• 1 Marzo 2024
Editoriale

La crisi ucraina non volge al termine, ma si configura sempre più, come una crisi con pochi margini di decisione e relative soluzioni di continuità, vero è che dilazionandosi nel tempo, presenta prospettive assurde, conformi ad un’escalation bellica senza eguali, e ciò, consente all’Europa di guadagnare tempo per approntare ulteriori misure preventive e difensive, nel caso in cui, la follia russa strabordasse in azioni di aggressioni verso altri Stati confinanti, infatti, al di là ogni esperienza strategica militare , nessuno è in grado di conoscere l’esatta volontà di Putin e la tempistica con cui agirà.

Tuttavia, se l’Ucraina vincerà, l’espansionismo imperialista putiniano, sarà bloccato? Non è dato rispondere con precisione a questa domanda, ma nel caso contrario l’Europa dovrà essere pronta ad una maggiore e cruenta difesa? Ebbene, preparare la guerra può essere un elemento di pace, ma anche un elemento di affronto senza ritorno. Ma ciò dobbiamo chiederlo con determinazione agli Stati baltici, timorosi di essere i prossimi a subire un attacco, e offrono un chiaro e costante sostegno all’Ucraina.  

La stessa, Unione Europea, dovrebbe essere chiara nel dichiarare palesemente la volontà che l’Ucraina vinca la guerra, ponendo obiettivi e strumenti bellici per garantire il raggiungimento della vittoria. Ma è ormai chiaro una sola questione, che il conflitto russo-ucraino, ha i connotati di una guerra di logoramento, e la vittoria, se tale si potrà definire, sarà basata sulla resistenza, sia in termini di sacrifici umani e risorse, e sia di milizie disponibili.

La stima del costo mensile del conflitto, si attesta sui 25 miliardi di dollari, con un costo giornaliero per la Russia di 900 milioni di dollari, per salari, armi e munizioni, e 27 miliardi per equipaggiamenti dei soldati. Mentre Kiev spenderebbe al mese 10 miliardi di dollari a fronte di un sostegno stimato sui 17 miliardi di dollari, preventivando che la ricostruzione si aggirerà post crisi intorno a 411 miliardi di dollari.

Un costo esorbitante, stimato tra i conflitti più costosi, dell’ultimo decennio, dove il maggior dispendio è sostenuto dagli Stati Uniti con ulteriori 50 miliardi di dollari, a seguire il Regno Unito altri 2.5 miliardi di dollari, e l’Unione Europea che ha promesso altri 3.1 miliardi di dollari. Ovviamente le perdite di artiglieria, e materiale bellico sono enormi, e i belligeranti se ne guardano bene da fornire dati ufficiali, ma il valore inestimabile è il valore di vite umane, vittime di guerra, tra feriti e uccisi, il cui numero è spaventoso, 223.000 per la Russia e 131.000 per l’Ucraina. Il tutto con un deficit che per l’Ucraina è disastroso, con una riduzione del Pil 29% rispetto al 2022, ed esattamente 32 miliardi presi in prestito su 75 miliardi di dollari di spesa pubblica.

Ma la battaglia e il sacrificio, resta inevitabilmente insostenibile per l’Ucraina, che dovrà resistere a conti fatti con il sostegno esterno, mentre la Russia gode nonostante tutto di una posizione in termini di risorse privilegiate. Gli asset russi colpiti con il meccanismo delle sanzioni non ha scalfito minimamente l’economia russa, che ha sfoderato un formidabile spirito di adattamento bellico anche economicamente, non subendo la contrazione attesa del Pil.

Infatti, i minor approvvigionamenti, europei, di gas sono stati sostenuti e compensati da Cina, India, e altri paesi emergenti, che hanno fatto aumentare l’esportazione russa del 34% della domanda su base annua rispetto al 2021, la recessione preventivata, è stata mitigata con sostegni finanziari alle aziende, e con importazioni di alta tecnologia per supportare una migliore produzione industriale dall’Asia Centrale, ed infine la Russia, non si è isolata alleandosi con i Brics, come maggiore esponente diplomatico. La sua riserva di dollari è notevole, predisposta prima della pandemia, e il suo realizzo è incommensurabile sfruttando le ingenti risorse del Donbass dal punto di vista minerario ed energetico, sottraendolo all’Ucraina e riducendone visibilmente il Pil.

Una ipotetica, potenziale contrazione del Pil russo, stimabile su una eventuale perdita di 100 miliardi di dollari, comunque non comporterebbe una politica di inversione di rotta, perché la priorità per Putin resta l’annientamento dell’avversario, con una tattica di logoramento non solo economico ma anche bellico, assumendo delle difese strategiche tattiche che si possono definire di posizione, con uno sbarramento centrato sulla difensiva ad oltranza.

Ma se continuiamo in una forma di pragmatismo predittivo bellico, la guerra resta una guerra di logoramento e come tale, può essere sostenuta finché le risorse saranno erogate biunivocamente verso entrambe le parti belligeranti, poiché la vera situazione di sostegno continuativo verso l’Ucraina sembra essere messa in dubbio o quantomeno vacillare, e la sua resistenza cedere, determinando un’invasione fittizia, infatti i russi occupano il 18% del territorio ucraino, ed essendo sottoposta ad una restrizione di fonti e di finanziamento la sua autonomia rischia di vacillare  e ripiegare su se stessa.

La potenza militare russa è nettamente superiore, e strategicamente finora ne ha impiegata una percentuale irrisoria, circa il 3% di 30 milioni di unità, ancora inutilizzate. Senza tener conto che le perdite subite in termini di armamento sono solo il 20% dell’ammontare totale, un arsenale iper -corrazzato sebbene obsoleto, rispetto a quello europeo che in termini di modernizzazione resta impareggiabile.              

Pertanto, sostenere con audacia che le sanzioni non hanno prodotto alcun effetto almeno sul Pil, è propriamente corretto, infatti, il loro peso ponderato si è spalmato sulla produzione militare, e sulla scarsa tecnologia ad essa applicata, poiché dipendente dalle forniture occidentali.  Le pertinenti restrizioni all’importazione, in campo di armamenti e di tecnologia avanzata, hanno rallentato il loro sviluppo per la quarta generazione di caccia SU 57, così per l’impiego dei jet, e la stessa sorte hanno avuto i bombardieri PAK DA di quinta generazione, ma l’elenco è lungo, e l’indisponibilità di risorse   tecnologiche, avanzate,  ha rallentato notevolmente la difesa russa a vantaggio di quella ucraina che comunque resta inferiore e la riduzione della capacità offensiva è stata comunque compensata con scorte importate da paesi terzi, e con scorte prebelliche, dell’unione Sovietica.

I sostegni, infatti, alla leadership di Putin, non sono mancati, e anche l’ausilio ai suoi armamenti, inoltre questi, derivano anche dalla stessa linea politica di ascesa putiniana al potere e da una propaganda sistemica fatta dallo stesso leader, verso l’Occidente, e le sue contradizioni di modernità contrastanti le tradizioni e i valori russi. Ma attualmente, la strategia di logoramento sembra divenire perenne, e non sostenibile per la Russia, che potrebbe pagarne il prezzo verso il lungo periodo e per la stessa Ucraina che rischia meno supporto dalla stessa alleanza occidentale, che deve assicurarle continui e crescenti armamenti, fino a giungere ad una contradizione di base del conflitto, che non si esplica più per difesa, come da codice Nato, ma siamo nell’iter di una guerra di escalation mondiale.

Una guerra che pone dei quesiti, economici, più che etici, e geopolitici, più che mai preponderanti, fa sospettare nella deviazione diplomatica di un accordo, a vantaggio di un mercato finanziario e di armamenti bellici, non solo americano ma anche anglosassone, che è molto profittevole, con anche un relativo indotto europeo. Le prospettive, visti i costi non a margine sostenuti, imporranno un maggiore sostegno alle forze alleate, con particolare riguardo all’Unione Europea, che dovrà impiegare maggiori risorse a danno del Pil sovranazionale e nazionale dei rispettivi Stati membri. Uno scenario questo ovvio più che probabile, che deriva da una visione e analisi economica realistica, per addivenire agli obbiettivi ucraini, di combattere e resistere in un forzato logoramento costante e riconquistare i propri territori aggrediti e perduti, in una azione a sostegno Occidentale,     con un’offensiva russa che schiera in campo una poderosa linea di attacco, con una difesa assai meno logorata.

Le prospettive, e le predittive economiche globali, spingono fortemente su questa, assurda soluzione di continuità bellica, perché l’inflazione e l’aumento dei costi energetici, con relative cause di deterrenza economica e diseconomie di vario genere, fanno pensare ad una contrazione della produzione globale notevole che si aggira sui 3000 miliardi di dollari, e con una conseguente stima della riduzione della crescita globale del 6% rispetto al 2021, che genererà una formula di stress sociale e motivazionale con riverbero sull’occupazione mondiale.

Ma una redistribuzione dei costi dell’azione bellica ucraina non favorirà questo trend di decrescita mondiale, visto che nei prossimi anni la spesa militare è destinata a crescere a discapito dei pil nazionali e di voci sociali e sanitarie importanti. Questa accelerazione ad investire negli armamenti cosa produrrà? Sicuramente un’esportazioni di armi, che ben compensa l’importazione energetica ad alto costo.      

La quantizzazione, dei costi bellici, responsabilizza e spinge a verificare quale probabilistico scenario si prevede per il futuro, una prospettiva assolutamente belligerante, gli allarmismi sono diversi, ma non divergenti,  da fonti ministeriali europee attendibili, fonti britanniche, tedesche, norvegesi, per esempio, le previsioni,  inducono a preoccuparci nel breve di una ulteriore aggressione russa, attraverso un corridoio polacco, dove Mosca da tempo ha collocato numerose testate nucleari e missilistiche. Questa analisi trova riscontro su larga scala, ma si scontra con una strisciante opinione pacifista, cieca e ritrosa a non vedere l’evidenza, quindi l’unica strada percorribile, è prepararsi al peggio, ad una difesa sostenibile, con nuovi arruolamenti civili e armamenti.

L’Europa non può sottrarsi, la Nato non può sottrarsi, e i suoi paesi, accelerare i tempi di preparazione, in un arco temporale breve, non può che permettere all’occidente di non subire passivamente un attacco senza difesa, e forse solo, in seguito, una diplomazia multilaterale consentirà una pace costruttiva e duratura senza imprevisti.                

Autore

Economista, Bio-economista, web master di eu-bioeconomia, ricercatrice Unicas, autrice e ideatrice di numerosi lavori scientifici in ambito internazionale. Esperta di marketing. Saggista, studiosa di geopolitica e di sociopolitica. È autrice dei saggi “Il paradosso della Monarchia” e di “Europa Nazione”. Ha in preparazione altri due saggi sull’identità e sulla politica europee.