Non esiste alcun luogo al mondo nel quale le lotte, i conflitti, e gli scontri tra Nazioni e popoli, abbiano cementato paradossalmente un’identità come quella europea. E’ vero tuttavia, che rimarcare la continuità storica dell’«Europa regione» senza discutere della civiltà europea, rischia di diventare un’ovvietà.
Già nel 1949 Ortega y Gasset nella sua «Meditazione sull’Europa» sosteneva che «l’Europa è certamente uno spazio, ma uno spazio impregnato di una civiltà e questa civiltà – la nostra, quella europea – si è trasformata per noi stessi europei in qualcosa di problematico».
La nostra visione dell’Europa è certamente influenzata dalla considerazione che nella seconda metà del Novecento il tessuto unitario è stato strappato e lacerato dalla divaricazione tra mondo libero e mondo comunista. Ma si è trattato, oggi possiamo dirlo, di una parentesi. «L’Europa – è sempre Ortega y Gasset che parla – non è soltanto futuro, ma è anche qualcosa che è lì già da un passato remoto, e per di più essa esiste prima delle nazioni oggi così chiaramente profilate».
Ed è per questo che l’Europa, nel futuro, non può essere immaginata come un blocco chiuso, «contro» qualcosa o qualcuno, e nemmeno come una cittadella arroccata nella sua identità, ma piuttosto, come un soggetto, forte della sua omogeneità, che può svolgere un ruolo magnetico, da calamita, per le aree adiacenti, prima fra tutte quella del Mediterraneo.
Ed allora c’è da domandarsi: c’è bisogno nel mondo di più Europa o meno Europa?
Non vi è dubbio che l’Europa attraversi una crisi di struttura, paradossalmente generata dai suoi stessi successi. La verità è che oggi appaiono indeboliti gli stessi fondamenti di quella che chiamiamo la civiltà europea e cioè l’affermazione della centralità della persona e della comunità – ed in particolare delle comunità intermedie naturali e volontarie – e dei connessi diritti, l’economia sociale di mercato, lo stesso sistema di garanzie sociali.
È chiaro perciò, come ha scritto Giovanni Reale nelle «Radici culturali e spirituali dell’Europa» che «non basta la stesura di una Carta costituzionale dell’Europa redatta in maniera astratta e prevalentemente su basi giuridiche ed economiche, non basta questo tipo di Costituzione a creare il cittadino europeo; viceversa, dipenderà dalla ricchezza o dalla povertà dell’animo dei cittadini europei, la consistenza, la tenuta o la fragilità della stessa Carta costituzionale».
«Più Europa o meno Europa» dunque?
Più Europa significa spingere l’Unione Europea verso un destino condiviso e riconosciuto di attore geopolitico, di un protagonista che non può più delegare ad altri le responsabilità che la storia le ha assegnato.
Ma questa consapevolezza non è ancora diffusa tra le classi dirigenti dei paesi europei. Infatti la crisi dell’integrazione europea, trova origine soprattutto nella debolezza culturale, prima che politica, del processo di unificazione. Diciamo la verità, finora i Governi e le classi dirigenti europee hanno voluto realizzare un’area nella quale persone, capitali e merci possano circolare liberamente, in un’ottica però quasi esclusivamente economicistica. In tale contesto si spiegano i segnali di euroscetticismo provenienti dalle singole opinioni pubbliche nazionali. L’obiettivo strettamente economico ha dimostrato infatti di poter funzionare in un contesto economico espansivo e di sviluppo lineare e progressivo. In breve, quando tutto funziona e non nascono problemi.
Alla luce di tali esperienze ed in presenza di tali cambiamenti di prospettive, risulta improcrastinabile aprire una nuova stagione di riforme istituzionali per rilanciare il dibattito sulla stessa idea di unità europea.
