Il Mediterraneo è stato la culla feconda di varie civiltà, territorio di incontri e scontri di popoli diversi da Est ad Ovest, da Nord a Sud e viceversa, con tanti prodotti agricoli e manufattieri da scambiare e enormi risorse ittiche da sfruttare. Con una lunghezza di circa 3500 km, la superficie totale è di circa 2,4 milioni di chilometri quadri, suddivisibile col canale di Sicilia in un bacino occidentale ed uno orientale, dalla profondità media di soli 1430 metri (ma con punte di 5000 m).La temperatura è abbastanza alta e non scende mai molto al di sotto dei 13 °C circa. Le sue acque profonde sono poi di circa 10°C superiori a quelle atlantiche.
Il fatto di essere mare piuttosto chiuso, separato dall’Oceano Atlantico dal minuscolo stretto di Gibilterra, causa una certa evaporazione e quindi salinità alta, che raggiunge i 39 grammi per litro, mentre l’atlantica di 37. Anche se il suo bacino è molto piccolo (0,32%) rispetto a quello totale oceanico, il Mediterraneo è un notevole scrigno di biodiversità, possedendo il 7,5% di specie animali (circa 2.000) e il 18% delle vegetali. La ricchezza di specie per area è addirittura dieci volte superiore alla media mondiale. Inoltre il 28% di tutte le specie del Mediterraneo sono endemiche, cioè si trovano solo in esso.
Purtroppo il Mediterraneo, pur essendo ancora sede di tale elevata e ricca di biodiversità, negli ultimi decenni sta peggiorando gradualmente il suo stato di salute, a causa del crescente inquinamento, per vari motivi:
- scarichi industriali di metalli pesanti (Mercurio, Cromo, Piombo) e catrame
- scarichi agricoli (pesticidi e fertilizzanti)
- scarichi fecali animali ed umani
- abbandono di plastiche grandi e piccole
- traffico e rilascio di idrocarburi
- cambiamenti climatici, con un aumento e comparsa di specie tropicali, che possono competere con le specie tipiche mediterranee.
Si calcola che nel bacino mediterraneo si trovino attualmente più di un milione di tonnellate di plastica e ogni anno se ne riversano ancora circa 230.000 tonnellate. La maggior parte (96%) è macroscopica, il restante 4% microscopica, derivante soprattutto da produzione e trasporto di pellet di plastica. Le conseguenze gravissime sono innanzitutto l’intossicazione animale ed umana, dato che consumiamo organismi contaminati: si sono trovate quantità rilevanti di plastica in tonni e pescespada.
Ci sarebbero quindi da adottare tutta una serie di provvedimenti a livello nazionale e globale, ma a partire anche dalle nostre azioni quotidiane:
- tenere sempre pulite le nostre spiagge e coste, evitando l’abbandono di contenitori di plastica e metalli
- controllo e depurazione degli scarichi, industriali, agricoli e domestici
- ridurre l’emissione dei gas serra, secondo i criteri internazionali.
Inoltre si dovrebbe evitare la pesca illegale, che, pur dettata da bisogni di maggiori guadagni, poi diventa autolesiva, non garantendo la normale ripopolazione delle specie sfruttate. Un alternativa più controllata e sicura è l’allevamento in acquacultura, che dovrebbe essere più esteso.
Tra le molte specie animali che rischiano l’estizione, ci sono la foca monaca, la tartaruga Caretta caretta, la balenottera, gli squali, presenti in circa 50 specie, e il cavalluccio marino. Tra quelle vegetali, la Posidonia oceanica.
Ormai molti studiosi ritengono il Mediterraneo un “malato grave”, forse senza possibilità di guarigione completa, almeno nei prossimi anni, soprattutto per la presenza massiccia e quasi occulta delle microplastiche. Comunque si stanno scoprendo e sperimentando nuovi metodi, anche di tipo biologico, con specifici batteri mangia-plastica, che si spera possano essere efficaci e risolutivi. Purtroppo resta ancora il grave problema del riscaldamento crescente.
