• 9 Marzo 2026
La mente, il corpo

Libertà, coscienza e felicità: un percorso di senso. Costruire la propria identità è un percorso lungo che coinvolge importanti variabili: una di queste ha certamente a che fare con tutto ciò che ci rende irripetibili, particolarità che non possiamo controllare a pieno in quanto dipendenti da fattori puramente scientifici ( le naturali predisposizioni), e d’altro canto questa unicità si rivela solo attraverso l’incontro con l’altro.

Senza relazioni, l’identità rimane un potenziale inespresso; è nel “rispecchiamento” con gli altri che capiamo chi siamo veramente. In questo senso possiamo affermare con certezza che la costruzione dell’identità non è un monologo singolo, ma un dialogo: per acquisire dunque una rotondità identitaria è fondamentale aprirsi alle relazioni con gli altri, anche se spesso le apparenze altrui possono ragionevolmente apparire ostiche. È possibile a tale proposito fare riferimento al celebre romanzo “Il Piccolo Principe”, il cui brano più celebre e significativo è forse quello dell’incontro con la volpe e l’addomesticamento: “Non si vede bene che col cuore.

L’essenziale è invisibile agli occhi.” È un messaggio significativo, perché, in un’epoca dominata dall’apparire, questo messaggio invita a cercare il valore delle persone e delle situazioni oltre la superficie. Suggerisce che il senso della vita non sta nel “consumare” esperienze, ma nel creare legami profondi (addomesticare) che rendono l’altro unico ai nostri occhi.

È responsabilità del singolo intraprendere relazioni vere e proficue con gli altri, e ciò è possibile solo grazie alla libertà originaria che è propria degli esseri umani. Secondo la concezione religiosa, la libertà è un dono perché è la facoltà originaria che ci permette di essere registi della nostra vita. Un dono così importante non può essere un regalo passivo: diventa responsabilità perché ogni scelta ha naturali conseguenze. Essere liberi significa “rispondere” delle proprie azioni davanti a se stessi e agli altri, dando sempre seguito a quella concezione che vede la costruzione dell’identità del singolo un percorso in realtà collettivo. Non bisogna confondere il fare ciò che si vuole con l’ essere veramente liberi. Come teorizzato anni fa da Agostino, la concezione religiosa di libertà come dono ha origine nel riconoscimento dell’essere umano come creatura fatta a immagine di Dio, il quale, offrendo la vita e il libero arbitrio per amore, chiama l’uomo non a un’indipendenza assoluta, ma alla responsabilità di realizzare pienamente se stesso nel bene.

Ad esempio, farsi governare dagli impulsi rabbiosi, anche se giustificati, nelle relazioni con gli altri può illudere di essere liberi di fare ciò che si vuole, ma in realtà rende schiavi di emozioni effettivamente incontrollabili. Per dare una risposta unitaria che metta insieme identità, libertà e coscienza, dobbiamo guardare all’uomo come a un essere che non si limita a “esistere”, ma che deve “costruirsi”.Il punto di giunzione tra tutti questi temi è quello della morale del singolo.

Sarà opportuno rifarsi alla Legge Morale di Immanuel Kant. Kant sostiene che la vera libertà non consiste nell’assenza di regole, ma nel dare a se stessi una legge che sia valida in virtù del suo formalismo. La coscienza morale è il tribunale ultimo che applica questa legge, e dunque lo spazio in cui l’individuo smette di essere un oggetto guidato dagli istinti o dalla massa per diventare un soggetto libero. Quando seguiamo la coscienza, non stiamo ubbidendo a un comando esterno, ma alla nostra stessa ragione: per Kant, questa è l’unica forma di libertà autentica, chiamata autonomia. Qui il discorso si ricongiunge al Piccolo Principe: l’identità non nasce dal fare ciò che si vuole (arbitrio), ma dal legame e dalla responsabilità. Il Principe scopre la sua identità “addomesticando” la rosa, ovvero scegliendo liberamente di legarsi a lei. Questa scelta è un atto di volontà. Senza questo passaggio attraverso la coscienza, la vita diventa un’illusione: o ci illudiamo di essere liberi mentre seguiamo i nostri capricci o ci annulliamo diventando uguali a tutti gli altri (conformismo). La sintesi finale è che siamo veramente liberi solo quando siamo responsabili: la libertà è il “dono” di poter decidere, ma è la coscienza che ci permette di trasformare quel dono in un’opera d’arte unica.

La scena finale di The Truman Show rappresenta una delle allegorie più potenti del passaggio dalla minorità (l’essere guidati da altri) all’autonomia (il dare legge a se stessi), ricollegandosi perfettamente al pensiero di Kant e al tema della coscienza. All’inizio, la libertà di Truman è puramente apparente perché manca del pilastro fondamentale della bussola etica: la Verità.

Truman crede di scegliere ma le sue scelte avvengono all’interno di un perimetro prefissato da un altro (Christof, il regista/Demiurgo). Per essere liberi non basta “poter fare delle cose”, bisogna conoscere le alternative reali. Una scelta fatta nell’ignoranza non è libertà, è condizionamento. Il cammino verso la libertà autentica non nasce da un evento esterno, ma da una decisione puramente interiore. Una decisione difficilissima e rischiosissima, un vero e proprio dolore, potremmo dire un evento luttuoso, dato che uscire dalla “menzogna felice” significa far morire una parte di sé ( per far nascere l’adulto autonomo. Truman accetta il rischio del fallimento e del dolore pur di essere “vero”. La libertà autentica non promette la felicità, ma la dignità. Truman preferisce essere un uomo libero e sofferente nel mondo reale piuttosto che un idolo felice in una menzogna. Il regista Christof, personaggio negativo, pronuncia alla fine una frase particolarmente eloquente su cui vale la pena riflettere: “non troverai lì fuori più verità di quanta ne hai trovata qui dentro”. Sì, perché sinora abbiamo data per scontato l’identificazione fra verità e mondo reale, corretta in una realtà esasperata come quella diTruman, non sempre vera nella nostra realtà. Il prezzo di Truman è lo stesso che paga chiunque, nella realtà, decida di seguire la propria coscienza contro il conformismo della massa.

L’esito probabile di questo percorso è la “beatitudine”, vetta della libertà interiore. Religiosamente, le Beatitudini potrebbero essere considerate una serie di “direttive “per adeguare i propri comportamenti all’aspirazione di raggiungere il Regno dei Cieli. È una promessa di gioia rivolta a chi è in difficoltà: “Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio”. Intesa come criterio di libertà, questa beatitudine libera l’uomo dall’attitudine all’ipocrisia. Sei libero se il tuo cuore è puro anche internamente. Il mondo ci dice che per essere felici bisogna essere più furbi, spesso, anche più “cattivi”. Cristo ribalta tutto ciò: la felicità appartiene a chi resta sincero e limpido, rifiutando di scendere a compromessi con la menzogna. È tutt’oggi credibile; in un contesto sociale che chiede di essere migliori a ogni costo, il Vangelo offre la libertà di essere semplici, trasparenti e leali. Come Truman che sceglie la verità uscendo dal set, il giovane “puro di cuore” sceglie di essere se stesso davanti a Dio e agli uomini, senza la schiavitù del consenso. La vera libertà appare al mondo come un vincolo, mentre in realtà è l’unica via per la dignità.

Autore

Alessandro Ebreo è nato ad Avellino il 30 agosto del 2007. Frequenta il Liceo Classico "Rinaldo d'Aquino" di Montella e il corso di pianoforte al conservatorio "Domenico Cimarosa" di Avellino, esibendosi, in varie occasioni, in ambito accademico. Nel 2023, esordisce come cantante nell'opera lirica "Il barbiere di Siviglia" con l' Orchestra Filarmonica di Benevento. In ambito letterario, un suo componimento poetico, dal titolo "Sacrificio", è stato pubblicato, nel 2023, dalla casa editrice "Delta 3 edizioni", nella raccolta "Parole di legalità". Nel 2024, è risultato secondo classificato al "Premio Ginestra" con un elaborato sul tema della violenza di genere, dal titolo "Il posto che mi spetta".