• 14 Gennaio 2026
Tendenze

La moda: parola che evoca subito il luccichio delle grandi passerelle internazionali o anche il semplice piacere provato da molti nel comprare un vestito desiderato da tempo.

Il concetto di moda ha un portato che va ben oltre il semplice “vestire”: potrebbe essere considerata come un linguaggio universale e insieme diversissimo, appartenenza e insieme distinzione.

Per noi abitanti del Bel Paese, poi, il ben vestire ha un significato particolare: l’eleganza all’italiana rappresenta un modello estetico e poi culturale imitato da sempre in tutto il mondo: in tutto il mondo si fa moda, un settore che è anche un grande business, che nel 2024 ha prodotto ricchezza per circa 1,7 trilioni di dollari, cifra destinata presumibilmente a crescere.

In apparenza sembrerebbero esserci solo positività: un settore importante sotto tanti punti di vista, con importanti ricavi. Eppure, dietro alle luci accecanti delle grandi maison della moda, o dietro alle vere e proprie montagne di vestiti prodotte del fast fashion, si nascondono ombre che noi consumatori non vorremmo vedere, ma che alimentiamo in prima persona attraverso le nostre scelte quotidiane: una realtà che, a tutti i livelli, non fa sconti: ai lavoratori del settore, all’ambiente e, in fondo, anche aiconsumatori finali.

Partiamo dal primo punto e quindi dalle condizioni dei lavoratori della moda. Le spese di un settore così ricco e produttivo a prezzi così bassi devono per forza essere pagate da qualcuno. E infatti la rincorsa al prezzo più basso, unita alla grande quantità, si gioca sulla pelle dei lavoratori; le grandi compagnie delocalizzate nel Sud-est asiatico accettano di tagliare i costi ovunque sia possibile e di produrre oltre i limiti. Tagliare i costi significa quasi sempre ridurre gli stipendi, i diritti, la sicurezza dei lavoratori. Un esempio emblematico di sfruttamento, in particolare della manodopera femminile, nel settore della moda è quanto avviene in Bangladesh, dove sono impiegate nel settore oltre 4 milioni di persone. Il salario medio è di circa 94 euro, importo che copre però solo il 38% di quanto necessario per uno stile di vitadignitoso, rendendo impossibile l’accesso a cure mediche adeguate, a buone condizioni igieniche, a una buona educazione per i più piccoli. Questo è quanto emerge da uno studio di Swedwatch, organizzazione di ricerca indipendente il cui compito è esaminare criticamente le relazioni commerciali con i Paesi in via di sviluppo, concentrandosi sulle preoccupazioni ambientali e sociali in conformità con il diritto e gli standard internazionali sui diritti umani.

Con una simile retribuzione, molte persone sono costrette a lavorare tempo in più oltre all’orario di lavoro obbligatorio, già molto lungo. Parliamo di 10 ore al giorno, sei giorni alla settimana. I bambini, nel migliore dei casi, sono obbligati a trascorrere molto tempo soli, avendo i genitori impiegati nelle fabbriche, rimanendo pertantoprivi di una vera e propria educazione. Nei casi peggiori, vengono impiegati anche loro.

Nel rapporto del 14 febbraio 2025 del Rights Lab dell’Università di Nottingham e di GoodWeave International, il 100% dei minori intervistati impiegati illegalmente in Bangladesh lavora in fabbriche di abbigliamento.

Nel novembre 2023, una rivendicazione degli operai e delle operaie per condizioni di lavoro migliori e salari più adeguati ha scosso forte e forse per la prima volta le acque: i lavoratori scendevano in piazza per un aumento del salario, fermo a 67 euro, fino a circa 215 euro, portando alla chiusura di oltre 500 fabbriche di abbigliamento a Dacca e in tutto il Bangladesh. La protesta si è evoluta poi nella repressione violenta da parte delle forze dell’ordine: si sono registrati 3 morti e decine di feriti. Gli sforzi non sono stati però completamente vani: il governo ha portato il salario minimo ai già citati e comunque insufficienti 94 euro.

Inutile dire che i principali responsabili di questa situazione siano i grandi colossi del fast fashion, che hanno la necessità di produrre moltissimo in tempi brevi e a prezzi bassissimi. Ma non pensiamo che i grandi marchi del lusso Made in Italy siano immuni da queste dinamiche: è il tessuto produttivo a essere in crisi più che i brand stessi, che negli ultimi anni hanno invece messo in pratica una politica di rincari piuttosto aggressiva.

Ecco quanto emerge da alcune inchieste pubblicate sul Fatto Quotidiano da Ilaria Mauri e Pietro Barabino.

Le politiche di generale rincaro della moda di lusso non si traducono in un equo compenso per chi materialmente realizza questi prodotti. Un imprenditore della filiera pelletteria, che lavora come terzista per i grandi marchi, racconta ai giornalisti del FQ: una borsa di Gucci venduta a 1.200 euro, a noi viene pagata appena 25 euro.

I terzisti sono piccole imprese specializzate in fasi specifiche della lavorazione, che sono succubi di un sistema che permette ai marchi del lusso massima flessibilità e bassi costi di produzione, ma impone ai fornitori una dipendenza economica totale, spesso con contratti sfavorevoli e compensi non adeguati. I grandi marchi così fatturano milioni, mentre i piccoli terzisti non riescono a sopravvivere. Questo perchéi grandi brand hanno infatti abbandonato la delocalizzazione all’estero per mantenere la prerogativa “Made in Italy”, senza però garantire condizioni di lavoro dignitose ai produttori locali, istituendo nei fatti una sorta di “delocalizzazione in loco”. I grandi marchi pagano gli artigiani italiani con compensi che non permettono la sostenibilità delle aziende, mettendo in pericolo un intero settore: nel 2024, il numero di ore di cassa integrazione nel settore moda in Italia è aumentato del 200%. Nelle Marche – secondo il Fatto – hanno chiuso 700 aziende, altre 304 in Toscana, causando migliaia di posti di lavoro persi. Un quadro che non appare forse così sconcertante come quello bangladese di cui prima abbiamo parlato, ma che, proprio perché italiano, dovrebbe farci riflettere ancora meglio.

Un’industria della moda fuori controllo causa anche altri danni oltre a ripercuotersi sui lavoratori: e veniamo dunque al secondo punto della nostra analisi, i danni ambientali.

È stato previsto che le emissioni di CO2 prodotte dall’industria della moda aumenteranno del 60% nei prossimi 12 anni, contribuendo dunque in misura considerevole al cambiamento climatico. È poi necessaria l’acqua all’industria della moda, in tutte le fasi di produzione. Solo per la realizzazione di una T-shirt servono 2.700 litri d’acqua, pari al fabbisogno idrico di tre anni di una persona; lo spreco è quindi enorme. Un altro danno ecologico collegato alle risorse idriche riguarda lo smaltimento di tutte le sostanze tossiche con cui vengono trattati i capi di abbigliamento e delle microplastiche che perdono i tessuti. Il 20% dell’inquinamento delle risorse idriche mondiali dipende dall’industria della moda.

Numeri semplicemente esemplificativi, rappresentazione volutamente parziale di un problema ben più ampio.

Produrre un vestito, quindi, può essere un processo con risvolti assai negativi, che inizialmente potremmo non considerare: ma, come se non bastassero questi datiproduttivi, viviamo un periodo nel quale l’abbassamento generale dei prezzi dell’abbigliamento, in particolare per le grandi catene del fast fashion, ci induce a comprare molti più vestiti e a buttarne sempre di più, quasi con cadenza stagionale, col risultato di produrre un’enorme quantità di rifiuti, spesso inviata ai Paesi in via di sviluppo dove finiscono per ingrossare le enormi discariche locali.

Non pensiamo dunque che le controversie dell’industria della moda riguardino però solo i lavoratori del settore; e siamo giunti così, abbastanza brevemente, al terzo punto della nostra indagine, quello dei danni subiti anche dall’ignaro consumatore finale: intanto, il danno ambientale di cui si è parlato poco fa ci coinvolge tutti in prima persona, con le conseguenze che sono giornalmente sotto ai nostri occhi.

Ancora, i capi d’abbigliamento sono spesso realizzati con materiali scadenti, che oltre a rovinarsi dopo pochi utilizzi, contengono sostanze chimiche tossiche (coloranti azoici, formaldeide, metalli pesanti) che possono causare allergie, dermatiti e, in casi estremi, effetti tossici a lungo termine. Oltre ai potenziali danni fisici, vanno considerati quelli di natura psicologica, dato che la velocità del ciclo moda crea senso di inadeguatezza: ciò che è “di tendenza” cambia ogni pochi mesi, con la pressione di doversi continuamente adeguare.

Questo elaborato non nasce dall’intento demonizzatore nei confronti di un settore culturalmente ed economicamente importante, che tutti alimentiamo frequentemente, nelle sue positività e nelle sue negatività, ma piuttosto da una volontà sensibilizzatrice particolare: cosa possiamo fare per migliorare le cose? La situazione è quella di uno “stallo alla messicana”, in cui nessuno degli attori coinvolti vuole perdere quelli che considera vantaggi: dai grandi produttori, ai piccoli produttori, a noi consumatori. Ed è proprio a questa categoria, che alimenta in fondo il settore, che deve andare un accorato appello: il settore della moda è infatti un potente specchio delle nostre scelte quotidiane. Movimenti come Fashion Revolution ci ricordano che il cambiamento inizia con domande semplici ma potenti: “Chi ha fatto i miei vestiti?”.

O ancora, a più alti livelli, le Nazioni Unite e il Dipartimento per gli Affari Economici e Sociali dell’ONU hanno fondato la piattaforma online ConsciousFashion and Lifestyle Network, che riunisce stakeholder, media, governi per costruire collaborazioni che accelerino l’implementazione nel mondo della moda degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile. Le entità leader si riuniscono periodicamente in concomitanza con le riunioni del calendario ONU e pubblicano report sui risultati ottenuti che illustrano come mobilitare competenze, innovazione, tecnologia e risorse verso un recupero pieno, sostenibile e inclusivo, per assicurare che tutti, in ogni luogo, possano vivere con dignità e prosperità, in un pianeta sano e sicuro.

Possiamo scegliere di essere consumatori o, perché no, produttori consapevoli, di sostenere quei marchi che rispettano l’ambiente e i diritti dei lavoratori, di riparare, riciclare, riutilizzare. Ogni piccolo gesto conta. Il futuro della moda è nelle nostre mani.

Autore

Alessandro Ebreo è nato ad Avellino il 30 agosto del 2007. Frequenta il Liceo Classico "Rinaldo d'Aquino" di Montella e il corso di pianoforte al conservatorio "Domenico Cimarosa" di Avellino, esibendosi, in varie occasioni, in ambito accademico. Nel 2023, esordisce come cantante nell'opera lirica "Il barbiere di Siviglia" con l' Orchestra Filarmonica di Benevento. In ambito letterario, un suo componimento poetico, dal titolo "Sacrificio", è stato pubblicato, nel 2023, dalla casa editrice "Delta 3 edizioni", nella raccolta "Parole di legalità". Nel 2024, è risultato secondo classificato al "Premio Ginestra" con un elaborato sul tema della violenza di genere, dal titolo "Il posto che mi spetta".