• 22 Luglio 2024
Editoriale

Il fenomeno dell’immigrazione ha assunto negli ultimi decenni una portata di imponenza massiccia e massificante, tale da stravolgere non solo l’asset politico europeo in più riprese, causa di non facili soluzioni da desumere e da applicare concretamente, ma allo stesso tempo, da indurre a rivelare un vero cambiamento sociale, con complesse politiche d’integrazioni programmatiche europee, non potendo diluire e modificare ancor più la variegata identità del sistema demografico europeo.

L’identità europea, infatti, ha subito sollecitazioni etniche, religiose e sociali tali da porre la complessità come un paradosso assiomatico di non facile soluzione, ed il cambiamento in corso non rende vivibile o accettabile il processo sociale, nei grandi agglomerati urbani, non garantisce una sicurezza sociale, sfora in derive di clandestinità incontrollate, come incontrollate sono le varie forme di violenza che si susseguono da anni, a carattere terroristico, promosso da un radicalismo islamico insostenibile.

La crisi Israele- Palestina, rimarca la necessità sociale, con le varie emergenze di protesta estese con focolai anche nell’ambito universitario e non solo, denotano, che l’identità europea sta subendo delle sollecitazioni, geopolitiche, ma assolutamente non controvertibili derivanti da un passato non lontano, delineato da un’esplosione irregolare di flussi migratori di diversa natura, che comunque hanno promosso l’incipit di metamorfosi della statutaria Europa.

La storia di un continente, che ricorda passati sì di gloria, ma pur sempre battuti da flussi migratori e invasioni, che hanno reso possibile una crescita del continente, ma anche un subire e un’integrazione talvolta forzata di colture diverse, che loro malgrado si sono dovute amalgamare. Oggi, “il fenomeno immigrazione” diretto verso l’Europa, dopo decenni di snaturata politica, pone la necessità di politiche comuni, volte a programmare ingressi legali, implementando e favorendo l’integrazione degli immigrati, che si ritengano regolarmente soggiornanti, con l’intento di contrastare efficacemente l’immigrazione clandestina, riducendo la portata dei flussi, e lo sfruttamento criminale dei flussi stessi.

L’Europa, dunque, ha l’esigenza di sviluppare, con il neo partenariato frontaliero nel Mar Mediterraneo, ovvero con l’avanzato Piano Mattei sollecitato e voluto fortemente dal governo italiano, una fonte di sviluppo di una nuova cultura dell’immigrazione che oltre che sviluppare una moderna integrazione, sia improntata su autentici principi di rispetto delle culture integrate, ma anche di quelle integranti, ovvero ospitanti.

Si possa promuovere concretamente il diritto a non emigrare dai paesi di provenienza, poiché si garantisce loro un miglioramento dell’asset economico e di un equilibrio di bilancio finalizzato ad una crescita responsabile con forte sostegno comunitario.

La valorizzazione tra gli uomini, tra culture diverse, deve orbene, passare non solo da una forte e solidale integrazione di una società futura europea inter-etnica, che sia in grado di affrontare i rischi ma altresì le minacce del multiculturalismo moderno che l’Europa sta vivendo. Minacce disarmanti, omologanti ad un islamismo imperante ad un potere di giochi lobbistici che vuole, che vuole frantumare l’Europa e con essi la cultura degli europei. Non possiamo tornare alle guerre Puniche, l’evoluzione impone rispetto di chi del prossimo vuol creare una Nazione Europa.

Certamente la condivisone di una politica, afferente obbiettivi sociali possibili e sostenibili, resta innegabile, quanto è incontrovertibile la metamorfosi sociale della comunità europea che sta subendo senza esclusione di colpi. Vero è che le soluzioni, pongono quesiti, che molto hanno a che vedere, con sfide importanti, come la sicurezza del popolo europeo e la sua identità sociale, etnica, religiosa e politica.

Gli orientamenti geopolitici, assunti dall’Europa, finora non avevano un gradiente di condivisione comunitaria, molto alto, e nemmeno una visione comune, si spingevano su un falso orientamento di politica economica che prediligeva lo stato di confusione generale, in forza di risorse umane da asporto geografico per lavori sottopagati elusi dall’élite sociale della comunità sociale europea, in altre parole si sottaceva ad una migrazione di massa clandestina, foraggiata anche da speculatori filantropi innominabili, al fine di generare l’esigenza, nel mercato del lavoro di risorse umane a basso costo da integrare inclusivamente a piacimento.

Questa politica becera, sta cedendo il passo ad un’emigrazione corretta, sostegno di una visione anche planetaria, sviluppatasi in forza di crisi geopolitiche, al fine di disciplinare ed evitare ricadute conflittuali anche in Europa e di arginare ricadute sociali.

Ma il margine di sviluppo sociale, resta la variabile più decisiva, per un’equazione politica che sia, particolarmente funzione di una “identità sociale protetta”, e che getti lo sguardo sulla concezione e l’affermazione di “concetto di cittadinanza”, molto legato allo “spazio sociale europeo” esistente.

Ovvero, bisogna percepire la soluzione del problema immigrazione come ancora un problema, non risolto o risolto in parte, perché il “modello albanese”, proposto dal governo italiano, sia oggetto di assunzione adottiva da parte di tutte le frontiere europee, eliminando lo “spazio vuoto” di stazionamento europeo, in prossimità del territorio nazionale, con profili di cittadinanza non facilmente sostenibili a causa della clandestinità.

Questa soluzione, apparentemente impercorribile, consentirà di ridurre nell’area nazionale italiana, notevoli problemi di relazioni e di cittadinanza irregolare, ma al contempo, eliminerà i contrasti nascenti e le tensioni sociali, degli sbarchi clandestini, creando e sottraendo in “terra di nessuno”, come è stata l’isola di Pantelleria per lungo tempo, lo “spazio vuoto” che l’Europa e l’Italia, doveva creare per disciplinare il fenomeno che come un’alta marea inondava le coste del sud Italia.

Il fenomeno migratorio, nato come un progetto prevalentemente “d’asilo” oggi diviene una dinamica di massa snaturata dai molteplici eventi climatici catastrofici, dai molteplici eventi bellici o crisi  planetarie, che determinano anche profughi e clandestini comunque in una condizione di indigenza personale, umana, economica, politica, e di motivazioni anche religiose, ovvero di persecuzioni sociali che spingono ad affrontare la fuga dai propri paesi di origine, prevalentemente, verso l’Italia, la Francia, la Germania, la Spagna, il Portogallo, la Grecia, frontiere da proteggere ma ancor più da supportare e disciplinare per sbarchi clandestini, con forte minacce, dunque sia per il sud del Mediterraneo, e sia per l’Est d’Europa.

Ma la vera questione, rimane l’accoglienza, l’integrazione, la cittadinanza, che si possa conformare, disciplinare e non snaturare, rispettandosi reciprocamente, con una formula o un modello di partenariato, condiviso, tale da non inficiare l’identità del popolo europeo.

E quando parliamo di identità socialmente, parliamo di integrazione, che non sminuisca la diversità della nazione ospitante, che non renda complessa l’accoglienza, sebbene lo sia di base, ma che generi un circolo non vizioso e controproducente, ma un circolo virtuoso di coesione e di “tolleranza” reciproca.

Ormai bisogna evidenziare, che l’immigrazione, è divenuta una componente economica, che si inserisce nostro malgrado nei processi di globalizzazione, sovranazionali  e nazionali, una componente, che deve essere, rivalutata in termini economici, perché nella globalizzazione dei mercati, e delle economie di riferimento, influisce molto sulle scelte degli investimenti aziendali, e sulle localizzazioni produttive, e contribuisce molto nel sistema per esempio agroalimentare, a ben determinare una nuova risorsa di braccianti, che modificano le caratteristiche del mercato del lavoro, comunque in generale. Ma resta pur sempre una componente sociale, da disciplinare, da controllare, per evitare derive di sovrapposizioni di diritto, perché prevalga sempre la ragion di Stato, e l’entità dello Stato ospitante.

In Europa infatti, bisogna considerare un doppio mercato del lavoro, anche triplo se consideriamo anche quello sommerso e/o a nero, quindi, la nazione ospitante si snatura in una sorta di virtuosismo occupazionale, non sostenibile sempre, quando è determinata da flussi enormi. La manodopera a basso costo, spinge a criteri di illegalità notevoli, oltre che a mancanza di lavoro regolare.

Certamente l’Europa non deve e non può diventare una fortezza volta a proteggere e fronteggiare il fenomeno dal punto di vista delle frontiere più a rischio, ma al contempo non può snaturare la sua identità sociale, ma deve far fronte alla massa che spinge all’ingresso, con motivazioni le più disparate, persecuzioni di ogni genere e cercare di sviluppare una accoglienza senza pregiudizi ed efficace ed efficiente senza diseconomie o disfunzioni sociali.

Non è semplice, il Piano Mattei, resta il baluardo più concreto, ad un fenomeno simile, che sta riducendo e ridurrà il fenomeno in maniera esponenziale.

Siamo infatti difronte ad una destrutturazione, dell’immigrazione, ovvero se riusciamo concretamente, a non assorbirla, ma a monitorarla, là dove ha le sue origini, riducendo le incompatibilità con le popolazioni dei paesi europei, l’incomunicabilità, sradicando il fenomeno all’origine, riusciremmo a contenere anche le nostre differenze, le nostre culture che mal conciliano per una convivenza pacifica.

Tuttavia la complessità del fenomeno, sta generando un sotto fenomeno, implementando il terzo mercato, o nuovo mercato degli schiavi, determinato dallo sfruttamento degli immigrati stessi, che in condizioni di clandestinità accettano qualsivoglia lavoro, soccombendo in situazioni di abbandono e sfruttamento.

Certamente, ciò genera fenomeni delinquenziali, che le nostre forze dell’ordine non riescono ad arginare, ma genera anche stereotipi di pensiero e di opinione, riconducibili al razzismo e quant’altro, con margini di convivenza bassi, che degenera nella così detta guerra fra poveri.

L’inclusività può solo avere o generare un valore nella regolarità, non nella clandestinità, fino a quando consideriamo, il nostro prossimo un invasore, o uno straniero, avremo problemi di progresso sociale, e di modernità, non vedendo nel fratello, un’opportunità di crescita sociale, di scambio sociale, di libertà culturale, di accettazione delle diversità.

Il maggior punto, dunque resta “l’integrazione condivisa”, l’accettazione dell’altro, che ci farà rispettare la nostra identità storica nell’accogliere chi come noi vuole una Patria, avendo perso la propria.

Non possiamo credere, nella contaminazione etnica, dobbiamo superare questo limite ideologico, l’inclusione della cultura, parte dalla cittadinanza, se molto si fa in tal senso avremo minori ostacoli da rimuovere, in uno Stato nazionale laico, molto si può fare nel rispetto delle individualità, del diritto, nel rispetto di chi ama l’Europa, e vuole renderla una Nazione inclusiva, una unione di Patrie consapevoli del cambiamento, orientate insieme con politiche lungimiranti, ad allungare il punto di visione e guardare oltre l’orizzonte, e accorgersi che la globalizzazione sta superando l’europeizzazione, e che il mondo non può snaturare o frenare le dinamiche migratorie ma proteggerle, da una clandestinità pericolosa, minacciosa di sfruttamento antieconomico.

La comunità europea senza considerazioni ideologiche, non può chiudersi, ma può intelligentemente proteggere la propria integrità materiale, spirituale e anche laica, cercando di non fronteggiare il flussi ma di svilupparli armonicamente, con una protezione a monte e una accoglienza a valle, cercando di implementare una educazione europea alla convivenza civile, senza una integrazione standard, omologante, senza eludere “il paradosso della comprensione”, di Popper, o “paradosso della tolleranza”, qual dir si voglia: “ se non siamo disposti a difendere una società tollerante contro gli attacchi degli intolleranti, allora i tolleranti saranno distrutti, e la tolleranza con essi- per questo dovremmo proclamare in nome della tolleranza, il diritto a non tollerare gli intolleranti”.

Il rispetto delle diversità è il fondamento di base della Nazione Europa, l’identità il principio ispiratore, che va tutela nella sua integrità, includendo la possibilità che l’Europa sia il crocevia delle culture del Mediterraneo, un continente dal cuore antico culla dei valori di chi la riconosce come sua Patria e Nazione.  

Autore

Economista, Bio-economista, web master di eu-bioeconomia, ricercatrice Unicas, autrice e ideatrice di numerosi lavori scientifici in ambito internazionale. Esperta di marketing. Saggista, studiosa di geopolitica e di sociopolitica. È autrice dei saggi “Il paradosso della Monarchia” e di “Europa Nazione”. Ha in preparazione altri due saggi sull’identità e sulla politica europee.