• 10 Maggio 2026
Editoriale

Noi siamo usufruttuari della Terra. Nulla ci appartiene in eterno. Il nostro compito, secondo il diritto naturale, è utilizzare le risorse per vivere, non consumarle fino al loro annientamento. Conservare significa stabilire un rapporto di rispetto con l’ambiente, con la natura, con le identità culturali, con il capitale materiale del quale ci serviamo, con l’anima dei popoli non meno importante delle anime dei singoli e con le relazioni che queste stabiliscono con il trascendente.

La riduzione dell’ambientalismo ad ideologia “irenistica” è propria di movimenti che sublimano il loro fallimento politico abbracciando la sterile difesa della territorialità (come se tutti gli altri volessero la sua distruzione) quale motivo di sopravvivenza e legittimazione del loro protagonismo. Quasi ovunque l’ambientalismo è considerato il contrario del conservatorismo. Non è così. E la dimostrazione sta nel concetto stesso di conservazione, tanto da non meritare neppure di essere esplicitata.

Al contrario, l’ideologia ambientalista è l’esatto contrario di ciò che pretende di difendere per il semplice fatto che il suo scopo non è di tramandare, trasmettere, lasciare in eredità, ma di “amministrare”, hic et nunc, l’esistente che altro non è se non la fisicità di ciò che appare, non il suo divenire e, quindi, la trasformazione del reale in senso dinamico e connesso ai progetti storici.

Tanto per dirne una: l’idea di nazione non rientra tra i “beni” da conservare secondo gli ecologisti che militano a sinistra o che comunque si ritrovano dopo la diaspora del fallimento del marxismo. Per essi la nazione è una struttura reazionaria poiché non riescono, per la loro particolare forma mentis, a considerarla come la somma della territorialità e dell’anima delle genti, prodotto della stratificazione di culture e di esperienze storiche, derivazione di un ordine sociale connesso con la sensibilità religiosa e gli usi ancestrali di chi la popola.

La nazione è perenne, anche quando si trasforma in aggregazione più vasta o si riduce rispetto alla struttura originaria: essa implica degli “amministratori” che lavorino per le generazioni future. Se l’ecologismo ha un senso esso va ricercato proprio in questa particolare connotazione che lo fa essere al tempo stesso conservatore, in senso stretto, e gestore dell’esistente con lo sguardo rivolto all’avvenire. La condizione giuridica è l’esistenza dello Stato perché tale visione si realizzi, ma anche su questo punto l’ambientalismo ideologico non si ritrova ritenendolo, alla stessa maniera dell’idea di nazione, una sovrastruttura.

Insomma, le contraddizioni tra le quali dispiegano la loro azione gli ambientalisti sono macroscopiche e rivelano non soltanto la confusione nella quale si dibattono, ma anche l’inconsistenza delle loro tesi. Diversamente, dovrebbero riconoscere l’equilibrio ambientale come parte essenziale di un durevole ordine sociale; ma è proprio l’ordine sociale che essi mettono in discussione con le loro teorie sull’illegittimità del profitto e dell’uso del capitale materiale, oltre che con il disconoscimento delle identità culturali fondamento delle nazioni e delle società ben organizzate.

Il perseguimento dell’ordine e dell’equilibrio sociale è il presupposto di qualsiasi politica ecologista. Sovvertire questo principio equivale a sconfessare lo stesso ecologismo. E a legittimare proprio ciò che gli ambientalisti di professione dicono di avversare, cioè l’avidità umana. Fino a quando non ci si  convince che siamo noi, come consumatori irriflessivi ad amplificare la domanda che induce quelli che sono stati definiti i “giocatori del mercato” alla depredazione, senza porsi il problema dell’eredità da lasciare alle generazioni future, l’ecologismo è destinato a restare un puro conato retorico rispetto al quale le politiche tese alla salvaguardia dell’ambiente sono destinate a non sortire alcun effetto.

In altri termini, come ha sottolineato Roger Scruton riprendendo un tesi cara a Burke e De Maistre, non meno che a Hegel, è necessario “riconoscere che la protezione dell’ambiente è una causa persa se non riusciamo a trovare la motivazione umana che dovrebbe condurre la gente in generale…a portarla avanti”. In questo senso ambientalisti e conservatori potrebbero fare causa comune, dice il filosofo inglese. Una causa che s’intitola alla difesa della “lealtà locale” o, più comprensibilmente, a quella nazionale. E per un semplice motivo. Scrive ancora Scruton: “Visto che le nazioni sono comunità con una struttura politica, predisposte ad affermare la loro sovranità traducendo il sentimento comune di appartenenza in decisioni e leggi collettive emanate volontariamente”, dovrebbe essere naturale difenderle in base al principio di nazionalità che è una forma, anzi la forma per eccellenza, di attaccamento al territorio.

L’ambientalismo, dunque, affonda le radici nel pensiero conservatore; i conservatori non possono non essere ambientalisti. La cultura contemporanea ha stabilito che tale equazione non ha senso, anzi contraddice la natura dell’ecologismo. La risposta di Scruton è ancora una volta esemplare: “Gli ambientalisti hanno ereditato la diffidenza della sinistra nei confronti della nazione e della condizione di nazione. Disconoscono le vecchie gerarchie, si sforzano di congedare i defunti dall’agenda e, per lo più, sono insensibili al pensiero di Burke quando sosteneva che, così facendo, si destituiva anche chi non era ancora nato. Definiscono i loro obiettivi in termini globalistici e internazionali, e sostengono che le Organizzazioni Non Governative e i gruppi di pressione che, secondo loro, combatteranno i predatori multinazionali sul loro stesso terreno e con armi che non si servono della sovranità nazionale”.

Il punto di vista conservatore è diametralmente opposto. Considera ONG e gruppi di predatori non rappresentativi di un corretto agire ecologico poiché demonizzano preventivamente le grandi compagnie come se fossero emanazioni del demonio. In altre parole, trasferiscono la politica dell’odio di classe sul terreno del contrasto più duro a chi cerca di utilizzare le risorse magari preservandole e rifiutano il dialogo sulla motivazione di un pregiudizio. Incapaci di discernere, gli ambientalisti perdono credibilità quando si applicano alla distruzione della trasformazione del reale indipendentemente dagli esiti che possono (e spesso lo sono) essere non nocivi per la comunità. L’equilibrio, insomma, non appartiene all’universo culturale dell’ambientalismo radicale.

Il rapporto tra ecologismo e conservatorismo, come si vede, è piuttosto problematico, ma non impossibile. Chi sostiene il contrario non comprende che oggi il pensiero conservatore, ancor più che nel passato, è volto alla preservazione dell’esistente in senso tecnico; ma l’esistente non è soltanto il paesaggio. C’è ben altro da salvaguardare insieme con esso. Un’ecologia dell’anima e della territorialità, intesa come nazione, è il presupposto per confermarci usufruttuari di ciò che ci circonda e non predatori di beni che non ci appartengono. 

Autore

Giornalista, saggista e poeta. Ha diretto i quotidiani “Secolo d’Italia” e “L’Indipendente”. Ha pubblicato circa trenta volumi e migliaia di articoli. Ha collaborato con oltre settanta testate giornalistiche. Ha fondato e diretto la rivista di cultura politica “Percorsi”. Ha ottenuto diversi premi per la sua attività culturale. Per tre legislature è stato deputato al Parlamento, presidente del Comitato per i diritti umani e per oltre dieci anni ha fatto parte di organizzazioni parlamentari internazionali, tra le quali il Consiglio d’Europa e l’Assemblea parlamentare per l’Unione del Mediterraneo della quale ha presieduto la Commissione cultura. È stato membro del Consiglio d’amministrazione della Rai. Attualmente scrive per giornali, riviste e siti on line.