Nemmeno il verbo di Dio, ha fermato l’anticristo, nemmeno la parola edulcorata di pace per gli uomini di buona volontà, del Papa che ha dato seguito all’indignazione dei leaders europei, in particolare della Meloni, ma non ha cambiato il significato dell’azione di tregua processata ad Islamabad, dove l’obbiettivo del capitalismo americano ha raggiunto l’apice della manipolazione, alzando il livello dell’asticella, ponendosi da vincitori, contro un regime islamico detentore non solo del primato delle violenze da ben quarantasette anni sul popolo iraniano, ma anche della proprietà assoluta della riserva di petrolio più cospicua del globo terraqueo. Esponendosi con un forte ed ulteriore blocco navale al fine di impedire ogni svolta.
Una potenza petrolifera quella iraniana, che nasce da tempi remoti, da quando l’Iran si distingue come la culla della civiltà, ma oggi diviene nell’immaginario, semplicemente il simbolo del blocco dello Stretto di Hormuz, chiuso al traffico globale vietando la commercializzazione libera di petroliere e non solo, l’epicentro del mondo, snodo di traffici, che ormai sono monopolizzati, al fine di proteggere tanto il dollaro come valuta di scambio, quanto il petrodollaro finanziario che sta sfuggendo al controllo americano, come focus di riserva americana, una potenza, l’America, si mondiale ma costretta e limitata geograficamente da due Oceani, Atlantico e Pacifico che arginano la sua supremazia espansionistica e la sua opinabile volontà di porre un nuovo ordine mondiale.
Controllare l’Iran non è un eufemismo americano, non è il simbolo della politica di Trump, ma resta l’obbiettivo di una generazione di Presidenti statunitensi, che visibilmente hanno inteso carpire, strategicamente le loro difficoltà energetiche fin dia tempi di Nixon. Infatti, a seguito della sconfitta della Seconda guerra mondiale, con il Piano Marshall, l’America getta le basi per penetrare in maniera capillare nell’Occidente europeo, al fine di guardare dopo, con interesse energetico, al sistema euroasiatico ed euroarabo, ma l’Iran dal 1979 sfugge al controllo, sia fisico, che strategico nonché logistico, e nessuna forma di trattativa aveva finora permesso un dialogo con l’America.
Ora un altro intralcio resta da superare dopo l’accordo di Trump in Alaska con Putin, la serafica resilienza di XI Jinping, che di confuciana estrazione supera la grande caratura di Mao Setung, e conquista con la sua super potenza l’intero globo, dal punto di vista non solo commerciale, ma anche logistico e non permetterebbe mai ai ruggenti trumpisti, come JD Vance, di sfrondare lo Stretto di Hormuz senza il suo assenso. Infatti, la Cina si espone diplomaticamente con la presentazione di un accordo, entra in campo per la pace, con quattro punti salienti consegnati allo sceicco Khaled bin Mohamed bin Zayed Al Nahyan, principe ereditario di Abu Dhabi in visita a Pechino, per risolvere le ostilità tra Usa Israele ed Iran. Perché, definibile la situazione di crisi derivante da “un comportamento pericoloso ed irresponsabile” ha dichiarato il portavoce del ministro degli Esteri cinese Guo Jiankun.
Il mondo trema, ma l’Europa rasenta la recessione spinta, un look down di nuova generazione sintesi energetica di un conflitto definito medio orientale ma che genera la volatilità nei mercati, dove la Cina resta la vincitrice assoluta, in una guerra di lungo termine, che sarà questa volta di logoramento energetico, improntata su una crisi inarrestabile per l’intero Occidente. Mentre parte degli europei si attrezzano come la Spagna a rifornirsi in Russia, per il gas, scevri di ogni consapevole e responsabile cooperazione sovranazionale che vada contraria alla crisi ucraina.
Pechino dimostra silenziosamente un influenza magistralis pragmatica, da vero gigante asiatico, destabilizzando il Golfo Persico, e sottoponendo a pressione l’intera area dei Paesi degli Emirati Arabi e Quatar compreso, infatti il plauso raccolto dal Pakistan per il cessate il fuoco è una tregua registrata e focalizzata dalla Cina, che dopo un intenso lavorio diplomatico ha incassato il risultato, nella capitale di Islamabad, chiedendo all’Iran tempo decisionale e di mostrare flessibilità rispetto al conflitto in corso, visto che il regime degli Ayatollah sopravvive grazie al continuo acquisto del petrolio da parte della stessa repubblica popolare cinese, che non è cessato anzi si è implementato durante la tregua. Inoltre, l’asse, Islamabad-Pechino, nasce da un ulteriore legame internazionale che lega la Cina al Pakistan, ed è da supporre che la tecnocrazia islamica iraniana, fa gioco alla superpotenza cinese, che punta al mantenimento dello status quo per derimere i rapporti mediorientali bilateralmente con gli Stati Uniti. Lo scontro diventa sempre più esacerbato e la presenza americana nello Stretto di Hormuz muove anche la Cina.
La Cina commercialmente e con protezione si muove su più fronti geografici: africani, coprendo l’itero continente, ma anche sui territori del Tagikistan vicino la frontiera dell’Afganistan, abbandonati dall’America e questo non solo per tener cura di un sistema logistico, strategico espansionistico inopponibile, ma per evitare attacchi di instabilità provenienti dall’Asia mediorientale, e come è noto, spinge anche militarmente su Taiwan, è evidente che la Cina ha ben compreso dai tempi di Mao Setung e dall’incontro diplomatico con Nixon, di dover premunirsi da un tentativo di leadership a sfondo americano sul sistema asiatico, e ha ben compreso poi le logiche della globalizzazione, anche finanziaria, consapevole che chi detiene alcuni fronti energetici detiene il potere globale.
Certamente lo scopo cinese noto ai più è sempre legato ad una pacificazione confuciana del sistema globale cercando oltremodo di rendere meno pressanti le tensioni nel Golfo e di disciplinare a suo vantaggio monetario di scambio e dell’Yaun con l’apertura dello Stretto di Hormuz, ma in tutto ciò l’Europa gioca a rendere meno pressante la sua presenza cercando di spingere verso una cooperazione, di lungo termine senza sovranità sovranazionale. Ovvero l’Europa sembra scomparsa dai radar del conflitto ed è sintomatico che avrà gli effetti collaterali di un virus energetico senza pari fino ad oggi. E le provocazioni verbali di Trump, sinonimo di disturbo e di ottenere reazioni incontrovertibili, vengono ragionevolmente ignorate, in un momento così teso e pericoloso.
Il progressismo di sinistra, europeo ignaro del sistema, anacronistico ai tempi di azione, indeciso su ogni fronte, pacifista per posizione, inneggia all’ennesimo genocidio, ieri pro- Palestina, e oggi pro Ayatollah, non riconosce se non attraverso ciò l’affermazione di un sistema democratico europeo ormai in declino, alla ricerca di un’identità svilita dalle ideologie e dai diktat europeisti, forzati dallo stesso anticristo capitalistico che manipola l’America. Siamo alla fine di un manifesto, che presupponeva non solo cooperazione ma l’unione dell’azione europea.
Il sistema liberale denota stanchezza, naufragando con un populismo più spinto, riclassifica il sovranismo e il conservatorismo. Confusione e vuoto ideologico simboleggiano un’Europa, che sta combattendo un nuovo conflitto, lontano dai riflettori, la remigrazione, certa di ritrovare un’identità calpestata, ma ciò non collima con la globalizzazione e la geopolitica globale. Il tutto resta necessario, ma antiglobale, infatti con la resa di Orban, una resa tattica, non ha vinto il globalismo, ma una semplice reazione al liberalismo antidemocratico delle élite globali, e delle infiltrazioni elettorali, che nel loro fallimento non hanno previsto in automatico la soluzione della crisi. Infatti, sia il populismo che il nazionalismo estremo non si pongono in antitesi del disarmo di una politica anti -elitaria, perché va costantemente alla ricerca di un nuovo equilibrio.
Mentre le regoli globali commerciali diventano non più valide e vengono ridisegnate e riposizionate dalla geopolitica globale e dagli Stati, nuovi protagonisti della negata globalizzazione.
Un esempio può essere interpretato alla luce di un nuovo equilibrio la dura affermazione di Meloni per sospendere il rinnovo automatico dell’accordo di difesa con Israele, certamente siamo difronte ad un riassetto di nuovi equilibri anche commerciali oltre che di difesa che chiedono atteggiamenti risolutivi. E così riemergono in Europa i volenterosi, Francia, Italia, Germania che si confrontano per il futuro dell’Europa al fine di arginare la crisi energetica, rendendo l’azione europea più protagonista sulla scena internazionale, meno passiva per un equilibrio energetico.
La chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz è dunque figlia di posizioni risolutive che determineranno un clima permanente, di crisi, ed ogni passaggio o tentativo estremo di varcare lo Stretto potrebbe implementare un nuovo caso politico, un nuovo caos dove gli equilibri di mercato saranno penalizzati. Ma anche lo Stretto di Malacca ricompone la forza strategica americana, dove Washington tenta di rafforzare l’asse con l’Indonesia per impedire inutilmente il flusso di petrolio navigabile, verso Pechino.
Orbene ma la rete finanziaria di Hong Kong sebbene, filtra flussi di miliardi poco chiari, consente comunque all’Iran di tenere in piedi il sistema militare e di arginare le sanzioni internazionali come è stato per il caso russo-ucraino, e i Pasdaran, si agevolano di sistemi schermo, in una società finanziaria di terzo millennio dove i finanziamenti ombra sono elementi portanti delle crisi.
I nuovi equilibri dovranno schermarsi in maniera sia finanziaria che contraendo un nuovo bilateralismo europeo per evitare nuove paralisi e raggiungere l’obbiettivo di pacificazione globale.
