• 10 Maggio 2026
Editoriale

Questa Europa è il costrutto di una fondazione basata sulle banche e non sul pensiero o sul valore di una pluralità di nazioni, portatrici di culture diverse, perché stiamo dimenticando chi siamo e  chi siamo stati, poeti, scrittori, filosofi, ineguagliabili, portatori di idee in divenire, un insieme complesso di pensatori che secolo dopo secolo ha gettato le fondamenta per un Europa non solo mercato, non solo politica ed economica, ma anche umana, sociale, una comunità di popoli che si possa rivedere e riconoscersi senza sprechi di polemiche, divisioni, contrasti, un Europa unica, unita e mai smembrata dalle guerre o dai diktat burocratici  di pochi.

Quindi possiamo oggi sognare o ricostruire una fondazione europea politica ai vertici senza tener conto della nostra cultura? Assolutamente impossibile perché organizzare la politica è compito del potere, mentre organizzare una nuova Europa è compito della cultura. Molte filosofie hanno posto le basi per un pensiero politico che ha influenzato il  tempo europeo, come ad esempio quella hegeliana, rimescolando la lotta tra servi e padroni, tra istituzioni e potere, tra nazioni e nazioni, un eredità incontrovertibile, che ha reso possibile accostamenti a Alessandre Kojeve, filosofo francese di origini russe, considerato uno dei maggiori interpreti della lezione hegeliana, sviluppando volutamente alcuni punti cardini, nella “Fenomenologia”, per esempio la dialettica servo/padrone, e portando ancora oggi a riflettere come questa sia lo spirito di una buona parte, della dinamica di successo esclusiva di alcuni intellettuali e politici moderni, che hanno inteso riformulare la loro leadership a discapito della loro supremazia di potere, finalizzata a creare un Europa, libera e scevra da contradizioni di fondo.

Il vantaggio di essere liberi dispone verso una leadership politica fortemente pragmatica e sostanzialmente inversa al padrone, non più schiava di sotterfugi omologati d’alto, così come “Dio la creò” inneggiò e compose Mameli, nell’Inno d’Italia, dedicato a Vittorio Emanule II, Re d’Italia, ma anche al popolo sovrano che ha superato i tempi e i governi, inglobando l’essenza di Patria che non solo l’Italia ma ogni nazione europea dovrebbe riconoscere, per giungere ad una sovra nazione libera e nuova.

Alessandre Kojeve, grande pensatore, puntava al riconoscimento del valore della cultura come elemento di riformulazione del potere, politico e come via di guida evidenziava che le ideologie devono porsi contro le ideologie, al fine di far emergere il miglioramento delle idee, ma l’ideologia pura oggi definisce una deriva insormontabile, verso un’Europa solo visibilmente contraddittoria.

Perché l’Unione Europea nasce dalle fondamenta del Secondo conflitto mondiale per impedire un’altra guerra, carbone e acciaio prima, mercato comune dopo e oggi moneta unica, ma inevitabilmente subordinata alle banche, ad un sistema ordoliberale, schiavo della finanza, quella del terzo paradigma, senza via di uscita e senza tener conto della comunità che pur facendone uso subisce il potere dei padroni, non comprendendone né il fine e né il mezzo.

In altre parole l’Europa dei popoli, l’Europa di Schuman, o l’Europa delle Patrie di De Gaulle,  nasce da un mito condiviso, nasce da una comunità, da una pluralità di nazioni, che agli albori ebbero come iniziatori, Omero, Dante, Cervantes, grandi poeti, e altri grandi filosofi come Goethe, Hegel che seppero guidarne il pensiero e indirizzarlo verso il sublime riconoscimento delle idee e del loro rispetto, non nasce solo da Bruxelles, o dal semplice manifesto di Ventotene,  o da una negazione del sistema, da uno spirito di politiche che già da Mazzini intrisero il passo verso un’idea unica, di Nazione e Patria, ricca di volontà anche monarchiche, che resero possibile il crescere non solo di un’espressione geografica ma di un’espressione prima poetica  e filosofica e poi politica ed economica incline al servizio della comunità e al suo benessere. Poeti impegnati e attenti alla vita sociale, filosofi che hanno teso il loro pensiero verso l’unità civile.

Seamus Heaney, poeta irlandese, dice: non sperare da questa parte della tomba. Per cui l’attesa moderna della giustizia deve elevarsi, perché una civiltà può nascere dal tragico della storia ma poi deve rifondare le sue idee, deve emergere, e deve agire per creare una nuova Europa, una nuova civiltà di popoli, fondando il tutto su un forte senso della giustizia.

Dunque, si deve trovare il senso della misura, il senso del diritto, il senso della giustizia, del benessere dei popoli, attraverso una leadership innovata, consapevole, che sappia con il pragmatismo conservare la storia, la poesia della vita, il pensiero filosofico, di un tempo in cui si guardava ad un Europa ancora là da venire, con un’idea rinnovata.

Consapevoli che oggi, nulla è perduto di un passato glorioso, maestro di un avvenire libero, che si riconosca, sì nella politica e nell’economia, ma non senza il collante della cultura, altrimenti diviene astrazione simbolica, come lo è il mercato comune, l’euro, un esercito comune, e forse una lingua comune, e uno Stato unico, perché il cambiamento che ripristina e conserva il tutto non può nascere solo da una scelta oggettiva sovranazionale, commissariata e commissionata, ad un manipolo di consulenti.

Lo stesso Alessandre Kojeve immaginava uno Stato omogeneo, libero da contrasti, non una semplice cooperazione dove l’euro spersonalizzato e senza identità, si pone come una valuta, oggi anche digitale, l’Europa nuova può nascere da nuovi leaders o da un una leadership che faccia della cultura europea la poesia di un Europa avanzata non solo pura amministrazione. L’Europa politica, senza cultura, non è Europa e senza una cultura conservatrice di sé stessa, riformista nel suo genere resta un edificio senza fondamenta, un’ipotesi astratta che fonda il suo cammino con uno sguardo al futuro senza avvalersi del peso rilevante del pensiero del passato e della poesia del presente. Un Europa che governa senza un immaginario, non è, perché prima di essere stata un mercato comune, oggi anche un mercato finanziario nel mondo globale, l’Europa è stata un’idea, e se l’Europa vuole sopravvivere, deve tornare ad essere una civiltà non solo un regolamento burocratico, di leggi precostituite e poco attente alle esigenze dei popoli.

La presidente della Commissione europea annuncia la roadmap della futura Europa, ovvero l’Europa della competitività economica e finanziaria, per completare il mercato unico, una tabella di marcia, uno scadenziario sterile escogitato per verticalizzare il ritmo delle riforme di mercato, con scadenze serrate, che sono ben lungi da una sovranità comunitaria, resta la necessità di una leadership, dopo aver indicato le ventisette economicità competitive da porre in campo.

Il 2026 è stato dichiarato l’anno della competitività, e con l’abbattimento delle barriere commerciali, il nuovo mercato consentirà all’Europa e alle imprese europee di operare registrandosi on line come se si trovassero in un solo Paese, in una sola Nazione, pur non essendoci un solo Stato, con l’integrazione dei mercati di capitali si cerca di ovviare ai dazi trumpiani e all’esportazione dei capitali cinesi, e si cerca anche di trasformare i risparmi degli europei in investimenti, un integrazione non da poco con risvolti epocali, un escalation rafforzata della cooperazione, volta ad uno scambio di merci e servizi del 110%.  Tutto ciò è spersonalizzato e spersonalizzante e mostra la decadenza di un impero, quello europeo un tempo foriero di grande cultura vitale, dove ogni riforma nasceva dal basso e dai popoli, tra poeti e pensatori, simulatori di verità e portatori di identità.  

“La caducità dei leaders” dice Aldo Cazzullo, presenta una fragilità delle democrazie moderne europee, e la mancanza di una vera destra europea, dopo l’aver bruciato i conservatori europei un premier dietro l’altro, espone l’Europa, a decisioni economiche azzardate, verso un futuro incerto, non basta la competitività, senza una cultura radicata in una politica di visione, che modelli le nazioni europee in maniera omogenea.

Oggi non si vedono all’orizzonte uomini della storia, che della storia ne fanno una bandiera per procedere con visione, ma uomini e donne per lo più schiavi di un sistema molto più potente della loro audacia, abbiamo necessità di rigorosità, di affidabilità, abbiamo un disparato bisogno di una leadership sganciata dall’asset mondiale che della globalizzazione conosca i meccanismi e ne faccia un buon uso nell’ambito europeo, senza spoetizzare la realtà.

Ma senza una riforma della governance pubblica, probabilmente il salto federale non ci sarà mai e sono in molti a pensare che l’Unione europea rischia di restare incompiuta, irrisolta, senza un anima  e tenderà anche a marginalizzare tutte le sovranità messe in campo, alimentare, digitale e monetaria, perché vi è necessità di un ‘Europa più forte, ma anche più filosofica, poetica,  per resistere alla globalizzazione e al totalitarismo atlantico e all’islamizzazione diffusa.                                                 

Autore

Economista, Bio-economista, web master di eu-bioeconomia, ricercatrice Unicas, autrice e ideatrice di numerosi lavori scientifici in ambito internazionale. Esperta di marketing. Saggista, studiosa di geopolitica e di sociopolitica. È autrice dei saggi “Il paradosso della Monarchia” e di “Europa Nazione”, con prefazione curata da Gennaro Malgieri e autrice del libro di poesie "Un giardino d'estate".