• 10 Maggio 2026
Editoriale

Se la responsabilità dei governi è quella di costruire “società armoniche e pacificate”, l’obiettivo può essere ottenuto soltanto “investendo sulla famiglia, fondata sull’Unione stabile tra uomo e donna, società piccola ma vera, e anteriore a ogni società civile”. Queste parole, forti e decise, sono state pronunciate qualche mese fa da Papa Leone XIV davanti al Corpo diplomatico e non hanno perso la loro attualità; anzi lo sono di più a fronte di quanto la cronaca ci riporta su ciò che di orrendo accade in molte famiglie italiane, non diversamente da quanto si verifica nel resto del mondo.

Un antico tema che ritorna, dunque, che accende, come era prevedibile, polemiche in ambito laicista, ma riflette la dottrina perenne della Chiesa, fino all’ultimo Pontefice Francesco.

Il “netto ritorno a visioni politiche più conservatrici e tradizionaliste”, come è stata commentata la posizione del Papa dal Circolo omosessuale “Mieli”, è uno dei cardini del cattolicesimo vissuto secondo gli insegnamenti cristiani e dal quale è imprescindibile ogni politica sociale che voglia essere coerente con le ragioni dell’umanità e quelle della convivenza. Non a caso nel suo discorso Leone XIV ha citato un passo significativo della enciclica sociale che cercò di coniugare tradizione e modernità: la  Rerum Novarum di Leone XIII nella quale viene descritta, con accenti che non ammettono repliche, come l’unione stabile tra un uomo ed una donna costituisca il nucleo di una “società piccola ma vera, e anteriore a ogni società”. Insomma, nessuno può esimersi, secondo il Pontefice, “dal favorire contesti in cui sia tutelata la dignità di ogni persona, specialmente di quelle più fragili e indifese, dal nascituro all’anziano, dal malato al disoccupato, sia esso cittadino o immigrato”.

Parole forti, parole che non ammettono repliche dalle quali soprattutto  i governi, di impronta cattolica o meno, dunque universali, hanno il dovere “umano” di investire sull’unione stabile tra uomo e donna di sesso diverso.

Mentre ci si accanisce, da versanti laicisti che hanno fatto del relativismo morale la loro ideologia di riferimento, fino a disconoscere paternità e maternità, chiamando semplicemente “genitore uno e genitore due”, in una intercambiabilità indecifrabile, il padre e la madre, la dottrina della Chiesa tiene ben salda la corda che unisce tradizionalmente i membri della famiglia al loro ruolo naturale, come naturale è la tutela psicologica dei figli i quali vengono in tal modo avviati all’incapacità di discernimento tra i genitori con le sbalestrate adozioni, votate da parlamenti ed avallate da governi che pure si dicono ispirati dalla dottrina cristiana, da parte di due donne e/o di due uomini. Che ne sarà di loro crescendo, avviandosi all’età adulta?

La famiglia per come viene concepita dalla tradizione occidentale, ma non solo, è il nucleo portante della società. Dal suo disfacimento derivano molto spesso atti criminali che denotano la mancanza di rispetto di chi ha scelto di vivere, religiosamente o laicamente, di stare insieme per tutta la vita e di badare alla crescita della prole. Il relativismo che si riverbera anche nei sentimenti comporta spesso l’accanimento dei genitori i quali  non resistendo alle pressioni della convivenza ricorrono ai mezzi più cruenti per distruggere definitivamente le famiglie. E’ una questione di educazione alla convivenza, dunque, che viene da lontano alla quale, soprattutto le agenzie formative, a cominciare dalla scuola dove poco si fa per inculcare un “sentimento” familiare ai ragazzi, non conferiscono più importanza registrandosi a biasimare fatti crudeli di sangue tra marito, moglie, conviventi e affini quando si prende atto che non si può stare più insieme. Invece di cercare le ragioni della convivenza ci si ammazza.

La famiglia, dunque, può essere salvata soltanto riconoscendo il proprio ruolo nella società. E salvandosi dalle fughe in una libertà falsa che porta scompensi gravissimi nella comunità umana.

Con il suo appello, Papa Leone XIV ha voluto sottolineare la centralità dell’unione tra uomo e donna, preservandola dagli attacchi immorali tenendo conto anche degli immigrati e rivolgendosi, dunque, universalmente a chiunque. Quel senso di fastidio o di allontanamento dei giovani dal proprio nucleo di appartenenza è figlio della “distrazione” che in molti casi tra marito e moglie si instaura in nome di una libertà che in realtà si traduce in anarchia gettando nell’ immondezzaio i principi di reale solidarietà dalla quale i figli nei loro comportamenti dovrebbero trarre ispirazione per rispettare i genitori, gli anziani, i più fragili tra i congiunti ed aprirsi al mondo che ha bisogno di figure solide per poter convivere tra le difficoltà.

Aristotele descriveva  la famiglia come un nucleo di persone atto a garantire il proseguimento del genere umano: niente di più lontano dalle coppie di fatto o dalle unioni civili che pretenderebbero di avere lo status familiare senza possederne i presupposti, né perseguendone le finalità. Il concetto aristotelico, che è poi quello “ordinario” vigente nell’antichità ed al quale si sono conformate tutte le società uscite dal primordiale tribalismo, codificato dal diritto romano ed elevato a livello religioso dal cristianesimo, non diversamente da altre confessioni che pur ne riconoscono un’intima sacralità, ha determinato il corso dell’umanità che nella famiglia tradizionale, vista come un insieme di persone composto da due adulti di sesso opposto, capaci di procreare dei figli, ed allargata ai parenti prossimi – a cominciare dai nonni, continuatori della tradizione e testimoni di un passato teso a rinnovarsi nei giovani – con l’innata vocazione a formare il nucleo riconoscibile delle società civili stabilito in una casa, luogo per eccellenza indoeuropeo, nella quale dispiegare riti e consuetudini attorno alle memorie condivise e secondo i costumi del proprio mondo conformi a quelli della cultura di appartenenza. Costumi considerati il completamento della famiglia stessa e garanzia per il futuro del genere umano.Il cemento dell’istituzione famigliare è l’amore, più che una parola convenzionale, un vivo sentimento di affetto verso persone che hanno stabilito legami finalizzati agli scopi cui si accennava.

Il cedimento verso forme simil-familiari, giustificato dalla libertà senza limiti, né regole, ma dal solo arbitrio ha generato sia il fallimento dell’istituzione “innovata”, sia lo sviluppo dei figli in modo naturale al punto che perfino padre e madre vengono considerati, come si diceva, da ambienti illuministicamente formati come “genitore uno” e “genitore due”.

La tendenza abominevole è quella di abrogare le figure paterna e materna per aprire la strada ad una “ genitorialità”  vaga e perfino mostruosa, nel cui ambito due maschi o due femmine possono essere padre e madre nello stesso tempo.

Il capovolgimento della razionalità occidentale genera disastri come la teoria gender e l’apertura con il crisma della normalità alla “famiglia omosessuale”, negazione del principio familiare stesso. In breve, la teorizzazione della fine del genere umano dal momento che l’impossibile procreazione apre naturalmente alla scomparsa di buona parte dell’umanità. Le politiche demografiche dovrebbero occuparsi della “trasformazione” fino all’autoannientamento della famiglia prima di proporre a giustificazione dell’aumento delle “culle vuote” ragioni economico-sociali quando esse sono essenzialmente morali e culturali.

Autore

Giornalista, saggista e poeta. Ha diretto i quotidiani “Secolo d’Italia” e “L’Indipendente”. Ha pubblicato circa trenta volumi e migliaia di articoli. Ha collaborato con oltre settanta testate giornalistiche. Ha fondato e diretto la rivista di cultura politica “Percorsi”. Ha ottenuto diversi premi per la sua attività culturale. Per tre legislature è stato deputato al Parlamento, presidente del Comitato per i diritti umani e per oltre dieci anni ha fatto parte di organizzazioni parlamentari internazionali, tra le quali il Consiglio d’Europa e l’Assemblea parlamentare per l’Unione del Mediterraneo della quale ha presieduto la Commissione cultura. È stato membro del Consiglio d’amministrazione della Rai. Attualmente scrive per giornali, riviste e siti on line.