Ci mancava lo scisma lefebvriano per aggiungere un’altra “dose” di caos al mondo in ebollizione. La Chiesa degli ultimi decenni non è mai stata tanto in ambasce per i conflitti che nel suo seno si sono sviluppati. E ad essi vanno aggiunti ben altri che tengono il mondo in allarme suscitando inquietudini, paure, dolore, miserie. Il Programma di ricerca Uppsala Conflitct Data Program ha rilevato ben 65 conflitti armati nel 2025, il numero più alto dalla fine della Seconda guerra mondiale, a cui vanno aggiunti la recrudescenza del conflitto Israelo-Palestinese, soprattutto nella Striscia di Gaza, la ripresa dei combattimenti tra il Sud del Libano ed il Nord di Israele e soprattutto la vera e propria guerra scatenata dagli Stati Uniti contro l’Iran, per dire soltanto della prima metà di quest’anno.
Non tutte sono guerre vere e proprie: solo 13 sono state classificate come tali, vale a dire con almeno 1000 morti (ma in realtà sono molti di più) in combattimento in un anno. Per non parlare delle conseguenze catastrofiche sulle popolazioni civili.
Un altro osservatorio, l’Atlante delle guerre e dei conflitti nel mondo usa diversi criteri di valutazioni per definire ciò che è guerra vera e propria e ciò che le si avvicina: in tutto il Pianeta 13 crisi armate sono state classificate come vere e proprie guerre, oltre ad altre 22 che potrebbero degenerare in conflitti aperti e dunque sfociare in confronti bellici per come le ritiene l’Osservatorio di Uppsala. Ecco come si arriva la numero sbalorditivo e preoccupante di sessantacinque conflitti armati cui vanno aggiunti i più recenti ed occasionali che durano poco per poi riprendere, soprattutto a livello tribale, in un lasso di tempo con precisione non quantificabile.
Ovviamente, a parte la sempre maggiore estensione del conflitto USA-Iran, cui si aggiunge l’immancabile Israele, con la strategia del terrore attuata dal regime degli ayatollah in Bahrein ed in Kuwait, oltre alla chiusura dello Stretto di Hormuz che coinvolge tutto il mondo, tra i principali conflitti o guerre in corso siamo davanti alle seguenti che sembrano non finire mai: l’invasione russa dell’Ucraina, la minaccia del Cremlino a molti Stati occidentali dell’ex-Unione Sovietica, la guerra civile sudanese, la guerra civile nel Myanmar, i conflitti nella Repubblica Democratica del Congo, in Somalia, nello Yemen e nella regione del Sahel.
Se sulle guerre un ragionamento pacificatorio potrebbe essere intessuto dai protagonisti, per quanto riguarda i conflitti, oggi ne contiamo almeno cinquanta sparsi tra Europa, Medio Oriente, Africa e Asia. Migliaia sono le vittime, milioni gli sfollati ed innumerevoli crisi economiche, sociali e ambientali tengono ingenti popolazioni in allarme.
A queste si aggiungono le preoccupazioni dovute dalle improvvide dichiarazioni di Donald Trump che ogni giorno è a caccia di un nemico: dalla Colombia a Cuba, dal Canada, a Panama alla Groenlandia (e dunque alla Danimarca) che vorrebbe fare sua per la nota questione delle terre rare. Gli Stati Uniti sono il motore degli armamenti internazionali la cui industria prospera come non mai. In Nigeria l’amministrazione Trump ha minacciato interventi qualora il locale governo non avesse avuto maggiore determinazione contro i gruppi armati; in Siria ed in Iraq attacchi contro milizie armate e obiettivi considerati terroristici sono all’ordine del giorno; in Somalia, giustamente, non mancano risposte sanguinose contro i jihadisti di confessione sciita, mentre lo Yemen non vive giorni felici dopo la guerra scatenata dagli Stati Uniti contro il piccolo Stato alle propaggini meridionali dell’Arabia Saudita.
Le aree, tanto per farci un quadro meno frastagliato della situazione, interessate dall’attivismo bellico trumpiano, riguardano 5/6 aree principali: oltre allo Yemen appena citato, l’Iran, la Somalia, la Siria (dove non si vivono giorni felici dopo una flebile tregua seguita dalla cacciata di Assad), Iraq ed in parte della Nigeria, per non parlare delle tensioni nel Sud/Sudan dove dietro un’apparente pace si celano focolai di violenza e di aggressioni. Ma altri latenti conflitti interessano il Marocco, l’Algeria, la Mauritania, per via della contesa sul controllo e della spartizione del vecchio Sahara spagnolo i cui abitanti, in maggioranza, hanno trovato ricovero nel Sahara algerino, ed in particolare nella regione di Tindouf.
Che sarà del mondo dopo questi conflitti armati, dopo la fine (si spera presto) della guerra tra Russia e Ucraina e nella Striscia di Gaza (dove la tregua non ha retto neppure un giorno)? Sarà un mondo diverso, caratterizzato da un tripolarismo – non dimentichiamo le mire della Cina su Taiwan e ciò che la crisi innescherebbe in tutto il Pacifico dove pure gli Stati Uniti hanno interessi rilevanti – che potrebbe far precipitare il mondo nel baratro se i contendenti le aree più ricche e strategicamente interessanti del Pianeta dovessero arrivare a contese insanabili?
Oltre l’Europa che sembra il boccone più appetibile delle nuove potenze, non dimentichiamo i BRICS (alleanza intergovernativa di economiche potenti cui si sono aggiunte quelle emergenti della quale fanno parte Brasile, Russia, Cina, India con l’aggiunta del Sudafrica, dell’Egitto, degli Emirati arabi, dell’Etiopia, dell’Iran e dell’Indonesia), nella quale nulla si muove e sembra la Cenerentola internazionale, ricordiamo un vecchio arnese come l’Onu, che di fronte a quanto sta accadendo non fa sentire la sua voce.
Una situazione assai pericolosa alla quale i vecchi europei, custodi stanchi di un’antica civiltà, sembrano rassegnati a fare da spettatori. Con conseguenze inimmaginabili al momento se non una invasione colossale da Paesi che si stanno progressivamente sviluppando ed esportano nel nostro Continente tecnologia e immigrati. Una situazione davvero poco rassicurante.E raccapricciante.
