• 9 Marzo 2026
Politica

Bell’America dei tempi di Rodolfo Valentino……refrain del Quartetto Cetra, canzone che sino agli anni 60 ha accompagnato l’immagine dell’America vista dagli italiani. C’era sì la guerra nel Vietnam, ma la memoria collettiva era interessata a vedere in rosa chi aveva trattato gli italiani dopo la caduta del Fascismo da sciuscià a destinatari del piano Marchall – ERP (European Recovery Program).

Era vivo il ricordo del presidente americano J.F. Kennedy che a Berlino aveva pubblicamente detto il 26 giugno 1963: “Ich bin ein Berliner”, Io sono un berlinese!

Un atto di responsabilità e di omaggio al popolo tedesco diviso e oppresso dal comunismo ed ossequio alla cultura europea a cui sappiamo tanto è debitore il mondo americano.

Da allora molte cose sono cambiate.

L’Europa ha esportato negli USA la migliore creatività e valenza sotto ogni ambito, dalla cultura alle scienze e, una su tutte, il marchio Von Braun che ha permesso la realizzazione del sogno americano in ambito spaziale.,

Ma assieme alla libertà ritrovata in cambio della ns presenza nella Nato sono arrivate le guerre in Vietnam, nel mondo musulmano (previo lavoro sporco fatto dai servizi segreti israeliani) e quindi in Libano, Iraq, Iran, Afganistan e dovunque un interesse commerciale nutrisse ambizioni durante e dopo la guerra fredda.

Ed ancorché fosse franato il regime comunista, la pervicacia con cui non si è voluto “europeizzare” la Russia post Gorbaciov ha portato negli anni a creare le condizioni che oggi vedono ad est dell’Europa la guerra Russia /Ucraina. Ma qui siamo alla geopolitica.

Il risveglio dei sogni rosa ha portato la mia generazione a considerare “La coca-cola come il male americano”.

Il Male Americano, libro di Giorgio Locchi ed Alain De Benoist illuminante perché svelava come “L’America di oggi sia un cadavere in buona salute. Con la sua immensa potenza materiale, con la sua estensione geografica, col suo gusto del gigantic, e con la fruttificazione del suo capitale, l’America (proprio come l’Unione Sovietica) ha potuto creare delle illusioni. Ponendo l’accento sui fattori materiali, sugli elementi. quantificabili, ha imposto al mondo l’ideale della superproduzione. Ma questo e sufficiente a garantirne l’eternità? Prigionieri del desiderio di «vivere alla svelta», gli Stati Uniti scompariranno brutalmente come sono sorti; più presto di quanto non si creda, forse, poiché all’interno del l’universo americano non esistono possibilità di salvezza, a destra come a sinistra, al nord come al sud. Il male americano è una malattia sottile, indolore, una malattia dello spirito che ha attaccato anche i corpi ma di cui continuiamo a non accorgerci”.

Parole che a distanza di quasi 50 anni accompagnano i fatti di oggi.

Per uno stato dove vota quasi la metà degli aventi diritto, dove amministratori repubblicani e democratici vengono fuori dall’Istituto Rockfeller, dove le lobby di potere massoniche, sioniste, suprematiste e religiose indirizzano la vita pubblica ad un disincantato e feroce capitalismo dal volto umano, è facile divenire apologeti di un mondo che si pone il fine di perseguire per l’uomo la felicità (Dichiarazione di indipendenza degli USA).

In realtà la mano statunitense ha costituito sempre un grimaldello per asservire tutti coloro che non vogliono essere una loro colonia economica.

Fu così, per noi italiani, che il presidente dell’Eni Enrico Mattei, per aver sfidato le sette sorelle del petrolio (Shell, Esso, Tamoil, etc…) mori in un attentato; stessa fine per il democristiano Aldo Moro che, presago Henry Kissinger, sapeva di essere non benvoluto e morì in un attentato; come lo stesso Bettino Craxi pagò per aver osato difendere l’identità nazionale a Sigonella.

Non siamo in una serie di film di James Bond, molto peggio. Viviamo una realtà manipolata da una narrazione che dal cinema ai canali dell’informazione e comunicazione ci offre una narrazione che ci spinge verso una società che non ha più i suoi valori fondanti e che, come dice il filosofo Marcello Veneziani, vive di un egocentrismo autoreferenziale con tratti individualista e narcisista. Si arriva, sul modello americano alla società della sorveglianza; dove gli odi, le contraddizioni sociali ripudiano i valori dello stato sociale, proprio nostri ed europei.

Sul MAGA si inseriscono i dazi per ricattare chi non vuole essere colonia, i tentativi di rompere la Comunità Europea nel nome di un ritorno ai nazionalismi statali; l’incapacità di risolvere i conflitti etnici e geopolitici andando alla radice dei problemi, accontentandosi di tregue illusorie ma ben supportate dagli affari delle lobby statunitensi. E se un domani si dovesse arrivare a conflitti in scala sovranazionale allora gli europei smetteranno di investire nella loro cultura e nel welfare civile per armare eserciti.

Ciò che sta avvenendo oggi, contraddice tutta la nostra storia civile. Si naviga a vista senza rotta, senza orizzonti, senza prospettive che non siano gli interessi di piccolo cabotaggio di una classe dirigente immemore della propria storia e votata agli equilibri di un presente che nelle prospettive è pari alla vita di una farfalla.

Si dirà che questa analisi sembra pretestuosa a fronte di una premier, Giorgia Meloni, presente e osannata dalla narrazione internazionale che la vede sempre al tavolo di Trump. Misere soddisfazioni di un paese che ripete il proprio provincialismo internazionale. E spiego:

Cavour inviò il 1855 un contingente di 15.000 uomini durante la guerra di Crimea, per sedersi poi (erano sufficienti 2/3000 morti) al tavolo della pace, con conquistato prestigio internazionale. Le perdite italiane furono in totale 1.487;

Mussolini invase, nel 1940, a conflitto ritenuto quasi sicuramente vinto dalla Germania hitleriana, la Grecia, per poter poi sedersi al tavolo del vincitore. Impegnati 513.000 uomini con 90.000 perdite in totale.

E se la premier Meloni, già appiattita sul genocidio di Gaza e sulle posizioni bellicistiche contro la Russia, accetta i dazi trumpiani con la scusa di contrattarli e più si avvicina sedotta a Trump, più toglie legittimità all’Europa, e il mettere assieme in un resort pugliese i “grandi della Terra” vale poco sul piano della sostanza politica. Il “sentiment” è molto provinciale. Magari soddisfa e fa sbavare i tanti Bruno Vespa, ma come si intuisce la filosofia è la stessa.

Siamo rimasti un po’ sciuscià nell’animo nazionale. Eppure la grande civiltà che noi abbiamo realizzato nel mondo col nostro sapere nel diritto, nelle scienze, nella filosofia, in tutti i campi…fa sì che non si abbia odio ma benevola considerazione degli Usa, per la capacità di accoglienza statunitense di coloro che reietti per fame, religione, fede politica o altro anno lasciato le patrie per un nuovo mondo. Noi che siamo memori di come l’Europa ha versato sangue per la creazione degli Stati Uniti, dei contributi che ha dato loro la rivoluzione francese. Di come agli inizi del novecento, fino al 1940 si guardasse a noi italiani per la risoluzione dei grandi problemi economici e sociali (basti pensare quanto il New Deal di Roosevelt deve alla organizzazione dello stato sociale attuata dal fascismo e avvalorata anche da Palmiro Togliatti nel 1936, ospite alla Lubianka, in quel di Mosca).

La minaccia che, a causa degli Stati Uniti, pesa sul mondo, è quella di una forma particolarmente perniciosa di universalismo e di egalitarismo. Questo barbaro «mondialismo americano», è una minaccia che lascia pensare. E che, al di là dell’utopismo velleitario come delle recriminazioni di circostanza, induce a meditare sulla necessità di prendere una doverosa distanza di fronte ad un paese che, consumando la cultura ed i «cervelli» dell’Europa,” ci dà in cambio dei regali chiamati free jazz e black power, Jesus revolution e star system, coca-cola, blue jeans e melting pot, sex revolution, gay power e women’s lib, gadgets e slogans, quick food musicals, drugstores, supermarkets, pep pills e pop art, beatniks e civil rights, senza dimenticare Woodstock ed Harlem, la guerra delle gangs, la nuova psicanalisi, l’antropologia sociale», il behaviourismo, la pedagogia anti-autoritaria, la pornografia, la promozione delle masse, l’architettura modulare, la moda unisex, etc.” Certo, il pericolo americano non è il solo ad offuscare le nostre speranze. Ma bisogna, per evitare la padella, puntare sulla brace? Fra la speranza che, oggi, aliena la nostra maniera di essere e quella che domani s’impadronirà forse della nostra libertà d’azione, è davvero necessario scegliere? Jean Can risponde: «Nell’ordine di colonialismi, è prima di tutto non essendo americani oggi che non saremo russi domani».

Autore

Pugliese, cultura umanistica, politicamente nazionalpopolare. Già Ufficiale Superiore dell’Esercito, nei Granatieri. Fondatore dell’Ufficio Storico dello SMD e collaboratore della CISM (Commissione Italiana di Studi Militari) sino al 2014. Dal 1980 al 1991 ha ricoperto cariche elettive istituzionali. Dal 1980 al 1984 è stato collaboratore dell’Ing. Giovanni Volpe per la “Fondazione Gioacchino Volpe”. Dal 1978 sino al 2000 è stato collaboratore dell’On. Pino Rauti.Nel 1978, con Rutilio Sermonti è stato tra i fondatori dei “GRE” (Gruppi di Ricerca Ecologica) primissima associazione ambientalista in Italia. Fondatore della rivista “Officina – Le ragioni nazionalpopolari”, ne è stato coordinatore editoriale dal 2001 al 2005. Dal 2016 responsabile organizzativo del Think Tank “I nazionalpopolari”. Attualmente è editorialista del mensile “Informa”, organo dell’Ordine dei Giornalisti del Molise.