• 22 Luglio 2026
Editoriale

Il presente contributo è un estratto programmatico dal saggio-romanzo in corso di scrittura di Siria Piccirillo, intitolato La cattedra di Andromaca. In queste righe, l’autrice traccia le coordinate della sua personale “resistenza gentile”, fondendo linguistica, filosofia baumaniana e l’esperienza vissuta tra i banchi di scuola.

Il mutante scrittore Luigi Pirandello ha impresso nella mente di ogni buon lettore, con i suoi Quaderni di Serafino Gubbio operatore, una verità spietata: l’identità è qualcosa di così labile e sottile da smarrire ed è per questo che bisogna conservarla gelosamente. Fu proprio lui a descrivere l’uomo come un essere perennemente sospeso tra il fuggire e il restare.

Oggi, il tempo fuori dalla scuola scorre a una velocità feroce; scivola via come un torrente tra le dita in quella che Zygmunt Bauman ha definito: società liquida. I legami si sciolgono, le certezze evaporano e i ragazzi immersi in questo flusso perennemente interattivo, si ritrovano a galleggiare senza sponde. Diventano consumatori di esistenze, naufraghi digitali in un oceano artificiale. Per chi si occupa di linguistica, è evidente che la crisi di questa generazione cominci proprio dal collasso del linguaggio: se mancano le parole per nominare il dolore, il dolore opera come un muro invalicabile. La riduzione del vocabolario è, in realtà, la contrazione del loro spazio emotivo. I ragazzi non sono cinici; sono solo rimasti senza parole e per questo ne inventano di nuove.

Spesso, tra l’eco delle pareti scolastiche, rimbalza la domanda più faticosa per ogni insegnante di lettere: “Prof, ma la poesia a cosa serve?”. È in questa esatta fessura del tempo che si inserisce l’atto di resistenza gentile della professoressa. Quando entra in classe, lei non spiega sulla tavola d’ardesia solo le declinazioni, la sintassi o la geostoria; porta lo sguardo che ha dato vita alla sua poesia. Perché la poesia, alla fine, non è un esercizio di stile, ma l’archeologia dell’anima: è il tentativo feroce di dare una forma solida, un senso reale, a ciò che la modernità liquida vorrebbe disperdere: lo studio della parola. La poesia non è solo flusso delle emozioni, ma è la ricerca incessante del termine appropriato per descrivere quel tornado di sensazioni.

A quella domanda la scrittrice-insegnante risponde sempre con certezza e fierezza. Il suo cavallo di battaglia è il discorso per il Nobel di Eugenio Montale, il giorno in cui l’ermetico poeta rispose a questo quesito con la verità più paradossale che esista: la poesia non serve a niente, se non a tutto. Non serve per costruire ponti o progettare case e nemmeno a lanciare gli uomini nello spazio. A questo punto cala il panico tra i banchi, le chiacchiere s’infervoriscono, le certezze vacillano. Capita la medesima cosa quando gli alunni chiedono: “E il latino? Il latino a che serve?”.

Le risposte della docente sono articolate, ma necessariamente concrete. I ragazzi di oggi hanno bisogno di cose vere, non di astrazioni; vivono già troppo reclusi tra gli schermi virtuali di uno smartphone. A quel “a cosa serve?” la professoressa risponde smontando l’inganno del presente. Spiega loro che il latino e la poesia servono, innanzitutto, a non farsi fregare. Servono a decodificare l’algoritmo di TikTok e la propaganda dei leader politici, a capire quando un titolo di giornale o uno slogan pubblicitario sta manipolando le loro paure per vendergli un prodotto o un’ideologia. Studiare la struttura di una frase latina non è antiquato e inutile: è un allenamento logico per smontare le fake news, per capire chi mente e chi dice la verità. È un sudoku per sviluppare il pensiero critico. Serve al tavolo di un bar, a vent’anni, per non abbassare la testa; serve a saper ribattere con precisione chirurgica durante un colloquio di lavoro o quando qualcuno proverà a sfruttarli. La parola esatta è libertà: chi ha solo cinquecento parole nel proprio vocabolario sarà sempre schiavo di chi ne conosce cinquemila.

È a questo punto che lei chiama a testimoniare i veri visionari della concretezza: Giacomo Leopardi e Arthur Schopenhauer. Spiega alla classe che non sono i profeti del piagnisteo, della depressione accademica e di quel luogo comune del pessimismo come la vulgata scolastica vorrebbe far credere ma, al contrario, sono i maestri dell’autodifesa intellettuale e di una spietata libertà mentale. Squarciare il velo di Maya di Schopenhauer significa, oggi, togliere il filtro Instagram alla realtà, rifiutare l’obbligo di apparire sempre vincenti, ricchi e felici all’interno di un villaggio turistico artificiale. E la Ginestra di Leopardi non è una lirica sulla sconfitta, ma il primo vero social network della storia, fondato sulla realtà: l’invito a stringersi la mano tra naufraghi, a fare squadra e solidarietà civile contro la sofferenza, invece di isolarsi dietro un profilo privato. La catarsi della non perfezione!

Questi pensatori servono a guarire i mali della mente: insegnano che il dolore per un amore finito a sedici anni o l’ansia da prestazione per un voto non sono “sciocchezze”, ma parte del viaggio umano. La poesia dà un nome a quel peso sul petto. E quando un dolore ha un nome, smette di fare paura, ma si allevia.

La scrittura diventa così un atto terapeutico e nuziale, perché rimette ordine nel caos. La cattedra smette di essere un simbolo di separazione e si trasforma nell’avamposto di un’Andromaca moderna, una culla che difende i confini dell’umano dall’assedio dell’insignificanza. Insegnare Latino, Italiano, Storia e Geografia significa insegnare loro la topografia dei sentimenti e la fonetica della libertà. Lei li guarda e capisce che il suo compito non è riempire un registro, ma estrarre la loro voce dal silenzio. Spingerli a non essere recinti vuoti, ma poeti della propria traiettoria e soprattutto a divenire uomini e donne consapevoli.

Autore

Affermata filologa italiana e docente laureata in Lettere Moderne e specializzata in Filologia Moderna (Università degli Studi di Napoli "Federico II"), con un ulteriore perfezionamento nella scrittura drammaturgica. Attualmente insegna italiano, latino, storia e geografia nella scuola secondaria, portando in aula una solida preparazione classica. Ha saputo unire rigore scientifico e passione divulgativa, fondando la popolare pagina @latino.facile, dedicata alla diffusione della lingua e della letteratura latina. Autrice di una raccolta poetica pubblicata da Aletti Editore, ha ricevuto diversi riconoscimenti per i suoi componimenti, confermando la sua duplice identità di studiosa e praticante della scrittura.