• 11 Giugno 2026
Editoriale

È noto che gli obiettivi dell’economia cinese sono prefissati dallo Stato come è inserito nel quindicesimo Piano Quinquennale 2026-2030, della Repubblica Popolare cinese, in un compendio di tecnica monitorato dalla geopolitica che sta abbandonando la rendita di posizione pura, derivante da extraprofitti in quanto tali, per trasferire le sue aspettative finanziarie su una rendita da piattaforma, trasformando il capitale da impresa a capitale puramente finanziario digitale, in una logica di sistema che detta legge nel mercato globale.

Ovvero, il mercato seguendo senza inferiorità di intrapresa i grandi super scalatori del sistema americano, nella sordità della geoeconomia delle crisi belliche si preparano ad investire oltre i seicento miliardi preventivati, in infrastrutture assolutamente digitali, che con l’intelligenza artificiale superano le capacità di calcolo dei singoli continenti implicati nell’operazione.

Il gigante asiatico in tal senso, si mostra ancora una volta, un gigante tecnologico di superiorità logistica e strategica, attrattore esclusivo dell’economia americana e russa, ed europea che nella sua complessità competitiva sovranazionale, in proporzione, fatica a raggiungere gli stessi obiettivi, anche se il rapporto Draghi, stima 800 miliardi da investire nel settore, al fine di non restare indietro nella marcia verso il futuro digitale.

Ma il viaggio a Pechino di Trump pur sancendo il nuovo concept del commercio internazionale, attraverso l’ausilio di Stable Coin su base oro, non frena la de dollarizzazione, e scatena la battaglia tra i banchieri americani e la stessa amministrazione Trump, volti ad evitare l’adozione della nuova moneta digitale e ridurre contemporaneamente la sua frequentazione commerciale come moneta effettiva. Una decisione drastica che evita alla globalizzazione e all’America il rischio di essere schiacciati dal nuovo sistema finanziario senza limitare in eccesso il potere arbitrario dei banchieri centrali, ma rafforzando il potere finanziario del nuovo capitale finanziarizzato. Questo accordo bilaterale tra America e Cina getta le fondamenta per un’intesa senza precedenti, per agevolare gli sforzi commerciali di una globalizzazione messa a dura prova, da poli crisi sistemiche, non solo energetiche ma primariamente belliche che incentivano una nuova era del capitalismo, fondato su una rendita di piattaforma.

Siamo difronte ad un’economia, dove l’estrazione di rendita è mutata e con essa il capitale, forse non più sostenibile, se mai lo è stato, anche marxianamente parlando, per una conservazione sovrana dell’oro che con il suo valore intrinseco riacquista sovranità sulla scena mondiale al fine di non perderla mai più.

L’intesa Trump XI Jinping, vuole rifondare una nuova consapevolezza, che le guerre sono non solo infime e portatrici di instabilità e confusione, e fanno declinare il mercato globale da valori stabili, assolutamente imprescindibili, ciò che resta incomprensibile è la continua sorveglianza di un certo capitale che vuol sostituirsi ufficiosamente ad un altro capitale di regime ufficiale, dichiarandosi superlativo.

E la scienza in senso lato, imbrigliata nelle maglie dell’IA, dunque non è stata liberata dalla scelta, anzi sarà obbligata ad una scelta imposta, che schematizza l’efficientamento della globalizzazione, ciò che cambia è solo la cornice di un quadro immutabile, pertanto la statalizzazione degli obiettivi di mercato, pongono un paradigma divergente rispetto al secolo scorso, e la finanziarizzazione del capitale prescindendo dai banchieri centrali, velocizzerà  il sistema senza declinare in rigorismi thatcheriani, ma che tradurranno il commercio in politica di governo, eludendo la possibilità al mercato in quanto tale di decidere per sé.

I grandi capitali americani e cinesi, fondatori di gruppi dalle immense capacità finanziarie, creano un nuovo modello, ovviamente senza una morale o un etica finanziaria, concentrandosi prioritariamente sull’innovazione tecnologica costituendone una nuova forma compiuta, pertanto chi controlla i dati controlla la piattaforma del sistema ed accede senza preclusione al capitale, un ciclo infinito, dove vi appartengono pochi capitalisti ma molti risparmiatori in un sistema strategico e logistico a piramide rovesciata. In un procedimento, processato dall’intelligenza artificiale, capitalizzata e connessa da trilioni di dollari, molte multinazionali ormai si sviluppano in tal senso, e alcune si preparano ad integrarsi in unici gruppi al fine di scommettere su un sistema da rendita di piattaforma.

Tra coloro che analizzano e valutano questa sindrome, o insieme di sintomi clinici che si manifestano contemporaneamente, in maniera predittiva, oltre a Lionel Robbins che pioneristicamente nel 1932 valutò il rapporto tra fini e mezzi suscettibili di usi alternativi, oggi abbiamo, il Nobel del 2025 di Joel Mokyr, Philippe Aghion e Peter Howitt, che si immerge in questa performance di spiegare i fini, dopo aver analizzato la crescita generata dall’innovazione.

In effetti, inspiegabile sono ancora i fini in senso lato se non attraverso la politica, dove un super potere sovrano si spinge verso il lodevole diniego delle banche centrali, ridimensionandone l’egemonia, per poi sostituirla con un’altra diversa ma non inferiore, dove se la crescita di sistema è lasciata a sé stessa, dominata dalle decisioni politiche, spinte dal capitale, crea comunque una rendita di posizione, e questa volta di piattaforma, non reale, digitale.

L’automatismo del mercato dovrebbe essere guidato da un sistema politico capace di rendere possibile la distruzione creatrice, al fine di impedire le rendite consolidate, rendite di cui beneficia solo il capitale, ne consegue che questa sindrome motrice non è solo cinese per assioma ma anche atlantica, crea un sistema meno incentrato sul liberalismo ordoliberale bancario, ma al contempo genera una ulteriore scelta normativa, anche se presenta una decisione tecnica, che il cittadino non può assolutamente rifiutare o non accettare, in quanto integrata nel sistema politico stesso.

Il Centro di Economia Digitale, italiano è consapevole, come lo è la classifica resa nota da Forbes, dove l’apice patrimoniale finanziario è stato raggiunto da Elon Musk, con un patrimonio assolutamente rilevante, siamo ormai in un paradigma dominante che denota finanziariamente superiorità. Sebbene il rischio di conflitto mondiale, è sempre in agguato, e le potenze emergenti devono arginarlo con accordi bilaterali di sostanza commerciale, al fine di disinnescare la trappola delle non relazioni internazionali, perché ogni fine commerciale lenta la presa sul conflitto bellico. Ciò genera una possibile politica di pacificazione geopolitica globale, lasciando che la Cina resti attraente sempre, nonostante i suoi consumi interni stagnanti, in un paradosso economico rilevante che denota una crescita per l’appunto tecnologica e commerciale che va oltre le attese.

Infatti, la Cina presenta in assoluto un vantaggio energetico, la sua resilienza allo shock petrolifero lo ha dimostrato, e ciò gli ha concesso la possibilità di confermare la sua leadership tech, sia sull’IA, in robotica e in biotecnologie, essa è in grado di performare modelli di machine learning in grado di fare previsioni, assumere decisioni, da nuovi dati in tempi superlativi.

Indiscutibile è dunque l’avanguardia cinese in suddetti ambiti, che creeranno un divario di crescita notevole con il resto del mondo, e mentre il resto del mondo globalizzato rallenta sotto il peso dell’aumento dello shock energetico, la Cina paradossalmente avanza con le rinnovabili, sopperendo anche ad un export globale, quindi per rispondere alla domanda quale sarà il fine, di una sindrome da rendita di piattaforma, possiamo dire che è forse il benessere mondiale ma anche l’affermazione assoluta, di un gigante non solo asiatico ma mondiale quale è la Cina.

Un pachiderma non statico, ma che si evolve senza freno inibitorio, in un Millennio, dove il terzo paradigma capitalistico, gli consente una crescita smodata e smisurata riconosciuta dalle altre potenze mondiali.

Ma se la Cina è una potenza energetica, la visione Indo mediterranea del governo italiano è di notevole rilevanza, si integra in una progettualità globale per portare equilibri, in una visione indopacifica, uno snodo per l’economia globale attraverso il sistema Imec, e il sistema portuale italiano. Ma la verità è che l’Italia si trova in un mare, di retrovie europee, nonostante ciò, dopo settanta anni di partecipazione pubblica, dalla Finmeccanica alla Leonardo, attraverso una geopolitica di diplomazia e pragmatismo, genera una svolta e da ossigeno ad un colosso aziendale che rappresenta un punto di riferimento mondiale per la difesa, la sicurezza e l’economia aerospaziale. Certamente siamo ben lungi da poterci paragonare al modello cinese, ma possiamo sviluppare una strategica logica di capitale in grado di inserirci in un’internazionalizzazione bilaterale tra America e Cina, anche con il supporto Indiano. Siamo su una traiettoria di crescita molto evidente ed ambiziosa.

Autore

Economista, Bio-economista, web master di eu-bioeconomia, ricercatrice Unicas, autrice e ideatrice di numerosi lavori scientifici in ambito internazionale. Esperta di marketing. Saggista, studiosa di geopolitica e di sociopolitica. È autrice dei saggi “Il paradosso della Monarchia” e di “Europa Nazione”, con prefazione curata da Gennaro Malgieri e autrice del libro di poesie "Un giardino d'estate".