• 10 Maggio 2026
Editoriale

Alle porte delle nostre case di europei attoniti, smarriti, impotenti bussa la guerra che minaccia di spazzarci via. Non si dica che non ci riguarda. Gli sviluppi sono imprevedibili: ci troviamo al centro di un conflitto i cui esiti nessuno può prevedere. L’America e Israele fanno la loro parte; l’Iran non si sottrae e con le sue milizie feroci, Hezbollah e Hamas, oltre a quelle interne,  è in grado di distruggere tutto ciò che ha intorno, a cominciare dagli Emirati arabi per finire a Cipro nel cuore del Mediterraneo. Hanno un bel dire nelle cancellerie europee e negli ambulacri politici continentali che la guerra non ci riguarda, che non vogliamo lasciarci coinvolgere: ottimo intendimento; ma se da Est la pensassero – e la pensano in altro modo- immaginando che una guerra asimmetrica potrebbe far desistere gli aggressori dal proseguire nel loro progetto di sterminio, come la mettiamo? Ci sentiremo al sicuro con cani sciolti e tagliagole che nelle contrade europee eserciteranno i loro sanguinari progetti colpendo in maniera disordinata all’apparenza quando invece sono addestrati ad agire affinché i colpi che intenderanno assestare arriveranno a segno?

Inutili le rassicurazioni dei nostri governanti sulla incolumità europea offerta dallo scudo dell’estraneazione dal conflitto che ha già provocato una catastrofe economica dal punto di vista energetico che presto si abbatterà sui mercati rionali oltre che su quelli borsistici. E non è guerra questa?

L’Europa non può dirsi estranea a quanto sta accadendo in Medio Oriente ormai squassato. Potrebbe far ragionare gli Stati Uniti a non commettere le follie politiche, diplomatiche e militari che l’hanno spinta fuori dall’Oriente afghano, iracheno e dal Mediterraneo settentrionale (vedi la catastrofe libica, voluta proprio da un capo di Stato europeo), ma se, come si dice, la faccenda non ci riguarda, è bene starsene nei propri confini e da strade lontane dallo Stato più terrorista che esista avendo in quarantasette anni falcidiato una popolazione, represso tutte le libertà civili, avendo imposto il velo come simbolo di sottomissione fino a trucidare giovani donne, dopo averle torturate e stuprate nel baluardo della barbarie rappresentato dal tetro carcere di Evin, solo perché appena appena ammiccanti, con i loro foulard colorati considerati offensivi alle odiate mode occidentali.

Di fronte a tutto questo che offende chicchessia, ci si poteva ancora per quanto stare con le mani in mano nell’attesa che i blasfemi ayatollah, spregiatori del Corano, mettessero finalmente a punto la paventata (dall’Occidente) bomba atomica?

Gli altri, incuranti dell’Europa che neppure è riuscita finora ad immaginare un cordone sanitario ai suoi confini, gli attori principali, intendo dire, dell’aggressione inevitabile all’Iran per cercare di difendere il mondo libero, quando si fermeranno per trovare un’intesa che i massacratori del regime di Teheran non prendono neppure in considerazione? E davvero immaginano che la via diplomatica porti a definire la nuova leadership iraniana a cominciare dalla nomina della Guida Suprema, che peraltro è stata già scelta nella persona del figlio del comandante di tutte le nefandezze degli ultimi decenni, Alì Khamenei? Sembra che ancora una volta gli Stati Uniti, assecondati da Israele, si siano messi sulla strada degli stessi errori che commisero in Afghanistan quando diedero credito ai talebani camuffati da interlocutori “civili” e disponibili.

L’Europa, lungi dall’intervenire con i suoi uomini sul terreno (sarebbe una follia), quanto meno dovrebbe far sentire la sua voce e dare tutto l’apporto possibile, aereo e navale, a chi combatte una guerra esiziale per i destini dell’umanità, oltre a schierarsi apertamente con gli strumenti della propaganda contro l’Iran. Per il semplice fatto che essa, suo malgrado sarà inevitabilmente coinvolta “ospitando”  le basi militari americane, sostenendo i gruppi che si battono contro il regime e da tempo hanno trovato nei Paesi europei ricovero, e da ultimo perché il terrorismo jihadista, finanziato dall’Iran, imporrà la sua volontà a chi hanno armato e sostenuto negli ultimi decenni. Porterà, non si sa quando, il regime degli ayatollah il suo rancore ed il suo odio fin nel cuore del nostro continente con tutti i mezzi accennati, attaccando i Paesi mediterranei innanzitutto. E’ ovviamente una fondata ipotesi, non una certezza perché vediamo lo scenario mutare di giorno in giorno. Ma se questo dovesse accadere che ne sarà di noi?

L’interrogativo non può non inquietarci. Il direttore del “Corriere della sera”, Luciano Fontana, ha scritto sul suo giornale (6 marzo 2026) : “Quanto tempo dovrà passare prima che l’Europa, o almeno i Paesi che le hanno dato forza e identità nel tempo, esca dalla logica del piccolo e paralizzante cabotaggio nazionale e decida insieme qual è il suo vero destino?” Già, quanto tempo ci vorrà perché nasca la consapevolezza nei governi, nei parlamenti, nella pubblica opinione che l’Europa non può attendere di ricevere il primo micidiale colpo per poi armarsi allo scopo di difendere la sua civiltà, la sua storia, il suo stile di vita, la sua incolumità territoriale? Se, come ci pare di capire, altri, nostri presunti inquilini, d’Occidente, a cominciare dagli Stati Uniti, si stanno preparando, come dicevamo, per mutare gli assetti politici iraniani, mentre curdi e beluci cercano come possono di difendere la loro incolumità, noi possiamo rimanere spettatori inerti senza far sentire la nostra voce e mettere in campo la nostra forza?

Sono interrogativi che ci preoccupano non poco. E di fronte ai quali non vale la risibile ragione di evitare l’allargamento del conflitto. Noi europei siamo costretti dalle circostanze ad offrire l’apporto che possiamo per mettere in ginocchio il regime più sanguinario della Terra che finanzia altri delinquenti pronti a far esplodere la loro malvagità dal Libano alla Palestina, disposti a nascondersi (o “immolarsi” secondo i loro precetti) fino ad importare la  paura, il terrore a far scorrere il sangue come hanno fatto, cominciando da quello dei loro connazionali, dal 1979, quando un barbuto Imam, Ruhollah Khomeyni, incendiò l’Iran con il pretesto di “liberarlo”.

Autore

Giornalista, saggista e poeta. Ha diretto i quotidiani “Secolo d’Italia” e “L’Indipendente”. Ha pubblicato circa trenta volumi e migliaia di articoli. Ha collaborato con oltre settanta testate giornalistiche. Ha fondato e diretto la rivista di cultura politica “Percorsi”. Ha ottenuto diversi premi per la sua attività culturale. Per tre legislature è stato deputato al Parlamento, presidente del Comitato per i diritti umani e per oltre dieci anni ha fatto parte di organizzazioni parlamentari internazionali, tra le quali il Consiglio d’Europa e l’Assemblea parlamentare per l’Unione del Mediterraneo della quale ha presieduto la Commissione cultura. È stato membro del Consiglio d’amministrazione della Rai. Attualmente scrive per giornali, riviste e siti on line.