• 10 Maggio 2026
Editoriale

I risultati del referendum sulla giustizia denotano una sconfitta liberale e pertanto uno stop per ammodernare il paese e parificarlo al resto d’Europa, dove la separazione delle carriere esiste senza filtri e senza rincari politici. Un Paese che resta conservatore nell’animo, servendosi di un nuovo elettorato distante dai partiti che cerca di blindare la Costituzione. Manca un motore riformista che propositivamente è stato rappresentato da Fratelli d’Italia, il partito di maggioranza di governo, che pur avendo perso una battaglia programmatica estrapolata coerentemente dal proprio programma elettorale, rinnova nelle sue file un sentiment sempre più riformista e volano ad un cambiamento, ad un’occasione epocale che non è stata colta dall’elettorato referendario attestandosi intorno al 58.89 % di consensi per il Comitato del No.

 Per parte dell’opinione, risulta visibilmente l’emergere di un elettorato moderato che silente, senza senso di appartenenza alle file dei partiti, senza mostrarsi contrario, senza un reale scontro politico trasversalmente vota No, alcuni denunciano e motivano la vittoria del No appartenente ad un movimento di società civile che si è palesata anche oltre la campagna referendaria citata, oltre i partiti, vista la folta e inaspettata partecipazione alle urne di cittadini, assenti da tempo al voto.

E comunque restiamo l’ultimo Paese europeo  che non ha la separazione delle carriere, abbiamo disatteso anche Giuliano Vassalli, predecessore storico della riforma, ma la cosa peggiore non abbiamo ancora modernizzato il Paese, la coerenza di programma deve confortarci, accettare la sovranità popolare nonostante i risultati, deve indurre la forza riformista ad interrogarsi sul volere politico della Nazione, quasi una morte annunciata avrebbe detto Gacia Marquez, nata da una frattura fra potere esecutivo e legislativo, e potere giuridico, ora è il tempo di chiudere le porte ai decreti attuativi o di rafforzarli, e secretare la legislatura verso nuove riforme?

Le priorità dei cittadini forse sono più sospinte sulle emergenze dell’economia reale, come dice la sinistra? Certamente, tuttavia la percezione che si ha da questo risultato è immediatamente una percezione di vittoria della sinistra che all’indomani del voto si scopre illiberale, e sembra che disincentivi la destra di governo per le prossime politiche. In realtà anche se il 61% dei votanti del No sono giovani e per lo più universitari, la revisione del dato non è politico in tal senso, perché i nuovi votanti giovani non si rispecchiano nei leaders del campo largo, distanti dalle loro istanze e poco attenti alle loro esigenze pragmatiche di lavoro e di studio. Troppo concentrati nei diritti civili, dove non possono mancare l’accettazione dei diritti sociali, ininfluenti politicamente ancora nel programmare una Nazione moderna, proiettata verso il futuro generazionale.

Giovanni Baschelet, Fisico e statista di sistemi complessi parla per il comitato del No e parla di aderenza alla Costituzione, ma l’opinione in generale definisce questo referendum confermativo, un referendum politico, e altri confermano che le riforme si fanno a maggioranza e che non vi è dittatura in una maggioranza di governo e allora perché siamo finiti nell’iter referendario, un iter che nel passato non ha perdonato nessuno?  I dati lo dimostrano chiaramente non è il No che ha vinto o è il “SI che ha perso e ha perso nelle file del centro destra? È forse questo un banco di prova per le politiche? La forbice statistica è abbastanza stretta e il risultato politico non risulta essere così traumatico, e il campo largo deve cogliere che la trasversalità del voto ha reso possibile la vittoria del No. Dati alla mano, da una stima della ripartizioni dei voti sul cento all’interno dei partiti di maggioranza risulta che in Fratelli d’Italia l’11.2 % ha votato No, in Forza Italia il 17.9% ha votato No, e nella Lega Il 14.1 % ha votato No; queste percentuali devono far riflettere il campo largo.

Ma la vera interpretazione è che comunque la magistratura non è accettata così pienamente nel suo ruolo di strapotere, infatti, trasversalmente le forze politiche si sono impegnate in un movimento definibile esotico, politicamente ed elettoralmente e molti dati del Si denotano un mal contento generalizzato verso di essa. Il non cambiamento definisce una lobby invincibile, ma i meriti non sono ancora una volta di chi vince, e nemmeno i demeriti sono di chi perde, ma è evidente che ha perso la Nazione su un tema così qualificante, in termini anche di esposizione agli investitori esteri, che destituiscono di frequentarci, e a livello europeo è una sconfitta liberale senza ritorno.

Un cortocircuito europeo illiberale, senza implicazioni politiche sul sistema di governo interno che comunque deve definire dei confini nella maggioranza, una semplice battuta di arresto, perché il campo progressista ha ancora molti nodi da sciogliere in particolar modo sulla leadership, che vorrebbero regolamentare con le solite primarie.

Ma anche se ha vinto assolutamente il No, non avrà nessuna conseguenza politica interna, resta un’occasione epocale, sprecata, e in uno scenario mondiale di crisi energetiche, finanziarie e belliche, si tornerà a parlare di temi legati alla complessità della politica economica, perché non esiste la vulnerabilità della Meloni, che non è scalabile ed ha un peso specifico nella maggioranza inconfutabile e nella politica internazionale. La Meloni ha un forte senso dello Stato, e un forte senso della Patria e non permetterà ascese politiche minacciose, né al suo interno né nella dimensione esterna.

La sovranità elettorale del popolo non deve infierire sulla governabilità della Nazione e non deve fare indietreggiare il senso civico anzi deve essere un moltiplicatore di nuovi consensi. E lo sarà, è evidente che in Italia siamo pregni di un sistema socialista di sinistra, che non vuol permettere alla destra di governare è lo è dal falso referendum del 1946, dall’inclusione dell’art.139 nella Costituzione, che ripudia ogni cambiamento di forma di governo, concepito affinché ogni sistema di sinistra sia considerato intoccabile, definitivo e sacro, da quando Togliatti chiese alla monarchia di divenire parte integrante della sinistra, e il monarca scelse l’esilio.

infatti, ora, per i prossimi trent’anni, la giustizia si è garantita l’intoccabilità, la giustizia ritiene di essere così irriformabile, si sentirà più forte e potrà insorgere con un nuovo caso di “mani pulite” e l’Italia resterà ostaggio di uno stallo giustizialista perenne, confermato da un’investitura popolare, che non l’ha delegata ad una disfatta democratica.

Una vittoria del No che ripudia il cambiamento è una sconfitta della democrazia, è una sconfitta della libertà, perché la magistratura viene insignita politicamente e si fa partito, conducendo una battaglia politica, ponendo il popolo una parte contro l’altra, e il coraggio di espressione emerso da tanta parte della magistratura per il SI in questo referendum, palesemente e da considerare eroico ed ammirevole.

Un No rivolto contro il potere, contro una singola persona resterà alla storia, agli annali della politica italiana, una resistenza contro chi della destra fa un fiore all’occhiello della democrazia di sistema e di libertà.         

Autore

Economista, Bio-economista, web master di eu-bioeconomia, ricercatrice Unicas, autrice e ideatrice di numerosi lavori scientifici in ambito internazionale. Esperta di marketing. Saggista, studiosa di geopolitica e di sociopolitica. È autrice dei saggi “Il paradosso della Monarchia” e di “Europa Nazione”, con prefazione curata da Gennaro Malgieri e autrice del libro di poesie "Un giardino d'estate".