce in età evolutiva è un sistema impattante sulla vita sociale e anche economica dei paesi consenzienti, perché oltre a generare violenza occulta sul genere infantile femminile, impatta anche sulla salute delle bambine e sulla loro prole, generando un’involuzione sociale della specie generazionale e una diseconomia professionale futura.  

Autore

Economista, Bio-economista, web master di eu-bioeconomia, ricercatrice Unicas, autrice e ideatrice di numerosi lavori scientifici in ambito internazionale. Esperta di marketing. Saggista, studiosa di geopolitica e di sociopolitica. È autrice dei saggi “Il paradosso della Monarchia” e di “Europa Nazione”, con prefazione curata da Gennaro Malgieri e autrice del libro di poesie "Un giardino d'estate".