• 10 Maggio 2026
Editoriale

Si riparla del ruolo della cultura nel nostro tempo tra bagarre festivaliere e mostre librarie  avvolte nei fumi della vulgata antifascista e nel clamore che la “guerra” per una presunta egemonia continua a suscitare. Niente di nuovo sotto il sole tranne (e non è di poco momento) che quella cultura di sinistra che vantava il primato si è affievolita fino a promettere lo spegnimento totale.

Nulla comunque è per sempre. Quella cultura tradizionalista, reazionaria, anticonformista per quanto partendo da posizioni minoritarie grazie all’intolleranza della sinistra, si sta facendo largo agitando i sonni di intellettuali che sempre ed ostinatamente hanno rifiutato un approccio con chi la pensava diversamente.

Le cose cambiano soprattutto quando un mondo va in crisi, come quello della sinistra italiana ed europea. Al volgere, infatti,  della seconda metà degli anni Settanta, ma i “sintomi” erano già evidenti agli inizi del decennio, dopo la sorprendente e consistente ascesa politica della Destra nazionale, una sorta di “morboso” interesse, da parte di media, si manifestò attorno a quel mondo al quale quasi mai ci si era accostati da parte dell’establishment culturale dominante. L’intento non fu tanto quello di comprendere le ragioni dei “reprobi”, ma piuttosto di demonizzarle preventivamente. Naturalmente con l’accusa di preparare il terreno all’avvento (l’ennesimo) di un regime autoritario. Non faceva ridere, all’epoca, l’indirizzo che la cultura egemone aveva preso nell’occuparsi di quella che approssimativamente veniva definita “cultura di destra”. Il disegno era quello di mettere fuori gioco autori, editori (pochi), giornali, intellettuali, accademici, pubblicisti, artisti che mostravano tendenze “politicamente scorrette”.

Oggi, mezzo secolo dopo, tra alti e bassi, torna a manifestarsi la questione del “posto” della cultura nella società civile e nell’ambito delle forze politiche. Del primo non mette conto parlarne giacché il “primato della cultura” è stato azzerato dal pensiero unico e dalla tendenza woke. Del secondo c’è da dire che il declino della politica in Italia, non meno che negli altri Paesi occidentali, segna la fine delle identità comunitarie, popolari, tradizionali. Tutto è ridotto ad un amalgama di spettacolarizzazioni che si sono sovrapposte  all’autentico pensiero, complici il degrado delle organizzazioni formative, a cominciare dalla scuola. Ecco perché, se soprattutto a sinistra, il vuoto pneumatico è palese, a destra fermenti innovativi e giovanili perlopiù, vanno facendosi strada tracciando linee di tendenza moderne e innovative, ben oltre la pur lodevole rivisitazione dei personaggi del passato recente e lontano dal quale trarre non di rado ispirazione per interpretare la realtà odierna.

La cultura, dominante in altre epoche della vita associata, sembra essersi appassita negli ambulacri della pratica propagandistica dei cosiddetti “diritti civili”. Da questi una certa sinistra trae linfa per giustificare la sua presenza sullo scenario politico che chiunque può riconoscere fatuo quando non falsificatore della realtà.

La cultura è intessuta di valori, di storie, di elaborazioni concettuali che fondano un modo di vivere, mentre ci crogioliamo nell’accoglimento di altri stili di vita importati da un’immigrazione ormai divenuta incontrollabile. Al posto delle chiese sorgono moschee; si dividono le scolaresche secondo modelli religiosi; si accede ad un mondo che non ci appartiene riconoscendo gli altri da noi pur non essendo dagli stessi riconosciuti.

E’ una questione indiscutibilmente culturale quella che si pone al centro degli stimoli soprattutto giovanili per negare, piuttosto che affermare il valore dell’Occidente che sta morendo, come preconizzava negli anni Trenta Oswald Spengler, proprio in ragione di quella identità negata che dovrebbe discendere dalla cultura di un popolo e preservarla oltre che diffonderla.

E’ per questo che poco più di cinquant’anni fa, paventando ciò che è accaduto nel campo culturale, il  tema della cultura di destra, come si diceva allora, ed oggi controcorrente o anti convenzionale,  liquidato in malo modo per una serie di inenarrabili motivi, tornò ad emergere sull’onda della riscoperta di numerosi autori, in coincidenza con la crisi del marxismo la quale, esaurita la spinta sessantottesca, mostrava segni di cedimento teorico, oltre che politico, i quali apertamente mettevano in discussione la modernità. Da qui la scoperta, per taluni piuttosto bizzarra, per altri “provocatoria”, di intellettuali ritenuti “impresentabili” secondo le costumanze del tempo. E non si trattava della solita lista di “delinquenti dell’intelligenza” come Evola, Guénon, Jünger, Spengler, Heidegger, Schmitt, Eliade, Cioran, e via citando alla rinfusa, come fossero fastidiosi coriandoli, ma di solidi intellettuali che mai avevano trescato con il fascismo e che in tutto il mondo venivano considerati con assoluto rispetto.

Mentre i “sacerdoti” di Francoforte cadevano uno dopo l’altro, il freudo-marxismo mostrava tutte le insufficienze a comprendere le difficoltà nelle quali si dibatteva la società affluente ed il solo Pasolini in Italia, da sinistra, condannava la “leggerezza” benestante della borghesia che aveva smarrito se stessa. Nel contempo a Parigi Sartre teneva ancora circolo al Café de Flore animando, anzi ri-animando una gauche in evidente stato di trance e da Berkeley non partivano più parole d’ordine rivoluzionarie godendo della   devota protezione neo-capitalista.

Insomma, nonostante i tentativi più o meno maldestri, di “silenziare” una cultura “altra”, riemersero autori e idee dei quali da decenni non si sentiva parlare più, se non in circoli ristrettissimi e nessun giornale dava spazio a ciò che pubblicavano in controtendenza alla vulgata della sinistra.

Da Destra, si cominciò addirittura a discorrere diffusamente di indebite “appropriazioni” da parte dell’intellighentzia di sinistra che manipolava e travisava pensatori che contraddicevano premesse, valore speculativo, metodologie e finalità della cultura progressista. Ingenerando così equivoci ideologici che a lungo andare si sarebbero ritorti contro gli “abusi” interpretativi della cultura della destra, oppure si sarebbero piegati all’autocritica e ad un ripensamento profondo. Ipotesi improbabile quest’ultima, dal momento che l’intellettuale integrato o “organico”, come si diceva a quel tempo, teneva più al potere che alla verità: non dispiacere il “padrone” era più di un ferreo comandamento; era un vero e proprio stile di vita collaudato da tempo e al quale sarebbe stato ingenuo pensare che ci si sarebbe potuto sottrarre.

Ricordando quel tempo in cui il revival della cultura non schierata a sinistra o nei suoi paraggi, suscitava interessi eccentrici e mal tollerati dagli ambienti più conformisti, viene in mente che Nietzsche rappresentò il caso più clamoroso di “appropriazione indebita”; o almeno così venne recepito.

Negli anni Settanta, gli intellettuali che avevano letto qualcosa di meno scontato e banale, lontano dalla scolastica marxista, sembravano non potersi dire, sia pure in misura e modi diversi, “nietzscheani”. Da Deleuze a Lacan, da Guattari a Cacciari, a Vattimo ognuno cercò di vedere – almeno così parve – nel filosofo tedesco il capostipite della critica alla modernità e allo stravolgimento della metafisica occidentale nei suoi esiti borghesi. Dimenticando, nel contempo, che aveva messo in guardia i lettori, soprattutto attraverso le  pagine di Ecce homo, contro gli abusi arbitrari degli eventuali esegeti, affermando che il miglior “interprete” della sua filosofia era egli stesso e come tale, nella “biografia intellettuale” disseminata tra le sue opere, forniva gli strumenti ermeneutici per la comprensione e la decifrazione dei propri scritti. Insomma, tra destra e sinistra, dopo un lungo tempo di egemonia della seconda, ci sembra di poter dire che la cultura ha la possibilità di affermarsi se i pensatori più avveduti riescono a mettere insieme il significato di cultura in connessione con ciò che rappresenta, come si diceva sopra.

Autore

Giornalista, saggista e poeta. Ha diretto i quotidiani “Secolo d’Italia” e “L’Indipendente”. Ha pubblicato circa trenta volumi e migliaia di articoli. Ha collaborato con oltre settanta testate giornalistiche. Ha fondato e diretto la rivista di cultura politica “Percorsi”. Ha ottenuto diversi premi per la sua attività culturale. Per tre legislature è stato deputato al Parlamento, presidente del Comitato per i diritti umani e per oltre dieci anni ha fatto parte di organizzazioni parlamentari internazionali, tra le quali il Consiglio d’Europa e l’Assemblea parlamentare per l’Unione del Mediterraneo della quale ha presieduto la Commissione cultura. È stato membro del Consiglio d’amministrazione della Rai. Attualmente scrive per giornali, riviste e siti on line.