L’Europa è ormai in un asset di assedio costante, esposta a continui rischi geopolitici e geoeconomici, tali da indurla a prendere delle decisioni immediate, che purtroppo rilevano una sorta di debolezza europea che essa stessa si è inflitta con una politica irriverente che ha aggiunto tensioni, e ulteriori crisi sia interne che esterne ad un mercato, dove la competizione strategica vede il sorpasso della Cina già proiettata nel 2050, e per tecnologia e per digitalizzazione anche nell’ambito militare.
Innescare l’inversione di rotta, per preservare UE, doveroso, bisogna prescindere da ogni trattato, e divenire artefici del proprio destino, l’inerzia potrebbe essere un costo troppo alto da pagare, bisogna rispondere con solerzia, alle minacce trumpiane, la resa della diplomazia può innescare un principio asintomatico estensibile ad ogni pretesa, mediare e trovare un compromesso può essere pericoloso così come lo è per le pretese di Putin, in una contemporaneità ormai riconducibile ad arretrare di fronte alla forza.
La storia siamo noi, se ci poniamo dalla parte giusta, e la diplomazia è belligerante solo se non applicata, mentre il rispetto globale, che trova forza nel diritto internazionale, diviene nullo se le parti non si confrontano prima di agire. E l’azione riguarda anche le sovranità omologate di ogni Stato membro, agire solo ed esclusivamente per il proprio interesse è una focalizzazione isolazionistica ma deleteria al contempo, ogni forma di sovranità proclamata da una Nazione diviene elemento pregiudizievole se non nasce da un’autonomia certificata o semplicemente dalla rottura della globalizzazione che si vuole frenare ad ogni costo. Un esempio è la sovranità digitale di Michel Macron, una svolta importante ma una rottura con l’asset digitale di Silicon Valley, un progressivo abbandono di una struttura globale preponderante e l’acquisizione a livello nazionale delle proprie app per lavorare e divenire competitivi.
Si sta cercando di sfuggire alla trappola globale, e in particolare a quella trumpiana, ma è anche vero che il vecchio capitalismo sta morendo, cedendo il passo a un capitalismo sovrano o forse in rottura perenne con la globalizzazione che viene pilotata dalle super potenze. Il sistema capitalistico sta affrontando una crisi di legittimità, chi deve fare cosa e dove, una domanda che sta minando l’ottimismo finora semplificato dalla nomenclatura finanziaria mondiale, ed è la stessa che proprio in questo momento storico riconosce la propria crisi, non solo per il cambio di guardia della Fed, non più legittimata nella propria dipendenza, ma anche per un virus finanziario globale che non regge alla velocità delle dinamiche quotidiane.
Le dinamiche globali finanziari non sono più credibili, anche se ogni Nazione si prodiga per la crescita del proprio valore interno lordo, cosa sta accadendo? Che l’AI cambierà tutto e come è avvenuto in passato il fenomeno non sarà controvertibile, anzi irreversibile, in maniera strutturale anche a livello sociale ed in particolare a livello capitalistico, e secondo la time line il tempo disponibile sta già suonando e contando i minuti del countdown. Ma nessuno se ne ravvede.
L’azione trumpiana è riconoscibile e pretestuosa, ma anche quella putiniana non conosce confini geografici, tale da estendere la sua mano finanziaria anche oltre l’Ucraina, infatti, in pochi mesi si raddoppiano le società controllate sull’Italia da parte di Mosca, con un balzo di circa il 75% evidenziando un giro di affari pari a 2.5 miliardi, spingendosi in particolare nelle attività finanziarie.
Quindi mentre la Cina esporta capitali, per un ritorno necessario al fine di far fronte ad una domanda debole interna, la Russia in particolare in Europa con attenzione all’Italia aumenta il numero delle società controllate da capitali russi, che risulta essere un vero campanello di allarme, e per l’implementazione del giro di affari del Cremlino, preoccupando anche gli Stati Uniti che severamente vigila sulle sanzioni belliche poste alla luce della crisi ucraina a Putin.
L’anomalia pone l’Italia nel mezzo di un focus divenendo il terzo Paese dell’Unione per numero di imprese controllate da Mosca, ma mentre i capitali cinesi impongono una tracciabilità di filiera aziendale, per un trasferimento a catena, delle aziende ed il loro indotto, i capitali russi mimetizzano le fonti originarie per le acquisizioni azionarie, perché è possibile tracciare secondo la normativa internazionale non l’origine del denaro, ma solo la nazionalità degli azionisti.
Questo fa sì che la Russia di Putin senza permesso sta entrando finanziariamente nella nostra economia ponendo al riparo le sue risorse dai radar globali ed europei, eludendo le sanzioni di crisi, e inficiando alcuni comparti dell’economia italiana come il turismo, terziario assicurativo, e attività finanziarie di diverso genere.
Mutevole è dunque la geografia finanziaria standardizzata globale e sotto la tutela insospettabile del mondo, spingendosi verso un’espansione volta ad una partita geopolitica finanziaria estesa, giocata a colpi di quote azionarie e societarie. Una divergenza e un’anomalia della nuova geografia finanziaria creata dalle forti crisi globali.
Siamo ormai nel baratro del mondo finanziario, dove le disuguaglianze giocano un ruolo azionario preponderante tra i Paesi coinvolti nelle crisi, e i pochi ricchissimi che detengono il potere finanziario globale, ciò vale per ogni lobby scesa in campo, infatti, i diciottomila miliardi di dollari concentrati per lo più a livello globale nelle mani di poche tremila unità di ricchi anzi ricchissimi sta fondamentalmente riscrivendo la geografia del potere finanziario globale, e implementando lo svuotamento delle democrazie più accreditate ignare di essere incorse nel terzo paradigma millenario.
La concentrazione finanziaria, colpisce non solo le banche centrali, ma là dove si assomma e si accumula deferisce e simula l’influenza politica, determina il controllo oculato dell’informazione, e vince finanziariamente quelle crisi belliche che un tempo si giocavano per capacità strategica geografica e potenza degli armamenti.
Oggi, la geografia gioca un ruolo strettamente finanziario a livello globale, che diviene l’assoluta strategia di vittoria, questo fa sì che la sperequazione finanziaria oltre a derimere la netta differenza tra poveri e ricchi , suscita, oltre una semplice e assurda questione sociale collettiva e comunitaria, ma pone una questione di carattere democratico inficiando il maggior limite di una democrazia moderna, subordinandola alla potenza monetaria e finanziaria delle quote societarie di un azionariato, indipendentemente dalle sue origini.
Oggi anche l’Europa e la globalizzazione è sottoposta alla legge del più ricco oltre che del più forte o prepotente che sia, in una estremizzazione delle disuguaglianze che distrugge il patto di cittadinanza, disintegrando i legami sociali, bilaterali tra Nazioni, venendo meno ad una responsabilità o fiducia reciproca basata sui trattati storici stipulati al fine di morigerare interferenze tra potenze sconfitte dopo la Seconda guerra mondiale, come il Trattato di Parigi del 1947 a cui aderì l’Italia.
Le grandi fortune finanziare possono influenzare l’esito elettivo di una Nazione, o Paese, scivolando non solo tra i partiti, campagne elettorali, ma ponendosi con un accesso diretto alle istituzioni, orbene, la ricchezza finanziaria mina la credibilità delle istituzioni e la fiducia con il cittadino, polarizzando la politica o la crisi in corso a prendere una piega e orientamento decisamente equivoco.
Il totalitarismo, le autocrazie, subiscono in particolare questi principi o indicatori internazionali di diffusione anomala della finanza globale, e la difesa estrema delle élite oligarchiche penalizza le democrazie moderne anche, in maniera forzata orientando il consenso o il dissenso consapevolmente altrove.
La ricchezza congiunta al sistema finanziario non resta giammai neutrale, le grandi corporazioni globali, oltre a gestire l’informazione, giungono a gestire i vari comparti dell’economia in maniera bilaterale, e l ’America, la Russia, in questo corso storico non si sottraggono da giocare così sporco, senza un imprinting finanziario notevole.
Favorevole sono i tagli finanziari alle democrazie europee riducendo la loro sovranità, diminuendo gli aiuti internazionali anche ai Paesi più bisognosi, arrecando un danno planetario rilevante che stima un calo di benessere provocando oltre 14 milioni di morti.
Annullando decenni di progressi, anche l’Europa rischia, una sperequazione finanziaria, e uno stallo demografico, sanitario, oltre che vedersi imbrigliata in scelte belliche, che presentano ombre finanziarie pericolose e di non facile gestione, infatti, le crisi in corso assumono un corso ibrido anche da questo punto di vista, insostenibile, e contraddittorio, dove le multinazionali assumono maggiori profitti, intaccando la spesa sociale.
I paradossi causati dal differenziamento geografico finanziario e dai suoi effetti critici, allontana sempre più le democrazie europee dalla politica reale, sociale, e da una seria lotta all’integrazione e alla povertà latente, e sebbene l’opinione pubblica sostenga un maggiore tassazione dei profitti e pubblici che privati i primi, per incapacità gestionale del bilancio pubblico i secondi per debolezza della domanda sui consumi.
Le democrazie oggi giorno sebbene elettive si pronunciano democrazie formali e funzionano formalmente senza badare alla sostanza, perché elezioni libere non garantiscono un operatività altamente democratica, non sempre la separazione dei poteri come avviene in America o in Europa nelle varie sovranità garantisce autonomia democratica, e il potere monetario può alterare l’ordine esistente, specialmente se proviene dalla Fed o dalla BCE, infatti l’autoritarismo finanziario non è l’antitesi della democrazia , ma forse lo è il totalitarismo se imbrigliato nell’azionariato bancario.
Infatti, il liberalismo democratico pur conservando le istituzioni, ne modifica in termini ordoliberali le infrastrutture piegandole al sistema finanziario e all’azionariato globale, il punto centrale che le piega in interstizi totalitari al fine di non giungere a soluzioni democratiche.
I rischi geopolitici sono, infatti, sempre più elevati, e si suole migliorare le resilienze delle banche, nonostante le incertezze macroeconomiche in corso, e macrofinanziarie, che derivano dalle poli-crisi in corso in particolare quella energetica, e climatica, che indurrebbero a deterioramento del credito e ad un aumento della spesa assicurativa globale, per incorporare e rimpolpare i capitali pianificati, sempre a discapito dell’utente medio.
In altre parole, il sistema democratico è tuttavia subordinato al sistema finanziario e bancario e i margini di democrazia sono sempre più ridotti dai margini di profitto delle banche globali e in particolare europee al fine di determinare la loro sostenibilità non la sostenibilità energetica o climatica che funge come scopo non come fine.
Siamo in un momento cruciale dove i leaders sono sconnessi dagli standard democratici e connessi con il credito globale, per preservare l’asset dell’economia globale che sta cambiando.
Siamo difronte all’erosione sottovalutata dell’influenza globale ma anche della delegittimazione del capitalismo così come lo si è conosciuto un tempo, le concentrazioni sovrane stanno dequalificando la globalizzazione e sebbene i mercati continuano a concentrarsi sull’inflazione salvo diverso orientamento statunitense con il nuovo presidente della Fed, sui tassi e sulla crescita sottovalutano il rischio di erosione strutturale, ovvero l’indebolimento dell’influenza globale generato da Trump coi suoi imprevedibili tatticismi. Che stanno generando un orientamento in negativo di alleanze, affidabilità delle regole, e dei flussi economici, e ciò che sembra per ora episodico può divenire un cambiamento strutturale del mercato globale tale da inficiare la sostenibilità. Il potere armeggiato da Trump può inficiare l’economia globale ma anche quella americana, volano di una maggiore concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi.
Il quadro geopolitico cambierà la geografia finanziaria globale, e l’America comunque controllerà l’emisfero occidentale detenendo la vulnerabilità dell’Europa sotto le infiltrazioni russe. Anche se il deficit federale resta un problema strutturale, l’economia americana resta sovrana a livello globale, tale da minare le crisi geopolitiche mondiali. L’Europa deve affrettarsi nell’autonomia strategica e competitiva, ma senza delegittimare la nomenclatura finanziaria globale.
Perché anche se sembra iniziata la fine dell’egemonia americana, e la deregolazione del sistema finanziario e dei suoi cartelli, e che la transizione e si è trasformata in rottura del sistema, il vero processo di vulnerabilità e delegittimazione appartiene solo all’Europa, questa non è retorica.
Le crisi nel campo della finanza ormai sono il pane quotidiano, vedi il crollo dei metalli preziosi con la digitalizzazione sono incontrollabili. Gli asset e il sistema sono diventi asimmetrici, e non vi è più sicurezza collettiva, i vecchi patti non scritti sono per essere scritti dall’AI o da un sistema in declino e in rottura con i vecchi metodi.
