Non è facile preventivare un giudizio politico sull’attacco israeliano statunitense contro l’Iran, tuttavia ribaltare il regime una necessità morale e collettiva globale, e l’uccisione di Ali Khamenei, Guida Suprema di una teocrazia giunta al capolinea, fa ben sperare anche nella ridimensione del programma nucleare, depotenziandone assolutamente lo sviluppo per sconfiggere la paura di una guerra nucleare imminente e ridisegnare i margini strategici e politici di un Medio Oriente, che si ponga sullo scenario mondiale in un atteggiamento meno conflittuale.
Un’azione geopolitica che in estrema ipotesi non poteva più essere sottoposta a trattative diplomatiche essendo l’interlocutore dispotico e aggressivo verso l’Occidente e da decenni verso un popolo privandolo della propria libertà in ogni ambito umano e sociale. Pur tuttavia siamo difronte ad una nuova voragine smisurata dove le macerie umane non si calcoleranno in nome di una strategia di assalto tattica ma anche preventiva, dove lo schieramento bellico non risparmia l’aggressione, incalzando e cercando di incassare il risultato nell’immediato.
Qualsiasi guerra non può sottoporsi mai ad un’analisi etica essendo essa stessa la negazione disumana aberrante della vita umana, e giudicarne l’imminente ed insospettata azione militare, efficientata a sorpresa durante i negoziati di Ginevra, non porrà l’Occidente dalla parte negativa della storia, visto che i colloqui non si conducevano con la rete degli ayatollah in procinto di dotarsi di un’arma di distruzione nucleare. Inoltre, i massacri del popolo iraniano, silenziati dalla comunicazione globale ed auna sinistra confusa, richiedevano già da un pezzo un intervento immediato, non dobbiamo procedere con una postura giustificazionista del conflitto, ma la verità del grido di aiuto del popolo iraniano ormai estenuato dalle sofferenze e privazioni di libertà non poteva più restare inascoltato.
La fratellanza sciita, non è da meno rispetto a quella degli Hezbollah e degli Hamas, le vittime umane delle loro operazioni hanno finora rappresentato il terrorismo più sanguinario degli ultimi decenni, e oggi sembra giungere ad un margine di debolezza inarrestabile, perché ai trattati illusori, frutto di una marginalizzazione sociale, che dominava l’autodeterminazione del popolo si associa una geopolitica di prepotenza fatta di minacce verso un’ Occidente che non ha mai inteso infierire verso forme di governo totalitarie, autocratiche e anacronistiche ai tempi moderni, prive della benché minima democrazia sociale.
Certamente siamo difronte ad una presunta precarietà dell’equilibrio del Medio Oriente, che sembra voler farci precipitare in una Terza guerra mondiale, ma che ha più che altro in sé l’impegno di sedare un focus di degenerazione spingendo sul pedale dell’indipendenza del popolo iraniano, vessato dal 1979 da un regime disastroso, che ha modificato letteralmente il sistema democratico dell’Iran e lo stile di vita delle genti abituate ai fasti culturali di una monarchia assolutamente libera.
Benjamin Netanyahu non solo si è sbarazzato della scomodità di un regime pericoloso, ma questo suo intervento gli consentirà di ridisegnare la geografia del suo potere, con il sostegno di Trump che con la sua linea dura ribalta le sorti degli iraniani, non dimentico delle stragi civili, nell’estremo tentativo di evitare un’altra guerra, il presidente americano, fomenta un ulteriore dispendio di armi, nella speranza che il regime sotto una pressione bellica implodi verso un cambiamento e che la popolazione iraniana si sollevi definitivamente per accedere ad un Iran nuovamente democratico, e che consenta a Trump di gestire il mercato globale del petrolio in linea con la strategia venezuelana.
Non dimentichiamo che l’Iran come il Venezuela dispone di immensi giacimenti del petrolio e poterne anche indirettamente gestirne il mercato limitando l’ingerenza cinese è per gli Stati Uniti, un elemento affaristico di notevole rilevanza strategica nell’asset economico e finanziario globale.
Questa sotto ridimensione tattica trumpiana sposta l’idea di un America salvatrice dei popoli, e insignisce l’amministrazione trumpiana, inserendola in una globalizzazione supponente e finalizzata ad un sovranismo nazionale, dove gli interessi geopolitici sono dominanti.
Ma l’Occidente, quello europeo irrisolto nella sua supremazia politica, non si oppone, basito e compiacente, speranzoso di cavarne un mercato commerciale più vantaggioso, resta attonito a guardare, propriamente si defila, da prendere una posizione netta, ma come potrebbe, quando lo scopo armamenti di viene l’elemento primario l’economia finanziaria e strategica europea?
Certamente il popolo iraniano esulta, ma il diritto internazionale viene nuovamente tradito, eluso sotto l’occhio attonito di un Occidente disorganizzato, privato del potere di decidere, forza cooperativistica di mercato, le istituzioni qualunquemente non riconoscono legittimi i metodi esecutivi israeliani e americani, ma non hanno l’unione sufficiente per contrastarli, né il potere di una governance pubblica europea federale in grado di opporsi o quanto meno di incidere sulle decisioni belliche internazionali.
I veti incrociati, non bastano, l’azione di guerra imperversa, l’Europa è in ritardo operativo e decisionale, le istallazioni militari iraniane proteggono i siti di arricchimento dell’uranio, e i vertici iraniani si nascondono, certamente l’aggressione dovrà assumere una forza inclusiva anche europea, o l’Europa non avrà voce in capitolo. Ma forse ciò potrebbe destare il torpore russo.
Siamo difronte a molteplici dubbi e a disparate contraddizioni, che evincono una luce bellica finalizzata ad un declino delle operatività, o ad una vittoria schiacciante, la caduta del regime potrebbe non essere scontata ma non impossibile, ma si paventa anche un allargamento dello scontro, e la presenza di altre nazioni limitrofe farà sì che il conflitto vada oltre i confini.
In parole dobbiamo temere che tutto degeneri o ben sperare in un ritorno di Reza Pahlavi, il figlio dell’ultimo scià detronizzato dall’ultima rivoluzione islamica del 1979?
Al fine di riorganizzare un passaggio di poteri e nuove elezioni democratiche ristabilendo equilibri disattesi? Sicuramente l’azione civile condurrà alla preparazione di un governo provvisorio costituente propedeutico alla nascita di partiti politici volti a promuovere una repubblica non islamizzata, ma tollerante verso ogni credo religioso, per avviare un processo di ricostruzione, morale, civile, culturale.
Ovviamente l’esito ci confermerà la soluzione risolutiva, ma una guerra di attacco non difensiva non sempre migliora gli obbiettivi, lo scontro aperto può generare un’escalation, la situazione per ora è in fuga verso un punto di non ritorno. Teheran è in fermento, gli slogan contro l’America non mancano e l’offensiva contro le basi Usa fanno temere il peggio, ma c’è chi inneggia alla liberazione, per un cambiamento di regime perché consapevoli del prezzo altissimo che il popolo iraniano sta pagando per la libertà, per una transizione democratica. Trump dispone i raid contro l’attuale regime fino ad una pace finale in Medio Oriente, dunque prepariamoci, perché l’obbiettivo non è solo geoeconomico è anche geopolitico, e finanziario prevede un aumento dei prezzi energetici e del petrolio seguita da una catena di eventi che non sarà ipotizzabile e controllabile.
Ma tuttavia restano inconfessabili e incancellabili, le strazianti sofferenze degli iraniani, basti ricordare l’inespugnabile carcere di alta detenzione, Evin, a Teheran, dove sono stati massacrati centinaia di prigionieri politici, torturati civili, nell’animo e nel corpo, donne stuprate in nome di Allah. Khomeini quanto Khamenei sono responsabili del genocidio degli iraniani da ben 47 anni, e della demonizzazione culturale che la Persia ha subito, un tempo culla del sapere e del pensiero medio orientale. La domanda è, siamo in un tempo di ritorno o di non ritorno? Certamente se il conflitto sarà contenuto e resterà arginato possiamo ben sperare in un ripristino della democrazia in Iran altrimenti il mondo resterà sospeso in un limbo di paura e coinvolgimento.
