• 10 Maggio 2026
Editoriale

Anche con la Nato, Trump rifugge da una decisione netta e definitiva, e si pone nel tentativo di rimodularla dopo i mancati aiuti chiesti con l’attacco iraniano, tuttavia l’alleanza Atlantica rischia semplicemente un monito di Rutte senza un ritiro totale degli Usa, forse un sistema trumpiano elaborato per non passare dal Congresso che lo aspetta ad una termopoli senza ritorno.

Infatti, spartanamente la tregua con l’Iran sa di resa incondizionata, o di accordo improbabile sebbene i presupposti di Regime Change, restano non raggiunti, e l’islamizzazione continua un genocidio popolare senza tregua, con impiccagioni continue per chi si ribella o non si fa scudo umano, in una guerra non di logoramento come quella Ucraina, ma tattica e fatta di sorprese. E la tensione con gli alleati atlantici resta un limite Nato di stile trumpiano, innescato già con la richiesta pretenziosa di occupare la Groenlandia, che eccepì stranamente la compattezza di tutti gli alleati.

Le minacce ormai incominciano ad avere il sapore di un déjà vu, e ridurre la presenza americana nei Paesi Nato, significherebbe un ritiro non strategico ma un’altra resa incondizionata dell’America di Trump che prima di infierire non pensa alle conseguenze logistiche nel Mediterraneo, perché pochi paesi hanno apprezzato, senza valutare le crisi derivatene, la scelta di attaccare Teheran, in solitaria senza preavviso atlantico, con l’Israele.

Dunque anche questo non abbandono della Nato in sintesi mostra un tycoon non più ruggente, che digrigna  e infuria ad ogni mancanza Nato, certamente una eventuale non approvazione del congresso non deporrebbe sulla sua ormai compromessa credibilità globale, una visualizzazione di una mancata maggioranza interna, non consentirebbe a Trump di procedere spedito nel sostegno israeliano, e significherebbe  un ritiro delle basi militari anche nella tanto agognata Groenlandia postazione strategica contrapposta alla Cina.

Dunque, siamo ad un punto di non ritorno, e Trump, benché non se ne parla né è consapevole, il petrodollaro vacilla sotto la scure dello Yuan, e presentarsi il 15 maggio in Cina al cospetto di XI Jinping indebolito, anche dalla crisi Nato non è porre le basi per una contrattazione bilaterale vincente.

Ma il peso e due misure adottato dalla Nato per l’Ucraina, non componente dell’alleanza, e l’inversione di marcia sull’Iran, defluisce in un sistema atlantico anch’esso ambiguo e fragile depositario di una convenienza logistica ormai obsoleta. E recuperare forza non è più delegata agli armamenti ma ad una volontà indomabile che non vi è più, minata e allo sbando, non ricomponibile per il futuro. Infatti, mentre i Paesi progressisti insistono in un allontanamento virtuale e decidono autonomamente, quelli sovranisti e conservatori tentano una ricomposizione più concreta per mediare su un fronte di rilancio europeo.

La quasi emergenza europea slitta verso una parentesi logistica e programmatica dove si deve accogliere che la crisi iraniana come quella ucraina è una condizione stabile non una semplice guerra lampo, mentre la consapevolezza passa sul piano dell’accettazione, il Medio Oriente crea una crisi energetica, tecnologica, un dominio conflittuale, che deporrà la supremazia delle democrazie europee e asiatiche, infatti , la sicurezza si trasforma in resilienza e la capacità di supportare una crisi che assume i toni della permanenza ad oltranza. Islamabad non è determinante ma forse conclusiva nel lungo termine per un accordo antiglobalizzazione e dunque antieuropeo.

Nessuno avrebbe mai preventivamente diagnosticato che la guerra dopo un secolo di pacificazione, sebbene apparente, sarebbe ritornata ad imperare, e divenire una condizione strutturale del sistema globale, la stessa globalizzazione sembrava spazzare ogni ipotesi di ciò, schivando una commercializzazione osmotica dei Paesi di tutti i continenti. Un’ovvietà troppo ovvia, che ci sottrae da una nuova realtà pacifica. Il conflitto, dall’Ucraina al Medio Oriente, assume i toni di una dimensione esterna fortemente integrata, interconnessa, sistemica in larga parte, dunque non destinata ad esaurirsi nel breve. Troppe variabili confluiscono in un equazione bellica, variabili energetiche, che colgono impreparati gli europei, e gli stessi asiatici, finanziarie, speculative ridimensionando il petrodollaro a valuta semplicemente americana, senza dimenticare la geopolitica figlia della geoeconomia, ed infine la necessità di sovvertire regimi teocratici islamici, fulcro di una socio politica ai margini della sofferenza collettiva, e in tutto ciò si rischia di confondere l’ideologia tradendo la propria come fa la sinistra italiana, o quella europea che elude una un’azione pragmatica bellica che possa però diplomaticamente ristabilire gli equilibri globali, non sedendosi al tavolo delle trattative.    

Con lo Stretto di Hormuz l’Occidente ha riscoperto la vulnerabilità energetica, fonte di austerity, capace di produrre effetti collaterali, quali l’inflazione, la diminuzione della crescita generando pressione sociale e instabilità speculativa globale. Inoltre, all’aumento dei prezzi, seguita l’instabilità e la volatilità dei mercati finanziari, opponendo ancora pressione sulle economie democratiche, senza non notare come sia possibile che l’oro acquisisca valore contemporaneamente al dollaro, moneta valoriale di scambio internazionale, nella regola devono avere delle biforcazioni differenti perché l’oro resta ed è un bene rifugio, sebbene non duraturo ma temporaneo in una crisi simile.

 Gli esperti si indispongono e predicono il peggio, mentre l’Europa ignara della tempesta globale si intestardisce sulla stabilità di bilancio , senza  porgere interesse alla instabilità globale, una percezione di incoerenza e ignoranza economica precostituita o reietta dalla competizione bellica in corso, dove, ella sembra astenersi pur facendone parte, infatti non basta disubbidire ai diktat di  Trump e relazionare con Rutte per sfilarsi dalla crisi iraniana, in quanto essa ha travolto tutti e integrato ogni aspetto globale energetico.  Non basta vincere le elezioni in Ungheria per invocare più Europa.

Siamo anche difronte ad una crisi della fiducia globale, e della credibilità delle leadership di potere, che naufragano, in decisioni, di poco conto sminuendo la realtà dei fatti in corso, sminuendo così l’Occidente da potenza strategica a potenza dominata da una vulnerabilità energetica mai compromessa come oggi.

Perché il dominio si è spostato verso la Cina, oltre il Pacifico, dove il sistema ha una visione integrata delle logiche economiche, dove sa combinare preventivamente le capacità tecnologiche, con quelle militari, e la sostenibilità commerciale, con il dominio cognitivo energetico diversificando non solo nell’ambito delle rinnovabili, ma anche nell’uso appropriato delle terre rare, del carbone, del nucleare, dell’Idrogeno e così via, in un’economia circolare senza sprechi.

Se l’Europa non sarà in grado di dismettere tutti di dibattiti, a vantaggio di una capacità integrata di sicurezza soccomberà non solo in una guerra di resistenza energetica ma anche bellica di lunga durata, soccomberà ad una competizione permanete in una strategica commercializzazione globale.

Senza dimenticare che l’Occidente europeo sta divenendo incoerente, sostiene l’Ucraina ma non interviene in Iran per principio, dimenticando i doveri imprescindibili dell’alleanza Nato, sfuggendo ormai in maniera irriguardosa, ad una propria capacità di autonomia, di decisione, e di libertà di azione, che ha la sua ingerenza formulando la sua parte di azione attiva.

Spesso si afferma che il tempo ci darà ragione ma per l’Occidente il tempo non è una variabile infinita, ormai siamo travolti da una contemporaneità di guerra, e non possiamo sopravvivere a rimorchio, oggi e domani pure delle super potenze, la Cina avrà la meglio, mentre l’Europa cerca di capire se entrare nel sistema o arginarlo, essendone travolta. L’Europa deve assumere il ruolo di attore autonomo e di stabilizzatore di se stesso, e a livello globale, al fine di  non vivere nel caos della comunicazione politica, dobbiamo implementare le nostre risorse energetiche con alleanze nuove e vecchie, e spezzare l’asse di chi vuol far procrastinare la guerra nel tempo al fine di usarla come strumento di permanenza al potere, sia esso Trump o Netanyahu, uomini di potere da propositi che si sono e si stanno rilevando inconcludenti, la gestione di un conflitto come quello iraniano con logiche di breve periodo sta determinando un effetto domino e un escalation globale, senza ritorno, infatti, questi non hanno un piano B, ma solo un piano di permanenza di potere e sopravvivenza finanziaria.              

Autore

Economista, Bio-economista, web master di eu-bioeconomia, ricercatrice Unicas, autrice e ideatrice di numerosi lavori scientifici in ambito internazionale. Esperta di marketing. Saggista, studiosa di geopolitica e di sociopolitica. È autrice dei saggi “Il paradosso della Monarchia” e di “Europa Nazione”, con prefazione curata da Gennaro Malgieri e autrice del libro di poesie "Un giardino d'estate".