• 10 Maggio 2026
Editoriale

Se si va a rileggere il 58° Rapporto del Censis sulla situazione sociale del Paese si vedrà che il nostro è un paese con un ceto medio in ritirata, avendo visto un calo del suo reddito del 7% in 20 anni, con un “imbuto” della ricchezza intra generazionale e con una drammatica situazione dell’istruzione…

“All’erosione dei percorsi di ascesa economica e sociale del ceto medio si sta accompagnando la messa in discussione dei grandi valori unificanti del passato modello di sviluppo (il valore irrinunciabile della democrazia e della partecipazione)”.

In questo quadro l’accrescimento del benessere si è bloccato tra il 2003 ed il 2023; il reddito disponibile lordo pro-capite si è ridotto in termini reali del 7%. Nell’ultimo decennio anche la ricchezza netta pro-capite, come somma delle attività reali e finanziarie, è diminuita del 5,5%. Per questo l’85,5% degli italiani ormai è convinto che sia molto difficile salire nella scala sociale.

Fortunatamente Giorgia Meloni fin da questa estate, spiazzando e precedendo tutte le opposizioni (PD e 5 Stelle) aveva promesso agli “Stati Generali dei Commercialisti 2025”,che si erano tenuti alla Nuvola di Fuksas, a Roma, senza mezzi termini che: bisognava “Tagliare le tasse in modo equo e sostenibile”… “il nostro lavoro non è finito: intendiamo fare di più e concentrarci oggi sul ceto medio, che è la struttura portante del sistema produttivo italiano e spesso è quello che avverte di più il peso del carico tributario”. Queste parole furono accolte da una standing ovation della platea perché la pressione fiscale di fatto grava interamente sul ceto medio, cioè sulla piccola e media borghesia che non ce la fa più a tirare a campare.

La richiesta di tutelare di più e meglio il ceto medio era da tempo venuta da più parti perché – ad esempio – dai dati sulle dichiarazioni Irpef 2024 sull’anno di imposta 2023 era emerso che quasi 12 milioni di cittadini non versano l’Irpef, tra contribuenti con imposta pari a zero (oltre 9 milioni) o interamente compensata da detrazioni e deduzioni. Il 78% dei contribuenti ha redditi fino a 35 mila euro e versa il 36% dell’imposta netta totale. Il 22%, con redditi dai 35 mila euro, paga il restante 64%: il 30% è nella classe 35-70 mila euro. Nel complesso il 15% dei contribuenti appartenenti a questo ceto sociale contribuisce al gettito dell’Irpef per il 60% a fronte di servizi offerti sempre meno efficienti se non inesistenti (solo il 18% degli italiani ritiene sufficiente il welfare pubblico) e con un aumento continuo e consistente della spesa privata per sanità e scuola.

Negli ultimi anni vi è stata una vera e propria “erosione” delle possibilità del ceto medio, infatti secondo la ricerca Iref Acli sui dati dei Caf delle ultime dichiarazioni dei redditi, il ceto medio si sta sgretolando. I dati dimostrano con chiarezza che in Italia è molto più facile impoverirsi che arricchirsi, anche se si lavora. Se da una parte il 10% delle famiglie del panel preso in esame è passata dal ceto medio all’inferiore, dall’altra, viceversa, solo lo 0,8% è riuscito a salire da quello medio al superiore. Questo declino verso la povertà, dopo la pandemia, ha riguardato oltre 55 mila famiglie solo tra quelle prese in esame. Un altro 2% (10.992 nuclei) ha subito un declassamento dal ceto superiore a quello medio. In poche parole, una famiglia su otto negli ultimi quattro anni ha fatto esperienza di una compressione del reddito disponibile. La crisi non solo ha eroso i redditi, ma ha anche allargato la forbice tra le aree del Paese e tra le fasce sociali, hanno spiegato le Acli.

In pratica la classe media è troppo “ricca” per avere aiuti dallo Stato e troppo povera per poterseli assicurare.

Ma come si è arrivati a questa situazione? Molte sono le cause, ne cito solo qualcuna tra le più recenti, che hanno inciso in maniera drastica sui redditi disponibili del ceto medio. La prima: le varie sentenze della Corte Costituzionale che nel giro di 11 anni hanno bloccato reiteratamente il meccanismo di rivalutazione delle pensioni di importo oltre 4 volte il minimo (cioè oltre 1.500 euro mensili che sarebbero le cosiddette pensioni d’oro !!). Uno studio della UIL Pensionati ha confermato che nel giro di dieci anni i pensionati hanno perso 10 mila euro a causa proprio del blocco della rivalutazione sancito dalla suddetta sentenza.

Ricorda il bravo Alberto Brambilla che la Corte Costituzionale si è espressa con la sentenza n. 19 del 2025 dichiarando legittimo il meccanismo di raffreddamento della rivalutazione per fasce di reddito, previsto dalla Legge di Bilancio 2023 “…” Esattamente come aveva fatto con la sentenza n. 234 del 9/11/2020 concernente il prelievo sulle pensioni più alte e la mancata indicizzazione promossa dal governo Conte-Salvini (per pagare il reddito di cittadinanza e Quota 100 che costarono una enormità), e come già accaduto con la sentenza n. 116 del 2013 sulla legittimità costituzionale dell’art. 1, commi 483, 486, 487 e 590 della Legge di Stabilità n.147 del 27/12/2013 che prevedeva, per il triennio 2014-2016, un contributo di solidarietà» del 6% sugli importi lordi annui da 14 a 20 volte il trattamento minimo INPS annuo (TM), del 12% da 20 a 30 e del  18% sugli importi superiori a 30 volte il TM (poco meno di 50mila poveri vecchietti). Si è aggiunto il 21/10 scorso, proprio recentemente, la sentenza nr. 167, che considerando “ricco” chi percepisce una pensione di poco superiore a 2.000 euro lordi, ha confermato la legittimità della misura di “raffreddamento” della perequazione, introdotta con la legge di Bilancio 2023 per i trattamenti pensionistici superiori a quattro volte il minimo Inps (2.400 euro lordi al mese, circa 1.800 euro netti). Infatti “non introduce un prelievo di natura tributaria”… “né viola l’eguaglianza tributaria, di ragionevolezza e temporaneità, complessivamente presidiati dagli articoli 3 e 53 della Costituzione”.

Eppure la fascia di popolazione a cui apporta qualche beneficio questa legge di bilancio è quella su cui grava il maggior peso fiscale. Si tratta del ristretto 27,41% di contribuenti con redditi dai 29mila euro in su, i quali da soli corrispondono il 76,87% di tutta l’IRPEF. Viceversa, una grande parte di italiani paga così poche imposte (o non ne paga affatto) da risultare nei fatti totalmente a carico della collettività:basti ad esempio pensare che il 72,59% dei contribuenti con redditi fino a 29mila euro non arriva a corrispondere da solo neppure un quarto dell’intera Imposta sui Redditi delle Persone Fisiche, fermandosi al 23,13%. Dall’ultimo Osservatorio Itinerari Previdenziali sulle dichiarazioni dei redditi ai fini IRPEF emergono alcune “scomode verità”: il 72,59% degli italiani dichiara redditi fino a 29mila euro, corrispondendo solo il 23,13%, un’imposta neppure sufficiente a coprire le prime tre funzioni di welfare (sanità, assistenza sociale e istruzione).

Inoltre – solo per fare un altro esempio – altre penalizzazioni derivano dalla riforma fiscale del 2023, che ha introdotto una franchigia di 260 euro sull’importo complessivo delle detrazioni spettanti per gli oneri detraibili al 19%.

Il provvedimento, di fatto annulla il beneficio netto per chi ha visto una riduzione dell’aliquota Irpef, grazie all’accorpamento dei primi due scaglioni. In altre parole, il vantaggio fiscale ricevuto mensilmente viene compensato in sede di dichiarazione con un minor rimborso in fase di conguaglio pari, appunto, a 260 euro. Per giunta a partire dalla prossima dichiarazione (quella cioè relativa ai redditi del 2025), la stretta sarà ancora più incisiva: oltre alla riduzione forfettaria da 260 euro già in vigore, scatterà anche una nuova penalizzazione per i redditi che superano i 75 mila euro lordi annui. Ciò significa che chi sostiene costi per l’istruzione dei figli, per il trasporto pubblico o per altri servizi detraibili, vedrà ulteriormente ridotto l’ammontare del rimborso Irpef, neutralizzando così l’effetto della riduzione delle aliquote.

Per concludere, mi sembra importante ricordare che da sempre i governi di centro-destra a differenza di quelli di centro-sinistra hanno cercato di tutelare il ceto medio; infatti: le mancate rivalutazioni iniziano con il governo Prodi che, nel 1997, azzera fino alla fine della legislatura (governi D’Alema e Amato) l’adeguamento delle pensioni di importo superiore a 5 volte il minimo. Si ritorna alla normalità nel periodo 2001/2006 (governi Berlusconi) ma già nel 2008 la rivalutazione delle pensioni sopra 8 volte il trattamento minimo viene azzerata, ancora dal governo Prodi; con il governo Berlusconi e fino al 2011 i pensionati ricevono la loro regolare rivalutazione sulla base della legge 388/2000 (100% per importi fino a 4 volte il TM; 90% da 4 a 5 volte il TM e 75% oltre), poi con i successivi governi Monti, Letta, Renzi, Gentiloni, Conte 1 e Conte 2 arrivano pesanti penalizzazioni.

Da questa storia si rileva chiaramente quali siano le forze politiche che abbiano sempre cercato di tutelare il ceto medio e quali no. Per questo giustamente Giorgia Meloni ha dichiarato che vuole continuare su questa strada, facendo presente alle opposizioni, che sostengono che siano stati privilegiati “i ricchi”, che il giudizio va dato su tutte le leggi di bilancio varate dal governo di destra – centro le prime delle quali si sono concentrate “su quella che era una priorità oggettiva che era mettere in sicurezza i redditi che non potevano farcela”, e che “sicuramente ora andava dato un segnale al ceto medio che non è stato dato finora per la scarsità delle risorse”.

Proprio per questo anche il Ministro del MEF Giancarlo Giorgetti ha aggiunto che l’attuale provvedimento è “un intervento equilibrato” che va inserito “nel complesso delle misure che abbiamo fatto”. Fino a quest’anno, gli interventi sono stati concentrati sui redditi medio-bassi, con la conseguenza che “fino a 35mila euro la compensazione dei fiscal drag è stata più che piena” mentre “i redditi superior hanno avuto qualche problema” e per questo “ora interveniamo sulle aliquote del ceto medio”.

Autore

Riccardo Pedrizzi già Senatore della Repubblica per tre legislature (trai vari incarichi: Presidente della Commissione Finanze e Tesoro del Senato) e Deputato alla Camera per una legislatura (Segretario della Commissione Finanze), attualmente cura le relazioni istituzionali per Associazioni Nazionali e grandi aziende. E' Presidente nazionale del Comitato tecnico scientifico dell'UCID (Unione Cristiana Imprenditori e Dirigenti). Ha svolto la professione legale ed è stato assistente universitario. E' stato dirigente di un istituto di credito. E' iscritto all'Albo dei Giornalisti. Editorialista di quotidiani e periodici, ha contribuito alla riscoperta ed alla diffusione della cultura tradizionale e conservatrice. E' direttore della rivista “Intervento nella Società”. Ha scritto libri sul pensiero cattolico e di economia e finanza.