La de dollarizzazione, e l’internazionalizzazione dello Yaun, sono due facce complementari, apparentemente della stessa medaglia, in realtà, sebbene, si profilano contemporaneamente nello stesso periodo monetario, il dollaro spinge verso il Gold Standard con una finanziarizzazione fondata su monete virtuali, la Cina invece compra oro a più non posso e cerca di esportare più capitali invadendo il mercato globale.
Quest’ultimo un cambiamento di passo notevole che differenzia gli scenari economici e finanziari globali, al punto tale che il mercato cinese si trasforma da “fabbrica del mondo” a esportatore esclusivo di capitali trasformando il destino della sua moneta, invadendo il mercato finanziario, che resta una manovra ad alto rischio, e sebbene segna il passo per la sua rinascita globale, programmata oculatamente, anch’essa deve fare i conti con la globalizzazione imperante, cercando di salvare la sua crisi interna, e le sue esportazioni.
Lo Yaun può per la Cina divenire un’arma a doppio taglio e ad alto rischio, una sorta di trappola finanziaria, dipendente dallo stesso mercato globale, che cerca di dominare.
Il Piano programmatico cinese da quinquennio in quinquennio, ha reso la Cina un colosso mondiale esautorando e assorbendo la stragrande maggioranza di investimenti diretti esteri, permettendole un’ascesa che non si fermerà grazie anche agli investimenti elevati nella ricerca digitale e tecnologica, tuttavia, lo scenario globale sta sottoponendo anche la Cina alla necessità di perseguire un elevata esportazione di capitali. Posizionandosi tra i primi investitori globali, spinta da nuovi equilibri geopolitici e geoeconomici, alla ricerca sistemica di un’internazionalizzazione dello Yaun.
Una reale necessità macroeconomica direbbe Keynes, ma pur sempre implicata ad un paradosso di Kalecki, inevitabile, le necessità sono assolutamente di stampo strutturale: in primis le tensioni commerciali dei dazi statunitensi, possibili minacce all’ingresso nel mercato europeo, e altresì nei mercati asiatici come il Giappone dove la nuova strategia al riarmo impone non facili penetrazioni, pertanto la Cina si proietta verso una strutturale produzione là dove la politica interna le facilita una reale destinazione aziendale. Arginare i prezzi e le inflazioni energetiche sono l’elemento altresì di rimonta di esportazione di capitali, specialmente in Paesi con capacità e risorse stimabili, come l’Africa, ma l’elemento strutturale di maggiore spinta resta la domanda interna, ovvero il mercato interno non è più esaustivo, o meglio la domanda interna, debole, non copre più l’offerta prodotta e allora va esportata o prodotta altrove per avere più margini e più profitti.
Ovviamente è uno scenario finanziariamente ascendente che espone le aziende cinesi sebbene la loro casa madre, resta in Patria, e il resto si espande nel mondo , nel sud est asiatico, in Europa, in Africa, per lo più cercando di mettersi al riparo da crisi di ogni tipo, e creando un processo cosiddetto a catena, poiché le aziende trasferiscono con la loro flessibilità anche l’intero comparto di filiera, determinando un cluster aziendale e industriale completo nel Paese di riferimento, provocando occupazione professionale, trasferimento di tecnologia e nuovissimi standard gestionali, divergenti da quelli presenti sui territori.
Ne consegue che con i capitali finanziari ben finanziati con Yaun dalle banche cinesi si trasferisce l’intero processo dinamico cinese, strutturando una nuova via della seta, un nuovo ponte di commercializzazione, una dinamica transfrontaliera sempre più all’avanguardia, dove i fondi erogati tecnicamente, dovrebbero ritornare in Cina attraverso il pagamento delle forniture di materiali applicati. Un’implementazione del Yaun e in una sorta di economia circolare, o circuito chiuso se nella realtà il tutto avviene attraverso fornitori cinesi e non di altra origine, ed è così, pertanto, i partenariati divengono subordinati a tale escalation industriale senza via di uscita.
Una delocalizzazione molto intelligente che consente di arginare la crisi interna subordinata ad una domanda debole e di by passare quella esterna per un circolare ritorno degli esposti bancari.
I cinesi in tal senso non hanno fatto altro che evolvere il loro spirito di iniziativa aziendale esponendolo al mercato globale, in maniera totalizzante, e sperimentando l’uso offshore dello Yaun, perché se tutti i finanziamenti o prestiti avvengono in valuta cinese le realtà produttive coinvolte sono costrette a non sottrarsi a rifornirsi dai fornitori cinesi, penalizzando una certa autonomia del Paese ospitante o ricevente, ciò crea una certa resistenza per alcune realtà come il Giappone che ha delle forti ostilità anche di natura commerciale verso i prodotti cinesi e i suoi metodi.
Infatti, mentre Pechino punta il dito verso la militarizzazione giapponese, dopo il declino delle regole internazionali o il diritto internazionale, non si calmano le ostilità commerciali tra le due super potenze asiatiche. Al punto tale che il 6 di gennaio la Cina ha annunciato il divieto di esportazione di prodotti a duplice uso sia militare che civile di estrazione anche giapponese, dai software alle tecnologie che hanno applicazioni strategiche multiple.
Certamente le ambizioni nucleari del Giappone, sono rintracciabili come una seria minaccia per la pace mondiale, e questo lo ha ben capito la Cina che prende le distanze dall’esportazione di questi tipi di capitali con finalità belliche, il Giappone si sta svincolando troppo in fretta dai vincoli dell’ordine internazionale, rompendo i ponti della via della seta, e creando una forte militarizzazione di Tokyo vi è un ritorno ad un passato remoto che fa paura al sol pensiero.
La remigrazione sembra cenerentola rispetto alla rimilitarizzazione di una Nazione come il Giappone, specialmente dopo le recenti dichiarazioni di Takaichi, e la Cina si pone come un macro-front per contrastare le ambizioni nucleari sia per scopi commerciali sia per scopi congiunti alla salvaguardia della pace e della sicurezza mondiale.
Tuttavia sebbene cambi passo commerciale esportando la sua crisi esporta i suoi capitali per un ritorno armonico nella sua economia interna , il Giappone cerca il nuovo contrasto e la nuova polarizzazione militare, un ritorno poco armonico, che vede comunque l’economia nipponica in una posizione di risveglio ma pur sempre subordinata all’Occidente, e in particolare all’Italia che diventa la quarta potenza mondiale per valore delle esportazioni, sapendo intercettare la domanda internazionale in questa fase difficile dell’economia globale.
Questa classifica comunque ha un suo deficit strutturale perché riguarda esportazione di capitali dove la Cina resta regina indiscussa, sebbene l’occidente cerca un sorpasso non è qualificante in merito, sebbene i modelli produttivi sono alla ricerca di una solidità industriale, l’Europa quanto l’Italia non riescono a stare al passo con la Cina dicasi altrettanto il Giappone, perché per imporsi sui mercati internazionali , bisogna avere una flessibilità e competitività del Know-How che non si è ancora raggiunta.
Inoltre, il potenziamento dell’euro a livello globale viene percepito come un ulteriore freno alla competitività delle imprese esportatrici, soprattutto sui mercati extraeuropei e in particolare negli Stati Uniti, con perdite rivelanti di valore dell’export.
Il partenariato strategico italiano firmato di recente con il Giappone sebbene rinsalda la cooperazione di export in particolare sulle materie prime per le rispettive catene di approvvigionamento, fa sì che la politica estera sia europea che italiana non possono ignorare per il futuro l’ascesa cinese e alcuni aspetti geopolitici e geoeconomici energetici che rappresentano il focus di esportazione tra Stati Uniti ( in particolare per alimentare le cripto valute) e Cina, infatti essa accelera verso un asset di elettro-potenza, dichiarandosi ufficialmente il perno con l’elettricità della crescita economica ed energetica globale.
L’elettricità nel mondo ormai surclassa il carbone e diviene insieme alle rinnovabili gli elementi sostitutivi geopolitici, che richiedono massicci investimenti nella rete sistematica energetica, per gestirne ad intermittenza le fonti pulite e rendere sostenibile il sistema, tuttavia questa transizione energetica avrà un costo per l’Europa, a causa di un deficit di investimenti pari 250 miliardi di euro, mentre la Cina registra il più grande surplus commerciale mai determinato nella geoeconomia mondiale , pari a 1.189 miliardi di dollari.
Il dragone rosso diviene dunque il focus mondiale ed eluderlo implica un’ignoranza strategica senza pari, e sebbene abbiamo contratto un’asiatica, che ci vede diplomaticamente esposti commercialmente, l’Italia, quanto l’Europa rischia di non comprendere, le priorità, globali e quale è il vero interlocutore da gestire.
La grande problematica monetaria vede la Cina dominare i settori ad alto valore aggiunto e la debolezza iniziale strutturale dello Yaun, oggi ancora troppo sottovalutato sia per la politica monetaria internazionale sia per il Paese che rappresenta sta decollando in una fluttuazione con il dollaro difficile da gestire, che induce Pechino a mantenere la valuta su livelli bassi, per ridurre i blocchi all’esportazione, di materie prime, offerte varie e esportazioni di capitali.
Il pragmatismo commerciale cinese, si impone sul protezionismo trumpiano, e sull’atlantismo europeo, dominando scenari delle grandi catene globali, e riavvicinarsi a Pechino non è un vero riallineamento strategico, piuttosto un tentativo di scardinare gli squilibri globali, consapevoli che la competizione globale si gioca solo sul terreno economico. Visto che l’opportunismo cinese è impareggiabile.
