Bisogna ritrovare il senso di una civiltà che ponga l’Umanesimo al centro della visione esistenziale. Quale Europa in una cultura dell’Umanesimo? C’è una realtà geografica che si muove in un’idea di geopolitica delle conoscenze e dei confronti.
Le epoche ci hanno proposto, nel tempo della storia, diverse Europe. Sino al 1860, in Italia, l’Europa aveva una sua dimensione sia storica sia letteraria, definita in quella linea marcante che faceva del Regno di Napoli un confine e, insieme, un ponte. L’Europa che abbiamo conosciuto come mondo occidentale, dal Regno di Napoli in poi, diventava non il Sud dell’Europa, ma la straordinaria convergenza di due Mediterranei.
Quello che legava Napoli alla Sicilia, con il Regno delle Due Sicilie e poi con il Regno di Napoli, articolato e proiettato sino ai territori dello Stato Pontificio. E quello della fascia mediterranea che univa le coste dell’Africa del Nord con un’Italia considerata, per molti aspetti, anche araba.
C’è un problema di fondo che si è sempre manifestato all’interno dell’Europa: non aver mai compreso, in termini culturali, il mondo mediterraneo. L’Europa non può essere letta nella frattura tra la caduta dell’Impero Romano e il mondo degli Orienti, considerando che proprio l’Impero Romano inglobava e metteva in dialogo le culture dell’Oriente e dell’Occidente.
Ancora oggi permane una cesura tra l’Europa occidentalizzata, l’Adriatico e i Mediterranei. Ma anche l’Adriatico, pur appartenendo a questa geografia del Mediterraneo, presenta una propria complessità. L’Albania, ad esempio, è occidentale per alcuni aspetti culturali, ma resta profondamente adriatica, attraversata dall’eredità ottomana e musulmana e dalle stratificazioni lasciate dal socialismo reale.
Così i Mediterranei si rivelano un mosaico di civiltà eterogenee. Nella medesima categoria storica non possono essere racchiusi il Marocco, l’Algeria, la Striscia di Gaza, la Grecia e Malta.
L’Umanesimo possiede una tradizione che affonda le proprie radici nella Mesopotamia, così come vive nelle pagine del Corano e nei valori spirituali che dialogano con il Nuovo Testamento.
Lo stesso vale per il mondo della Via della Seta. Persino il saluto orientale del Namasté custodisce una profonda coscienza umanistica. Dante, che troppo spesso leggiamo senza comprenderlo fino in fondo, è il poeta della sintesi delle civiltà. Una certa interpretazione cattolica, irrigidita nell’intolleranza, ha finito per limitarne la portata.
Dante non è semplicemente l’interprete dell’Occidente. È certamente l’erede della tradizione omerica e virgiliana, ma è anche il punto di incontro con quel mondo orientale la cui eredità islamica appartiene, a pieno titolo, alla storia culturale dell’Occidente.
Se si vuole comprendere davvero l’Europa in un tempo di sradicamento del pensiero, come ricordava Benedetto XVI, occorre ricondurre il processo storico europeo non soltanto alla comprensione degli Occidenti, ma alla pluralità delle sue radici.
L’Umanesimo consiste soprattutto nel sostituire il concetto di individuo con quello di persona. Le ombre e le intuizioni di Giordano Bruno abitano quella luce che Maria Zambrano ha saputo definire nel linguaggio dell’anima e della metafisica. È riduttivo, e persino superficiale, confinare l’Umanesimo nella sola cultura occidentale.
Giovanni Pascoli, profondamente radicato nella storia dell’Occidente, ha costruito il proprio viaggio esistenziale intrecciando Omero con il buddhismo che affiora nella poetica del Fanciullino, sino ad avvertire il bisogno di dialogare con la Libia.
Se Omero non è mai stato superato, neppure Seneca è stato esiliato dalla nostra coscienza culturale. E se Agostino porta il suo Mediterraneo nel cuore dell’Occidente, allora bisogna ripensare l’idea stessa di un’Europa unita. La cultura dell’Umanesimo ha senso soltanto se le diverse Europe si incontrano e se i Mediterranei vengono riconosciuti come dimensioni inclusive. È anche per questo che Dante è stato spesso mal compreso e mal proposto.
Uno dei cardini dell’Umanesimo resta san Paolo. Ciò che unisce è il viaggio; ciò che divide è la fuga. L’Umanesimo si caratterizza per la capacità di raccogliere le istanze di una civiltà che recupera il radicamento. Le distanze, invece, generano sradicamento.
L’Europa, in una cultura dell’Umanesimo, non può essere una civiltà della supremazia, ma della comprensione. Le civiltà vivono nelle fratture e negli incontri dei popoli, e i popoli si definiscono attraverso la loro tradizione. Esistono identità etniche, modelli antropologici, lingue e linguaggi: ignorarli significa impoverire la storia.
Bisogna ricostruire un modello di Umanesimo, partendo dalla consapevolezza che nulla è realmente relativo, ma tutto trova senso dentro l’essere. È una dichiarazione che ha anche una dimensione religiosa. Da Dante a Vico, da Niccolò Tommaseo al D’Annunzio dell’estetica dell’Umanesimo, questa tradizione è profondamente radicata nella classicità e nella ricerca del senso.
Il mondo arabo conosce forme di Umanesimo nel dialogo con il Dio dell’assoluto. La cultura tibetana trova il proprio Umanesimo nell’elevazione dell’Illuminazione. Il mondo occidentale lo esprime nel suo cristocentrismo. Sono percorsi differenti che condividono una comune dichiarazione di fedeltà: a Dio e alla persona.
L’incontro non può fondarsi sull’uguaglianza dei mercati o sulle logiche economiche. Deve invece porre al centro il cuore, l’anima, il senso e l’orizzonte, attraversando quel luogo in cui la ragione incontra la fede e la fede illumina la ragione. Per questo è necessario superare tanto lo scetticismo quanto ogni forma di neoilluminismo.
L’Umanesimo è l’essenza dell’anima di Marsilio Ficino. Quando una civiltà dimentica le proprie radici, perde anche appartenenze, identità ed eredità. L’Umanesimo ha il compito di recuperare quei punti fermi della tradizione che uniscono l’Occidente e l’Oriente.
Noi non siamo individui alla ricerca di un eros smarrito. Siamo persone che cercano di non perdersi, che viaggiano per ritrovarsi, ascoltando le origini e il futuro delle stelle.
Se Dante resta un punto fermo nella sua filosofia dell’incontro tra le civiltà, oltre la Commedia, il tempo dei Mediterranei continua a essere il tempo degli incontri. Al di là della storia esistono i destini delle civiltà, e ogni civiltà sepolta non restituisce soltanto macerie: scava nella memoria.
Restituire alle memorie non il semplice ricordo, ma l’orizzonte di una nostalgia che vive nello scavo dell’Umanesimo: è questa la sfida.
Se c’è un’Europa capace di superare le macerie della storia, è quella dell’Umanesimo dell’incontro. Non si tratta di costruire una semplice condivisione, ma una civiltà inclusiva nel cuore del mondo. Senza rinunciare alle distinzioni, ma trasformandole in dialogo, perché soltanto oltre l’Occidente può nascere davvero l’Europa dell’incontro.
