Il punto di caduta economico avviene anche a livello globale, anzi è un reale momento fisiologico e obbligatorio del mercato, quando vi è un calo della domanda globale assistiamo ad una probabile riconferma del paradosso di Kalecki, (economista polacco) secondo il quale ciò che è vantaggioso per il singolo capitalista può non esserlo per l’intera classe capitalista nel suo insieme complesso o insieme paradigmatico, attualmente finanziario, di non facile sviluppo evolutivo. Perché ogni Paese tende a performare la sua crescita interna sulla base dell’esportazione, minacciando il potere dei capitalisti, che diminuiscono la loro capacità di controllo, siano esse più competitive e ciò contribuisce al calo dell’insieme complesso della domanda, vero è che questo meccanismo paradossalmente prima o dopo lo applicano tutti i Paesi, al punto tale che la stessa domanda globale subisce obbligatoriamente un calo fisiologico coinvolgendo i Paesi meno ambienti.
Kalecki contestando la teoria economica neoclassica ha evidenziato come un eccesso di spesa pubblica per armamenti è cruciale per sostenere la domanda aggregata in un sistema capitalista. Certamente come asserisce Kalecki nella sua complessa ma chiara teoria se aumentassero gli investimenti di base aumenterebbero o si genererebbero i profitti, gli armamenti non si possono considerare pertanto degli investimenti.
Quindi l’Europa rischia di essere sottoposta sulla base del crollo degli investimenti esteri ad un vortice che sperimenterà direttamente e andrà incontro all’incremento di un maggiore debito per ciascun Stato membro o ad una maggiore disoccupazione. L’Europa si troverà difronte a tali e tanti squilibri commerciali già in corso, scatenanti una morsa di compressione sia russa, cinese che americana. La sintesi Eterodossa, di Kalecki tra il pensiero marxista e le intuizioni keynesiane, tende a una riedizione dell’importanza del calo della domanda globale e il suo ruolo nella spesa pubblica.
Una possibile soluzione è il raggiungimento di una politica economica unica non solo interna ma con dimensioni esterne volte al controllo degli investimenti esteri e della difesa commerciale, con l’intento di sviluppare un debito comune visto che l’Europa ancora non ha raggiunto competitivamente tra le potenze mondiali una governance pubblica testimone di una confederazione di Stati, con unica politica economica e fiscale e commerciale.
Il commercio della Cina si sviluppa a dismisura con una postura altamente competitiva digitalmente e tecnologicamente, aggressiva e al contempo protezionista ed espansiva, tale da sommergere il deficit commerciale degli Stati Uniti, le sue esportazioni aumentano raggiungendo un modello irreversibile, e sommergendo il mercato globale che si affaccia finanziariamente a fare una cosa simile ma ineguagliabile.
Per esempio, mentre Pechino si espande Washington continua a limitare le sue importazioni per rientrare nel suo disavanzo e rilanciare la propria produzione, voltando le spalle all’Europa in una sorta di tattica strategica protezionistica, dove Trump ha teso una trappola internazionale all’Europa che dovrà da sola accomodarsi ad una serie di aggiustamenti commerciali di complessità globale.
Infatti, grazie alla diplomazia pragmatica della leadership italiana, l’Europa ha by passato lo strangolamento degli asset russi evitandone il congelamento, anche se sembrasse l’unica arma diplomatica per fare cedere la Russia alle trattative, resta solo un’altra trappola commerciale di non facile soluzione.
L’Europa sa di essere al capo linea di una situazione internazionale rilevante dove il disimpegno trumpiano, il dispotismo putiniano e per contro l’espansionismo di Xi Jinping sembrano condurre, un trilaterale senza uscita, una strategia che in realtà paradossalmente tende a far naufragare i meno ambienti.
Infatti al netto delle esportazioni e dei dazi trumpiani, le cui trattative hanno fatto sorridere, l’Europa del vecchio continente non riesce a crescere e sebbene l’Italia nella sua felice governance si propone come locomotiva europea, il continente resta non solo antico ma obsoleto non in grado di cogliere la sfida e le consulenze di Mario Draghi che restano una spesa inutile, infatti, la carenza strutturale di investimenti, prende le mosse da una carenza strutturale di ricerca sia nel pubblico che nel privato, da cedere il passo alla Cina, che esporta la sua crisi, strutturata ma competitiva, e la esporta in Europa dove gli investitori non investono perché sanno di competere con una spietata concorrenza sanno che difronte ad una domanda debole interna non è conveniente aumentare la produzione.
Le imprese europee perderanno sempre maggiore competitività, costringendo l’economia europea ad degli aggiustamenti forzati, come il pareggio della bilancia dei pagamenti, supportando capitali che non generano investimenti, e che non si tradurranno in profitto ma solo in erosione di risparmi.
Sia che siano risparmi privati che pubblici, in Europa avremo comunque un calo dell’occupazione, ed un amento del debito, dinamiche già vissute nel passato che si ripetono in una sorta di avvitamento ora globale, dove lo scenario europeo non è più dominato dalla Germania ma dalla Cina dove lo sviluppo di questo avvitamento si eleva all’ennesima potenza, e dove gli eventi catastrofici saranno maggiori.
La Commissione europea sembra essere ricca di economisti senescenti, o acefali che sembrano non vedere la trappola asiatica, e moltiplicano il loro sistema di sicurezza globale, ignari che il Giappone, Taiwan, Corea, anche Regno Unito, crescono ma mai come la Cina, e che saremo costretti a ridurre i nostri sforzi industriali, a ridurre le nostre catene del valore, insomma solo se l’America coi suoi Dazi riduce l’apprezzamento dello yuan cinese, solo allora l’export cinese sarà meno competitivo, forse.
Investire sugli squilibri resta una priorità europea, ma per farlo bisogna partire dalla ricerca che non c’è, dalla competitività europea fatta sulla base di ventisette competitors diversi, ventisette Stati sovrani, creerà un disagio e squilibri commerciali notevoli, dunque, la diversità non è più globalmente una risorsa europea, per la UE.
L’Europa deve dunque diventare uno Stato unico o una confederazione, non basta rafforzare la cooperazione, troppe diversità non fronteggeranno l’invasione commerciale cinese. La mancata disposizione di un mercato di capitali profondo e liquido, la Bce non è sviluppata in tal senso, non è ancorata ad uno Stato forte o ad una federazione di Stati, come può supportare degli squilibri ulteriori che generano ulteriore debito per ciascun Stato sovrano?
Ci stiamo americanizzando proprio quando l’America ci ripudia, voltandoci le spalle ma non siamo l’America, non saremo in grado di cooperare per sempre senza degli standard equilibrati di riferimento, questa situazione genererà una corsa individuale e una confusione commerciale soccombente, con un forte calo dei salari.
La Cina guarda voluttuosamente il mercato europeo che per evitare il surplus di commercializzazione, potrebbe proteggersi con l’adozione di politiche protezionistiche, o difensive ma non ci sono altri continenti in grado di assorbire questo surplus commerciale, che consentano che i consumi dei prodotti cinesi superino una crescita dell’8% di cui la stessa Cina ha bisogno come sfogatoio per almeno un decennio.
L’Europa ha bisogno in fretta di adottare politiche comuni, un debito comune, ma la missione è ardua come lo è la formazione di una confederazione di Stati europea, per ora sembra un’opera magna impossibile. Coordinare questa evoluzione sarà difficile, perché difficile e gestire la bilancia dei pagamenti al netto di una politica univoca supportata univocamente.
