• 13 Febbraio 2026
Editoriale

Siamo in un momento storico semplicemente incomprensibile, dove la convivialità fra popoli si elude, e la convivenza tra nazioni si capovolge in nome di una progressiva intenzionalità o astrazione collettiva dove il tempo diventa offuscato da una forma di dominio senza precedenti.

Il diritto pacifico di esistere senza influenze derivanti dalla dimensione esterna può essere messo in discussione da chi ha poteri invincibili, e la legge del più forte assorbe la pace del più debole in nome di una nuova possibilità di democrazia, che si cede in cambio di un semplice passaggio di consegne autoritarie, ovvero si cambia padrone senza averne il benché minimo sentore e senza nemmeno una azione democratica elettiva.

Il diritto internazionale viene disatteso, in nome della salvezza democratica, che diviene una sorta di ideologia che nessun popolo o nazione ha il potere di goderne, o che nessuno Stato può auspicarne la sua reale applicazione se non in tempi di pace, ormai elusi, e ridotti in un mondo capovolto.

Un mondo globalizzato, dove il terzo paradigma finanziario corrode finanche la possibilità di estendere il diritto a livello planetario e di viverlo contrattualmente come un elemento sociale post moderno, al fine di elevare la vita collettiva dei popoli da una condizione becera e brutale, poiché siamo sempre in colluttazione con crisi belliche, energetiche, geopolitiche, geoeconomiche per lo più incomprensibili, dove tutti sono contro tutti, e dove il debole non ha voce in capitolo, anzi inebetito subisce una triste sorte, in una brevità dell’esistenza, senza possibilità alcuna di ribellarsi o difendersi.

Un mondo capovolto, perché se la transizione digitale è contenibile esclusivamente in una cyber- sicurezza, volta alla difesa dei popoli, è essa stessa incomprensibile, quando poi ti ribelli o protesti ti oscurano le reti internet. Dunque, perché mai oggi nel pieno del Terzo millennio dobbiamo difenderci ancora, e da chi? Da potenti filantropi speculatori, da tycoons spietati strategicamente e tatticamente che orientano potentemente le sorti dei popoli sia nel bene che nel male? O da forze occulte, finanziarie che hanno il dominio del diritto internazionale, e la sovranità monetaria planetaria.

Il diritto internazionale è ormai sovvertibile, avviene con classe, in manovre e dinamiche improvvise e senza possibilità di tutela. Un diritto quello internazionale, che sorge fra due guerre mondiali, al fine di piegare ogni volontà umana che avesse avuto ulteriori intenzioni belliche e sentirsi svincolato ad una non estensione oltre i confini nazionali, sovranazionali e globali.

Ma la nascita del diritto internazionale è avvenuta, attraverso un tentativo troppo fragile che difatti sta per essere piegato sotto la scure di un sistema globale finanziario asintomatico, foriero di un nuovo ordine, che sta soffocando, annullando ogni genere di trattato, ogni accordo, ogni dignità umana e oltre.

Il diritto internazionale sta dunque perdendo la sua efficacia, forse la sua potenza post bellica si sta affievolendo dopo anni di repubbliche e di sovranità statutarie gli Stati stanno vivendo un regresso, relegato a una conquista dai fondamenti pacifici e dall’efficacia internazionale, che è divenuta soggiogata dall’idea della forza bruta, unico soggetto arbitrario tra potenti di popoli, dove la storia gli aveva lasciato in eredità la persistenza del principio dell’integrità territoriale, oggi non implementato o tutelato ma ribaltato dalle aggressioni improvvise sia in aree geografiche grandi come l’Ucraina, o piccole come la Palestina e la Groenlandia sita ai confini del globo.

 E sebbene nel Seicento e nel Settecento vi fu il tentativo di limitare la brutalità delle guerre europee, ancor più nel 1945 a san Francisco con la Carta delle Nazioni Unite, prima ancora di Hiroshima, e dopo i forni ardenti di Auschwitz si cerca di giungere, purtroppo inefficacemente a delle soluzioni che hanno radici storiche profonde ma che sono state fallibili, nonostante i fondatori non erano degli sprovveduti idealisti senza esperienza, anzi hanno conosciuto l’io  distruttivo imponderabile della storia e lo sterminio di intere nazioni.

Le regole del diritto internazionale sono oggi, vissute come delle limitazioni oggettive per i potenti del mondo, che preferiscono svincolarsi e procedere a ruota libera, procedere senza limiti, infierendo sulla legittimità dei più deboli che rischiano di vincere nuove possibilità democratiche o di perderle definitivamente. Infatti, oggi nelle democrazie moderne, il potere, non è subordinato che a sé stesso, il diritto internazionale non perseguito, riduce la legittimità dei popoli e istaura un cambio di governance, talvolta inevitabile.

La violazione sistemica delle regole crea un mondo capovolto, dove il Sud globale, più fragile teme il sovvertimento da parte del Nord Occidentale, attraversato da una geopolitica fantomatica, prepotente e cinica,  e senza dover essere anti trumpiana, possiamo citare il caso del Venezuela dimostra un realismo inconfutabile , dove spazzare via il comunismo che imperversa segna anche la conquista e lo scalzare della Russia, Cina, e dell’Iran in termini pragmatici e significativi dalla valorizzazione del petrolio, dalle terre rare, oltre che un cambio di potere inevitabile, sovvertire con un interesse geoeconomico, un interesse geopolitico su un duplice binario implica una strategia sostanzialmente infima. Ma non è infimo per il popolo venezuelano che si ritiene o si percepisce finalmente libero, ma le conquiste di libertà richiedono molta trasversalità.

Non si può più appellarsi alla autodeterminazione dei popoli, o della sua tutela, ma ad un chiaro sovvertimento delle relazioni bilaterali, attraverso un potere smisurato che agogna un’estensione dei propri bisogni geopolitici, delle criticità sistemiche, che si fondono su “chi arriva prima è più potente” e “più forte” e comanda.   

Ma la violazione del diritto, dunque non è ideologica o induce ad una restaurazione del passato, anzi non è trumpiana, né putiniana, è semplicemente la forza smisurata delle logiche di estensione del potere, quando questi non conosce limiti, appellandosi al bene e alla distruzione del male e alla soppressione di una regolare perequazione in nome di una democrazia sovrana.

Ma questa situazione può un giorno essere sovvertita e l’America o la Russia potrebbero trovarsi in una posizione di inferiorità internazionale, una posizione non perseguita ma nemmeno in assoluto garantita, quando la regola applicata è la forza o la potenza del più forte, in grado di affidarsi a chi le regole di legittimità internazionale le viola in nome di una democrazia, che dispone una giusta posizione del più forte e capovolge il mondo ed i suoi vertici di potere.

Dunque, la storia non ha da sempre mai garantito a nessuno una permanenza al vertice del potere sia nazionale che sovranazionale o globale, termine quest’ultimo di diffusione semiologica comunicativa troppo efficace ma inutile in un mondo ormai post ideologico.

Non bisogna infatti dimenticare che anche l’Europa ha generato guerre assurde e fratricide, dove la legge del più forte ha dominato fino a soccombere perdutamente alla più potente delle regole, la pace , che sembra oggi ad un limite di non ritorno, perseguita senza indugio e difesa estremamente, ma con un margine di ignoranza, perché gli europeisti anche i più agguerriti, non capiscono, che un Europa senza una confederazione rischia di essere divisa e ridotta in frantumi economici oltre che politici.

La politica di integrazione europea nasce infatti con lo scopo di integrare non solo le politiche economiche ma anche quelle sociali, al fine di giungere ad un culmine massimo di autorevolezza statutaria, univoca e inscindibile, al fine che mai in Europa ci sia una guerra o uno stravolgimento di potere democratico sia repubblicano o monarchico.

E se Schuman la vide lunga sulla possibilità integrare uno Stato più ampio sovranazionale, primo pensatore e fondatore di un Europa ancora fragile, anche i nuovi leaders devono ripensare le regole stesse democratiche di questo importante continente europeo. Un Continente che oggettivamente ha conosciuto la pace più lunga della sua storia, rinunciando all’uso della forza ma solo alla difesa coniugata in termini intraeuropei. Un patrimonio di pace oggi fortemente messo a rischio, non solo dall’aggressione putiniana, e dall’abbandono trumpiano ma anche dalle forze esplicitate e poi negate da un atlantismo confuso, che non palesa il suo fine e nemmeno il suo limite, semmai lo lascia intuire.

Quando la forza prevale sul diritto, anche il silenzio assenso dell’Europa sulle operazioni internazionali trumpiane implicano soggettivamente una precisa scelta di politica estera, dove la convenienza e la forza prevalgono sul diritto e stare con il più forte non è ideologia è convenienza, erodendo così la sua credibilità l’Europa involontariamente assume una sua posizione nella storia globale, rovesciando l’intesa con il resto del mondo, globale, e le sue posizioni di dimensione estera non solo divengono poco credibili, ma anche irrispettose del diritto internazionale, e del più debole dei popoli (anche se il più debole se ne avvantaggia, per inerzia democratica).

In altre parole, come può l’Europa pensare che la Russia rispetti l’integrità territoriale dell’Ucraina se si assume una posizione di silenzio sulla violazione dell’integrità del Venezuela? O come si può pensare un giorno di difendere la Danimarca senza far scoppiare un caso di guerra sull’integrità territoriale della Groenlandia? Siamo in qualità di europei al limite della nostra credibilità e del diritto internazionale, che sicuramente vedrà sorgere dei paradossi internazionali ai quali non siamo ancora pronti.

Siamo prossimi ad una ipocrisia di governance europea che rappresenta un forte rischio internazionale, che chiamerà fuori alcuni Stati, da azioni bellicose o ambigue, le regole discriminatorie non devono essere eluse solo nei confronti di Putin, ma anche nei confronti del sud globale Africa, Asia, Paesi Arabi, America Latina. Altrimenti le regole non valgono per tutti, e saremo ancora una volta tutti contro tutti, privi di un’oggettiva credibilità.

 Non bisogna aver paura di apparire contro Washington, o contro Mosca, avere una propria autonomia è foriera di un nuovo inizio sia politico che europeo, di un nuovo pragmatismo strategico.

Allinearsi al più forte è propedeutico nel breve ma è antisistemico nel lungo periodo, e l’Europa questo lo sa ma sembra essere dominata da un’incertezza politica derivante da una leadership che non è consona ad una strategia di credibilità globale. Non in grado di colloquiare con il mondo.  Essere dipendenti commercialmente è pericoloso politicamente e pone l’Europa in una posizione poco coerente e coesa, asservita ad un padrone che cerca il suo silenzio, nel quale domina le sue scelte decisive.

Io credo fortemente non in un Europa forte, ma in un Europa coerente con i suoi principi fondativi, coraggiosa di ricordare agli Stati Uniti, i suoi stessi principi fondativi, perché entrambe se si allontanano dalla giustezza delle regole creano il presupposto per un mondo al ridosso di un’escalation bellicosa che porterà tutti nel baratro. E se ancora auspico un’Europa che verrà, essa deve essere lontana da principi ingiusti, incoerenti, non per una cooperazione temporanea, altrimenti avremo un nuovo mondo capovolto, sul paradosso di una Terza guerra mondiale, che l’Europa non sarà in grado di affrontare senza essere coesa, unita e pronta ad un cambiamento.

Un mondo ricco di guerre già lo è, perché la guerra o crisi temporanea, qual si voglia dire, è una risorsa ormai economica, infatti, le crisi in corso sono diventate permanenti e anche protese ad un riarmo delle potenze senza limiti e senza fine, che porteranno i popoli ad una discontinuità sociale di benessere, sottoposti a continue violazioni del diritto internazionale e dei diritti umani, un de jà vu, ma questa volta estremamente pericoloso.   

Autore

Economista, Bio-economista, web master di eu-bioeconomia, ricercatrice Unicas, autrice e ideatrice di numerosi lavori scientifici in ambito internazionale. Esperta di marketing. Saggista, studiosa di geopolitica e di sociopolitica. È autrice dei saggi “Il paradosso della Monarchia” e di “Europa Nazione”, con prefazione curata da Gennaro Malgieri e autrice del libro di poesie "Un giardino d'estate".